Comincio col mettere le mani avanti. Anzi, mi faccio fare una perquisizione completa, non sia mai che passi per il cattedratico che pontifica verità scomode in quanto indovino-chiaroveggente-chiromante del paesino di Fuori Servizio (quello degli autobus che, al momento del bisogno, si dileguano solitari nei fumi della città). Io mi rendo conto di avere dei gusti particolari che spesso fanno a cazzotti con la normalità. E nemmeno li reputo superiori per motivi intellettuali, meditativi o armocromatici. Sono quelli che sono, li ho coltivati negli anni e siamo giunti al punto che, tra una serata a ballare e la lettura approfondita delle opere di Jacopone da Todi preferisco di gran lunga la seconda attività. Ciononostante, credo di aver sviluppato un certo talento nell’analisi critica dei prodotti culturali. Niente di sorprendente nei fatti, ma se una sceneggiatura oppure la traccia di un racconto fanno acqua da tutte le parti, tendenzialmente, me ne accorgo. Così giungiamo a un appello che mi esce dal cuore (e dal latte alle ginocchia) sul quale vorrei sinceramente ricevere pareri vari e spassionati. Pubblico di spettatori e di critici blasonati, riunitevi! Perché apprezzate tanto film come Dunkirk, Bones and All e Licorice Pizza?
Queste tre pellicole vedono la partecipazione di figure professionali all’apice della loro carriera e del loro genio inventivo. Abbiamo nomi del calibro di Christopher Nolan, Luca Guadagnino e Paul Thomas Anderson alla regia e Tom Hardy, Harry Styles, Timothée Chalamet, Sean Penn e Bradley Cooper tra gli attori principali o secondari. Sono nomi che fanno un certo effetto, soprattutto se letti tutti in sequenza. Mi rendo conto, inoltre, che sono personaggi che hanno dimostrato in lungo e in largo la loro bravura e, forse, di meritarsi di essere le stelle del jet-set. Qui non voglio mettere sotto processo la loro abilità né tantomeno la loro carriera pluridecorata, bensì le singole performance di tre film che, ahimè, reputo di uno squallore quasi impareggiabile.
Hanno delle caratteristiche in comune che è bene fin da subito sottolineare. Sono stati successi di pubblico e di critica e hanno anche fatto gridare al miracolo in alcuni casi. La fotografia di questi film, anche se il discorso potrebbe estendersi a ogni aspetto tecnico della produzione, è superba, davvero sensazionale. Nelle tre prospettive che scandiscono il tempo fallace di Dunkirk le riprese mostrano degli scorci impressionanti che riescono a trasmettere all’occhio di chi guarda una sensazione di cupa maestosità. L’oceano in tempesta, i soldati riuniti sulla spiaggia in attesa di veder compiuto il loro destino e le evoluzioni aeree che tanto hanno caratterizzato e deciso le sorti della Seconda guerra mondiale sono resi con una precisione impressionista tale da inchinarsi di fronte alla mente che ha concepito certe inquadrature. Stesso discorso per Bones and All. L’estetica è curata nei minimi dettagli, ogni scena sembra degna di essere immortalata in un dipinto o in una illustrazione da mostra d’arte contemporanea e gli attori si muovono sullo scenario come se facessero da sempre parte di quell’ambiente. Costruito ad arte, non c’è che dire, e gradevole alla vista. In Licorice Pizza dominano gli anni Settanta in tutto il loro splendore consumistico e glitterato. Si vede l’esperienza del Sessantanove appena trascorsa e anche l’acribia tecnica che ha riprodotto fedelmente un’ambientazione che risulta credibile, coerente e in grado di suscitare l’interesse di persone che, come il sottoscritto, non nutrono la minima simpatia per l’estetica dei ’70. Mi sto sperticando nelle lodi della fotografia e dell’impatto scenografico perché, a conti fatti, sono le uniche cose che mi sento in dovere di salvare per amor del vero e della cronaca. Tutto il resto, dalla sceneggiatura alle sensazioni suscitate da intreccio, dialoghi e colpi di scena, mi sembra il frutto di un enorme inganno, di una pernacchia cosmica alla quale stiamo abboccando con tanto d’amo, filo, lenza e canna da pesca.
