Il bullismo è una forma di violenza, o meglio un rapporto di forza violenta, che si instaura tra due entità caratterizzate da un profondo squilibrio. Parlo di entità poiché la vittima è solitamente da sola, un singolo individuo, mentre il perpetratore è abitualmente un gruppo capeggiato dal bullo più carismatico, autoritario e fascinoso. Dalle pubblicazioni scientifiche che ho avuto modo di studiare, faccio riferimento soprattutto al volume Prevenire e contrastare il bullismo e il cyberbullismo, emerge un dato che a prima vista è sorprendente: i bulli non sono personaggi dai tratti grotteschi, la violenza incisa nei globuli rossi e dal passato tragico e fortemente traumatico. Sono, al contrario, statisticamente degli individui con un’ottima capacità cognitiva, socialmente di successo e in grado di manipolare (provando piacere nel mentre) i sentimenti degli astanti. Ciò non significa che il bruto dagli occhi stretti, il naso schiacciato e le movenze da rinoceronte sia un’astrazione metafisica, ma solo che, considerando le occorrenze del fenomeno, è più probabile ritrovarsi di fronte a una persona incapace di gestire la propria traboccante empatia cognitiva e altrettanto inetta nel dare valore all’empatia emotiva (poco coltivata in questi soggetti). Dove è possibile ritrovare, in letteratura, una figura che centra nel bersaglio queste caratteristiche? In Heaven, della solita Mieko Kawakami.

Heaven è una storia che bilancia con funambolica destrezza la luce e l’oscurità. Per certi versi è straziante, ai limiti del sostenibile e coinvolgente come solo la sofferenza umana sa essere in determinati frangenti. Al contrario, in sequenze ispirate da un ottimismo poco cialtrone e molto propositivo, emerge anche il rovescio della medaglia, ossia la possibilità di trovare la gioia all’inferno.
Il romanzo ha per protagonista un ragazzo strabico delle medie giapponesi (quel periodo che in Italia va dalla seconda media al primo anno delle superiori) bullizzato da un gruppo di compagni di classe che lo sottopongono a delle torture francamente disgustose che ricordano la passione degli inquisitori spagnoli dell’età moderna. Un giorno, controllando sotto al banco scolastico, trova un biglietto scritto a mano e attaccato con lo scotch. In esso, un semplice messaggio che testimonia l’uguaglianza di due creature indifese alle prese con una violenza sistematica che le umilia e spersonalizza. Questo messaggio sancisce l’inizio di un’amicizia intensa e toccante con una compagna di classe, anch’essa presa di mira dai bulli, che ha avuto il coraggio di entrare in contatto con lui nonostante l’ostracismo di cui sono entrambi circondati. Il lettore si confronta gradualmente con l’intensificarsi del loro rapporto e con la strenua resistenza dimostrata nei riguardi di una condanna che sembra calata dall’alto senza un motivo preciso oppure, il che spaventa e atterrisce, per un motivo banale come un difetto fisico.
Il bullo che tormenta il protagonista è un ragazzo che ha successo nella vita. È nato e cresciuto in una famiglia benestante, ha un fratello maggiore altrettanto carismatico con il quale forma un duo che suscita l’ammirazione e l’invidia dei conoscenti, è di bell’aspetto, sa perfettamente come comportarsi con le ragazze e, a ogni suo cenno, la combriccola che lo circonda sghignazza come se avesse assistito allo spettacolo comico migliore di tutti i tempi. È, in poche parole, quello che verrebbe definito un vincente. Ciononostante, la sua propensione alla cattiveria è intensa quanto il fascino che lo facilita nel suo confronto con il mondo e la società. È curioso, forse genuinamente e per questo diabolicamente, di vedere come reagisce il corpo se sottoposto a supplizi di vario tipo e gode, letteralmente, nell’infliggere pene e ultimatum spietati. Impone delle condizioni, stabilisce autoritariamente delle regole e dà il via al gioco. In palio, ovviamente, c’è sempre e solo la declinazione della sofferenza secondo tutti i suoi attributi. Il romanzo non esplicita il giudizio degli adulti, in particolar modo dei professori, circa l’attitudine di questo ragazzo. Il silenzio che ne ammanta il comportamento sembra più che altro incentivare i suoi impulsi distruttivi rivolti verso l’esterno. Quel che emerge con forza è la sua capacità di soddisfare un desiderio per il semplice fatto di poterlo realizzare. Mette in pratica, coadiuvato da un branco di decerebrati senza spina dorsale che a malapena sanno articolare qualche pensiero di senso compiuto, quel che immagina perché, del resto, nessuno può impedirglielo davvero. Per l’istituzione scolastica è l’asso della squadra sportiva e uno studente brillante che frequenta un corso di perfezionamento che gli darà accesso a qualche scuola prestigiosa, per i coetanei è un semidio a cui tutto è concesso e, infine, per il protagonista, è il terribile spettro dell’inadeguatezza e della legge del più forte.

