La redenzione, prima di essere un’azione, è un proposito. Un nuovo modo di affrontare la vita che implica un radicale cambiamento personale, l’accettazione di un errore e la possibilità di far proprie delle caratteristiche che precedentemente venivano reputate sbagliate, ingannevoli, fallaci. Il redento è colui che, dopo aver buscato un forte raffreddore per essere uscito di casa in pieno inverno senza sciarpa né cappello, decide di vincere la sua ritrosia nei confronti degli zucchetti (i berretti da pescatore alla Hemingway) e accetta di aver perso il confronto con un’entità più potente, in questo caso la natura.
Ma cosa succederebbe nel caso in cui a metterci i bastoni tra le ruote fossero le stesse convinzioni umane?

Nella puritana Nuova Inghilterra vive una donna, forse ancora una ragazza, che nel pieno della sua rigogliosa giovinezza deve fare pubblica ammenda e donarsi corpo e spirito al ludibrio della folla inferocita. È bella, indubbiamente bella. Ha i capelli mossi, corvini, l’incarnato diafano ma non pallido e due occhi capaci di tentare anche l’anima più immacolata. Mostra un atteggiamento fiero e sofferente nel suo avvicinarsi verso il palco che la ridicolizzerà di fronte a tutta la cittadina. Quelli che fino a un momento prima erano pronti a spalancare le porte delle abitazioni per darle ristoro e compagnia sono accalcati ai piedi della gogna per sfruttare appieno il diritto della loro intransigenza. Intransigenza che nasce sì da un sentimento di morigerato rispetto nei confronti dei costumi e delle tradizioni religiose ma che si ciba, sfrutta e sorbe le pulsioni a lungo represse da uno stile di vita più castrato che casto. Ciononostante, ed è facile immaginare che taluni stiano meditando sulla giustizia del proprio atteggiamento, la consapevolezza della fragilità delle leggi rende la folla compatta e implacabile. Se accettassero un’evasione, pur piccola e ininfluente nel grande quadro generale delle cose, si creerebbe un precedente pericoloso ed eversivo. Tantopiù che molti di loro si sono trovati nella condizione di peccare e non l’hanno fatto. Desiderano, hanno un bisogno viscerale, di veder confermato il loro sacrificio. Ambiscono all’ordine e non possono accettare che lo status quo tanto a lungo preservato, e con quale dispendio di energia!, venga assassinato da una giovane adultera. Se fosse stato possibile, fin dal principio, cogliere il frutto proibito dall’Albero della Vita, non ci troveremmo in questa situazione, non è vero? Questo il pensiero che serpeggia, malevolo e innocente al contempo, nella piazza di questa colonia del diciassettesimo secolo.
Al centro della scena, una ragazza. Indossa una veste semplice che ne risalta l’armonia delle forme. Sul suo petto, a mo’ di stimmate, di marchio di proprietà, di codice identificativo, campeggia una fiammeggiante lettera scarlatta. È un monito per i presenti e una condanna per la protagonista, ma anche un rimpianto per il diavolo incarnato e il fiore più bello per una giovane anima da poco sbocciata sul suolo terrestre. Nonostante la giovane età, ha già vissuto. Ha subito e controllato la vita. Ha conosciuto le ristrettezze di un amore arido e infertile, i doveri di una rispettabile donna di casa, le asperità di un viaggio oltreoceano, l’allontanamento dalla propria dimora natale, dal nido famigliare, e, infine, la passione smodata e incessante che accende ogni cero rendendo il pianeta uno spettacolo terrificante e insopportabilmente delizioso. Adesso, al culmine del suo primo percorso, si deve necessariamente offrire sotto forma di agnello sacrificale. Deve riconoscere pubblicamente di aver infranto le regole, deve essere esposta al peccato che l’ha corrotta, al simbolo d’infamia che, d’ora in poi, la accompagnerà in ogni dove. Frutto inaspettato di questa unione extraconiugale è una bambina dalle fattezze singolari. Piange e ride come avesse il mercurio nel sangue, strepita, smanaccia, e stride alla ricerca di un equilibrio che molto a lungo non sarà in grado di trovare. È un folletto, è il dispetto incarnato. Ma anche la risposta a un sogno inespresso, di quelli che durante la notte vengono vissuti appieno solo per essere scordati al mattino.
C’è quindi una donna sul palco, che forse chiamare ragazza sarebbe riduttivo, sotto gli occhi di un popolo che necessita di veder confermate le proprie fatiche.
Il confessore della donna, incitato dai notabili della cittadina, la esorta a spiegare le sue ragioni ma, soprattutto, a fare il nome di colui che ha partecipato alla colpa. La supplica, quasi fosse animato dallo Spirito Santo e potesse così illuminare un frammento di Verità agli occhi degli astanti. A nessuno, tra la folla, in mezzo a contadini, artigiani, banchieri, giudici, prelati, viene in mente che sia il colpevole che chiede d’essere smascherato. A nessuno viene in mente che la sua umanità dolente non è tanto il segno di una finezza d’ingegno alta e rispettabile, quanto il grido d’aiuto del pavido che, ingabbiato nei panni del retto, del giusto e dell’incorruttibile, non ha la forza di dichiarare la sua passione e di conseguenza il suo coinvolgimento tutto mondano nella vicenda che si sta svolgendo.