In primis, ci terrei a sottolineare che il disagio non è poesia. Ossia che, nella sua essenza, i due concetti non sono sovrapponibili. Bella precisazione del cavolo, direte voi a ragione. E io vorrei non doverlo specificare ma, soprattutto pensando agli ultimi due film del mio terzetto, la questione è centrale se non strutturale. L’emarginazione è un fenomeno che dovremmo debellare dalla faccia della terra. Rappresentarla, in qualsiasi forma, può avere diversi scopi: didattico (insegnare, per contrasto, un modello positivo), documentario (per testimoniare che ci sono situazioni nelle quali purtroppo molte persone hanno perso la vita, i diritti e il benessere e che il nostro imperativo morale sarebbe quello di evitare che ciò accada di nuovo) ed espressivo (dotando l’evento raffigurato di un valore artistico e/o personale in grado di mostrare qualcosa di significativo). Sfruttare l’idea falsamente romantica del reietto, del ribelle, del fuorilegge e del diverso è un atto che denuncia una mancanza singolare di inventiva. Il realismo disagiato che permea le scene di questi film vorrebbe avvicinare il pubblico parlando la sua stessa lingua. Come a mostrare che l’ansia per le piccole cose, il non trovare un posto nel mondo e lo spaesamento esistenziale con cui tutti facciamo i conti a volte è degno di essere rappresentato nel dominio del cinema wannabe intellettuale (mai come in questo caso trovo calzante l’espressione intellettualoide). In sé, questo proposito, non avrebbe niente di sbagliato. Ciò che viene messo sotto i nostri occhi però rasenta il grottesco: personaggi che comunemente reputeremmo normali, benestanti e in grado di prendere la vita per le corna e di guidarla dove preferiscono si lasciano andare a un fiume di lamentele senza fine che non giunge mai da nessuna parte. L’etichetta di diverso non mostra l’inconciliabilità paradossale delle particolarità umane, bensì la spilletta d’orgoglio che gli anticonvenzionali dovrebbero appuntarsi al petto con tanto di pennacchio sul cappello. Ma chi sono questi “anticonvenzionali”? Individui che si riforniscono negli stessi luoghi dove vanno coloro da cui tanto vorrebbero distinguersi. Solo, nello scaffale adiacente. Se la controcultura viene venduta dalle stesse ditte, aziende e società che commerciano la cosiddetta cultura di massa, ebbene, io qualche domanda me la porrei.
Superando le retoriche stantie dell’individuo mostruoso che si fa carico del proprio marchio per affrontare la società brutta e cattiva (sul serio reputiamo romantico il rapporto pseudo-pedofilo di Licorice Pizza?) giungiamo al cuore di quello che dovrebbe essere un prodotto comunicativo. Il film, per essere apprezzato, dovrebbe avere uno scheletro coerente e riconducibile dallo spettatore a un determinato schema. Lo sperimentalismo è benaccetto, ma concepire una scaletta particolarmente eversiva e originale non la rende meritevole di lodi smodate da panegirico. Si può fallire, anzi, è necessario per perfezionare la propria tecnica. La semplice intenzione di creare una rottura nel codice espressivo non la rende artistica o qualitativamente rilevante. Sarebbe come tornare a dire che le prime canzoni di Young Signorino fossero figlie dell’Avanguardia marinettiana.
I dialoghi li definirei questi-sconosciuti. Non hanno personalità, sono vacui e apparentemente privi di senso. Quando il senso finalmente si palesa (e non sempre accade) lascia l’amaro in bocca, una sensazione aspra di incompiuto. Si vorrebbe giocare sul terreno instabile dei sottintesi e della vaghezza. In pratica ci si ritrova davanti a scene confezionate per essere delle belle copertine che strizzano l’occhio al feticista di questa o quest’altra tendenza. Adesso viviamo l’esplosione del true crime? Via, andiamo di vagonate di ricostruzioni a-r-t-i-s-t-i-c-h-e che ci mettono a contatto con le pulsioni più selvagge di serial killer e squilibrati. Cosa vende di più oggi? La maglietta di Stranger Things? C’mon, è tempo di produrre in serie film nostalgici con bambini sulle biciclette che divorano i chilometri della loro squallida provincia, che giocano di ruolo e ci mostrano quant’erano belli gli anni dell’immissione della droga nelle piazze di ogni realtà urbana dell’Occidente (non che abbia qualcosa contro le droghe, sia chiaro, qui mi riferisco agli abusi che purtroppo hanno devastato il tessuto sociale di intere regioni).
Le sequenze dei film mal si sposano tra loro, il filo della narrazione è costantemente interrotto da eventi innecessari e francamente fuorvianti, succedono cose per il puro gusto di far succedere cose. Quindi va bene che un quindicenne si comporti come un imprenditore di trent’anni e corteggi una donna che potrebbe essere la madre (siamo negli anni Settanta, no? Allora caliamoci fino in fondo in quel tempo che tanto ci piace), va bene vedere due adolescenti che parlano come se avessero al contempo ottanta e cinque anni mentre sullo sfondo personaggi pazzoidi scorrazzano a piede libero senza una meta, senza sapere cosa stiano facendo, senza sapere perché abbiano sottoscritto questo diavolo di contratto e, infine, va sempre bene fare di una sequenza di deliziosi quadri un film che dopo due ore ti ha ammorbato tanto da condurti verso la libreria a prendere un bel manuale di ortobotanica applicata ai batteri.
Si esagera per il gusto di strappare una risata. Del resto, son piaciuti a tutti e prova ne sono le recensioni online. Il problema, dice la democrazia, deve essere mio. Torno a Jacopone da Todi. (l’ho citato due volte, mi beccherò d’esser definito snob …)
Photo by Ekansh Saxena





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