A questo mondo esistono persone dai talenti più disparati: da coloro che intuiscono cosa abbia in mente di fare il cane a mezz’aria con una corda in bocca e le zampe proiettate all’indietro a quelli che, non importa l’argomento, riescono a coinvolgere gli altri nelle loro affascinanti affabulazioni. Gli scrittori non fanno altro che mettere su carta queste vicende in modo tale da raggiungere un pubblico ancora più ampio, ma ciò non significa che siano gli unici. Esistono ancora cantastorie, contapalle (i più simpatici), musicisti di strada e da strapazzo, barzellettieri, comici d’ogni grado e levatura, bugiardi, fanfaroni e docu-reporter. Ciononostante, essendo prevedibile, parlerò di una scrittrice giapponese capace di non farmi lanciare dalla finestra un volume di più di seicento pagine con al centro, ebbene sì, seni e ovuli. Sto parlando di Mieko Kawakami.
Seni e uova è il fortunatissimo romanzo che ha proiettato Kawakami sul palcoscenico mondiale. L’opera, in realtà, è un romanzo dalla vocazione saggistica. In esso, sebbene ci sia un personaggio principale che agisce in un mondo verosimile alle prese con la quotidianità di una Tokyo globalizzata, al centro dell’attenzione è posizionato un dibattito sulla maternità surrogata e sul ruolo della donna nella società contemporanea.
Si badi bene che la storia non sfocia mai nel banale e nel macchiettistico. Il suo peso specifico di più di seicento pagine permette all’autrice di approfondire la condizione esistenziale dei personaggi con pazienza e acume. Non siamo di fronte a una rivendicazione accorata di chi ha già le risposte in tasca ed è pronto a farsi valere contro tutto e tutti, piuttosto si è testimoni di un percorso lento e caratterizzato da numerose rotatorie e bivi che conducono apparentemente in strade tutte uguali. La verità di una vita non può stagliarsi sulla pagina aprioristicamente, non si può permettere alla complessità di un’esistenza di essere racchiusa in un’etichetta oppure nell’appartenenza a questa o quest’altra fazione. L’ideologia, in senso neutro, lascia qui spazio all’indagine, alla ricerca e alla scoperta di una soluzione che, è chiaro fin dall’inizio, potrebbe confortare come atterrire la protagonista. I rapporti con i pochi altri personaggi che appaiono durante il corso della narrazione vengono descritti da un punto di vista impersonale ed esterno, quasi fossero seguiti da una cinepresa accompagnata dalle osservazioni del personaggio principale. Si srotolano come una matassa che lentamente occupa lo spazio disponibile senza sapere quali oggetti andrà a toccare e dove terminerà la sua avanzata. Forse, per questa loro natura schiettamente partecipativa e lineare, i legami appaiono come un filo che esiste per motivi del tutto insondabili. Avere lo stesso sangue significa ben poco quando si è costretti a fare i conti con i grandi quesiti che scuotono l’individuo eppure, allo stesso tempo, sono gli esempi più lampanti di un possibile contatto favorito dalla natura stessa. Sono, in quest’ottica, una possibilità aperta fin dalla nascita. O, per i più cinici, la scusa per entrare a gamba tesa nella vita di qualcun altro senza dover scomodare grossi impacci sociali. Ebbene, il sangue è lì, certifica e istituzionalizza un canale di comunicazione aperto. È un marchio indelebile dal quale ci si può affrancare o che si può approfondire e far proprio, ma sta di fatto che esiste e ignorarne la natura è controproducente, una menzogna.
Cos’è, però, una madre? Cosa una sorella, una nipote? Dove nasce il desiderio di esprimere con il corpo, le parole, le azioni e l’impegno nel tempo l’amore genuino per una creatura che ancora non esiste e a cui si vorrebbe dare la luce? Cosa implica, agli occhi del consorzio umano, voler diventare genitore senza avere e, soprattutto, volere un partner? Dove può essere tracciata la linea tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato quando, coperti dall’armatura rassicurante del non-si-fa-così, noi stessi, in più occasioni, ci ritroviamo a considerare gli eventi per eccezioni e non per norme? Quel che agli altri si vorrebbe vietato, nel momento del bisogno, diventa per noi un imperativo morale da soddisfare categoricamente. Così il bene sfuma nel male perché, verrebbe da notare, non esistono il Bene e il Male, bensì un bene astratto e collettivo, un male che ne condivide lo spazio, un bene individuale, un male a lui fratello e infine l’impulso non eludibile del desiderio, capace di spostare l’equilibrio dell’etica con dei colpi sinceramente sorprendenti. E tutto questo, in Seni e uova, come viene portato in scena? Con una scrittura semplice, lineare e fresca. Uno stile arioso e primaverile che sfiora tutti gli argomenti e li deposita sui palmi delle mani come i caratteristici fiori del ciliegio giapponese. Il lettore, coinvolto dalla vicenda umana, di graduale accettazione e scoperta del sé della protagonista, si lascia condurre dalla brezza anche quando il contenuto delle pagine sembra non riguardarlo e, in sostanza, si trova immerso in un contesto che trova alieno e sconcertante sebbene rappresentato da un appartamento in un quartiere residenziale di Tokyo, vagamente periferico, dove tutto è esattamente come nel resto del mondo. La domanda sorge infine spontanea: è questo il percorso di una singola persona, oppure la manifestazione di un sentire collettivo che non sa come comportarsi nei confronti di una questione delicata come la maternità? Perché siamo abituati ai cambiamenti che sconquassano le istituzioni secolari che abbiamo ereditato dalle precedenti generazioni ma, forse, la consapevolezza che circonda il fenomeno generale non ci permette di approfondire i suoi corollari particolari. Tutto sta cambiando, quindi tutto può cambiare. L’idea di famiglia, di casa, di matrimonio, di coppia, di unione sentimentale. E ancora l’orientamento sessuale, le ambizioni nella vita e l’idea di essere parte di un insieme in movimento quindi la cellula più piccola di un organismo immenso che non si cura del funzionamento di ogni suo piccolo atomo.
Ci si incontra e ci si allontana in Seni e uova. Ci si scopre e ci si dimentica nell’oblio dei giorni che passano. Ci si chiede quale sia il valore di un singolo evento, di una singola discussione. E, a volte, si scopre, o si intravede, un semplice spiraglio: è importante tutto quel che ci colpisce ed è desiderio comune averne esperienza, approfondirlo. Piuttosto blanda come chiusa a effetto. Tuttavia, è una frase che contiene una saggezza disarmante e una provocazione difficile da metabolizzare.
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