Ester Prynne si scontra contro il muro monolitico del dogma e del pregiudizio. Subisce lo stigma dell’emarginazione per mezzo di una semplice lettera che essa stessa ha ricamato sul proprio abito. Il suo peccato consiste nell’aver ceduto all’amore per un’altra persona, a un amore corrisposto e travolgente. Lei, che viveva sola e da straniera in una patria lontana, aveva trovato conforto nell’amicizia del suo confessore. Lui, giovane uomo di Chiesa, sebbene fosse rigido e scrupoloso come ogni ecclesiastico doveva essere, era pur sensibile alle manifestazioni dell’umanità così perfettamente forgiate dal Creatore. Bastarono quindi pochi minuti, coronamento di una frequentazione lunga e vergognosa. Quei pochi minuti servirono a istillare nel confessore il seme della malattia che l’avrebbe ucciso e nella penitente lo stimolo per ricostruire una vita partendo da stracci, macerie e maldicenze.
Ester è una reietta e, badate bene lettori contemporanei che essere reietti non è “figo”, non è neanche lontanamente trendy, cool e anticonvenzionale, deve badare alla propria sopravvivenza e a quella di sua figlia. Non può avere rapporti diretti con il padre della piccola e l’ex consorte, giunto anch’egli in America dall’Inghilterra, dopo aver scoperto il misfatto si prodiga anima e corpo alla ricerca di colui che l’ha reso indirizzo di tante risate, di così aspre e indegne voci. La donna cresce nella comunità di chi l’ha messa ai margini, aiuta come può, sopporta, subisce e resiste. Studia, quando è possibile, affinando il pensiero e riflettendo sulla natura della sua colpa. Non se ne pente, mai, eppur ci ragiona, scandaglia il proprio io impietosamente per scovare il marcio che pur deve contenere se così in tanti la disprezzano. Presta soccorso, cresce la figlia e si rende il fantasma invisibile dal marchio di fuoco. Ristabilisce i contatti con la folla, qualcheduno scorda il significato della lettera A, altri, ironia celeste, la scambiano per l’iniziale della parola angelo. Lei soffre per la macchia indelebile che ha dipinta sul cuore e non sa, non può immaginare, che il confessore combatta quotidianamente con due nemici più forti di lui: il rimorso e il diabolico ex marito di lei che, insinuatosi nella sua vita, la allunga e ammorba per il solo scopo di godere di tanta sofferenza.
Se ci trovassimo ne La foresta dei Pigmei di Allende un’apparizione benevola scioglierebbe i nodi della narrazione. Ester verrebbe pubblicamente riabilitata, l’uomo di Chiesa riuscirebbe a confessare il suo rimpianto ottenendone il perdono e il diabolico medico svanirebbe come il fumo nero che s’alza al cielo quando il vento dell’umana compassione soffia impetuoso. Ci sarebbe un gran baccano ma, infine, tutto si risolverebbe per il meglio. Il lettore sarebbe soddisfatto e, forse, avrebbe imparato qualcosa. Non bisogna mentire. Essere sinceri è fondamentale. Le leggi, in quanto umane, sono piene di errori che solo il tempo emenderà. Cose così.
Invece siamo ne La lettera scarlatta di Hawthorne e il cammino non può essere tanto lineare. Ester riesce ad avvicinare il suo amante e a organizzare la fuga in comune. Fuga che viene scoperta e sventata. Il confessore, al limite delle energie fisiche e mentali, provato da un decennio di menzogne e ipocrisia, sente l’impulso di sciogliere la lingua e di gridare a gran voce, sul palco dove Ester fu umiliata, la sua colpevolezza. Ci riesce, ma la liberazione non è un canto di gioia, bensì l’ultimo verso del cigno prima di stramazzare. Il confessore muore e il mefistofelico medico, che da scienziato e studioso s’è fatto via via demone e poi diavolo, cessa di avere ragioni per cui vivere. Spenta la sorgente del suo odio si consuma con essa e scompare nei mesi seguenti. La piccola Perla, figlia della lettera rossa, eredita dal demone la fortuna materiale e dal prete la serenità della redenzione. Tornerà in Inghilterra e lì formerà una nuova famiglia mentre la madre, ormai calata nel ruolo della saggia consigliera di vita, attenderà il giorno fatidico in cui si ricongiungerà con il suo amato.
Delle anime non sapremo mai, ma i corpi vennero sepolti uno a fianco all’altro.

Photo by Kenny Eliason

3 risposte a “A come angelo adultero”

  1. Gli inquisitori tutti di un pezzo non fanno mai proprio l’invito di Gesù, a protezione di una adultera sottoposta a lapidazione, “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”.

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  2. Gli inquisitori integerrimi dimenticano quanto disse Gesù in difesa di un adultera condannata alla lapidazione: “Qui sine peccato est vestrum, primus lapidem mittat”.

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    1. Pietra che, in tal caso, raramente verrebbe scagliata contro il malcapitato di turno

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Scrivi una risposta a lyth karu Cancella risposta

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