Come reagire in una situazione simile? Con la resistenza attiva. Ma cosa significa davvero resistere attivamente alle angherie quotidiane di un gruppo di violenti? Significa negare pubblicamente di ricevere questo impietoso trattamento solo per poi accumulare stress, tensione e nervosismo nella dimensione privata. Significa anche alienarsi dal proprio ambiente, desiderare di scomparire e tentare di fare, a questo mondo, il minor rumore possibile. La tentazione è quella di raggiungere uno stato larvale di non-esistenza che oscilla tra il suicidio e l’accettazione della completa irrilevanza dei propri bisogni. Il protagonista della storia ha dalla sua il rapporto speciale che va costruendo con la compagna di classe (e in misura minore quello che riesce a instaurare con la matrigna) ma sarà costretto a scoprire quanto sia pericoloso fare affidamento unicamente sugli altri. Allora non gli resta che mettersi in discussione, trovare le falle della realtà e quelle del suo corpo, al fine di scovare un senso sul fondo delle cose. Perché, un senso, si dice, deve pur averlo tutto ciò, non è vero?
Due personaggi gli presentano delle possibili risposte. Da una parte c’è l’amica, fragile e al contempo forte, energica e al contempo inerte, che è costretta ad aggrapparsi a un Senso ultimo, a un motivo che non renda vana la sua resistenza. Per lei, le vittime portano con sé un significato umano inestimabile, ossia la purezza della debolezza capace di sostenere qualsiasi attacco e di mostrare, con l’esempio, una strada diversa. Dall’altra invece, a sorpresa, si staglia l’idea cinica e fortemente gerarchica di Momose, l’unico membro della banda del bullo che sembra dotato di una spiccata intelligenza (sebbene malriposta), che crede nell’ontologica necessità di fare quel che si vuole fare. La vita, a sua detta, è frutto del caso. È il caso a decidere quel che avverrà e non si può far altro che accettarne le conseguenze. Gli esseri umani possono solo impiegare la propria forza per esaudire i desideri, consapevoli del fallimento dietro l’angolo. Niente ha senso. La terra altro non è che un lembo di terra da conquistare e una goccia d’oceano da bere. I valori sono illusioni, i legami sono finzioni (salvo poi dichiarare il suo affetto sconfinato per la sorellina, ché la famigghia è sempre la famigghia) e chi non riesce ad afferrare quel che vuole è solo un codardo inadatto all’esistenza. Il prototipo perfetto di vittima consapevole e impotente.
Heaven non predilige alcuna risposta. Mette in scena delle possibilità. Il lettore non dovrà far altro che cercare il proprio quadro nella vasta scelta di questa mostra che chiama vita e dargli un titolo. Un titolo che sia di conforto.

Photo by Raphael Wild

9 risposte a “Dai un titolo a questo quadro e ti dirò chi sei”

  1. Quando andavo io a scuola non lo chiamavano “bullismo” non davano un nome a quello che succedeva. Dicevano solo “esiste chi mena e chi le prende. Comportati di conseguenza e sii uomo”. Ma se il modello maschile di riferimento in casa tua è uno che mena e a scuola ti danno del f-word… Cosa fai? Vai a casa a piangere per prenderle doppie?

    Io non ti voglio dire com’è andata, immagina tu le conseguenze. Ti dico solo che non sempre i ruoli rimangono fissi, quando conosci la strategia poi ricopri il ruolo opposto a quello “predestinato” anche meglio di quanto gli altri credessero.

    Gifter

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    1. Spesso nei discorsi che hanno a che vedere con l’educazione e la pedagogia si tralascia il ruolo fondamentale operato dai modelli negativi. Ne esistono di positivi, capaci di instradare sulla via della supposta virtù, e quelli negativi che, sempre attraverso l’esempio, insegnano cosa NON fare, cosa NON diventare.
      Altrettanto spesso, però, l’esperienza del male è necessaria per calibrare la bussola del bene … condizione penosa, per terminare con la solita burla.

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      1. La virtù supposta è in grado di trasformare un modello negativo in positivo! Certamente sì!!!

        Io non ho detto nulla. Hai fatto tutto tu! ➕➕➕☣️🦠🏳️‍🌈💜😄

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      2. A questo punto ha senso concludere con l’ascolto integrale di “Verità supposte” di Caparezza

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      3. Mitico Caparezza! Avremmo voluto andare a un suo concerto nel 2020 ma poi il corona ha cambiato i piani

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      4. Anche io non ho avuto ancora il piacere, ma si rimedierà

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  2. intrigante questo lasciare al lettore la soluzione… vedrò se leggerlo 😊, intanto grazie per l’accurata recensione.

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    1. Qualora lo facessi, sentiti libera di condividere le tue impressioni! 🙂

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