La follia è da sempre vista come una deviazione rispetto alla norma. In un mondo in cui è difficile procacciarsi il pasto giornaliero risulta inconsulto l’atteggiamento di colui che, scientemente o meno, afferra il collo di una gallina e la lancia in un baratro dove mai mano umana potrà raggiungerla. Ché l’abbia fatto per ripicca personale, quella gallina gli aveva beccato una mano facendogli terribilmente male oppure gli era stata sottratta indebitamente da un vicino sconsiderato, come forma di protesta, per dare maggior rilievo e salienza alle condizioni degli allevatori e dei cacciatori costretti a una vita di stenti, come forma di espressione del sé, nell’atto di dimostrare l’inutilità d’ogni azione o, al contrario, la pienezza di una privazione che si fa comunicazione, poi arte, poi gesto eversivo di rottura con l’orizzonte d’attesa della propria comunità, o per capriccio, poco importa. Nella cronaca del villaggio rimarrà l’aneddoto scarnificato e ridotto all’osso. Quel tale ha bruciato una risorsa preziosa mentre gli brontolava lo stomaco, ergo è matto che più matto non si può.

L’idea di una follia serpeggiante è suggestiva. Gli atti che contraddicono lo status quo vengono considerati con tanto d’occhi, causa di grande sbigottimento. L’ordine naturale delle cose va protetto e tenuto a debita distanza da coloro che ne vorrebbero fare un collage di bizzarrie e fraudolenti notizie. Va protetto, sì, salvaguardato dai paladini del buon senso e della ragionevolezza. Oggi giorno, essere ragionevoli, è sinonimo di lucidità mentale e superiorità morale, quasi a dire che mettersi a discorrere a cerchio sulla natura di un atto condannabile possa elevare i possibili colpevoli al ruolo di vittime illuminate.
– Sì, è vero, ho alzato la voce e le mani dopo aver finito la terza bottiglia di rosso scadente, le ho alzate perché quel ticchettio prodotto dalle stoviglie nel lavello mi ha irritato, sai quanto la cosa mi irriti, e quindi sì, è vero, l’ho fatto, ma adesso ti spiego, ci sediamo qui e ti spiego, com’è che ho alzato le mani e la voce e tutto diventerà dannatamente logico, maledettamente consequenziale e ragionevole. Te l’hanno mai detto che tutto ha una causa? –  
E via di questo passo a saltare tra una excusatio non petita e la successiva, con l’abilità funambolica di un saltimbanco capace di farti dubitare del colore del cielo. Alla fine, siamo esseri economici, o meglio, molte delle nostre funzioni sfruttano questo principio. Tra il tagliare di netto la testa al toro, pratica pericolosa che necessita di fermezza, coraggio e padronanza dell’immediato futuro, e l’ascolto accorato dello stesso toro che spiega com’è che un tuo parente figuri incastrato tra le sue corna, si preferisce di gran lunga la strada meno dispendiosa. Si accettano il rispetto che l’animale possiede per ogni forma di vita, maggiormente la propria, il diritto alla difesa personale, la legge dell’autoconservazione e la prorompenza di un diritto che si sa, quando chiama, è meglio rispondere presente. Ed è così che, appagato della spiegazione, volti le spalle al toro e sospiri di trionfo all’idea di non doverti curare dell’ennesimo impiccio.
La normalità è, di fatto, un garbuglio inestricabile. Una matassa impossibile da sciogliere, srotolare e definire. Quando si mettono le mani in pasta si scopre sempre di aver spolverato meno farina del previsto e così l’impasto si coagula attorno alle dita, nelle unghie e sulle sopracciglia dopo aver passato il dorso incriminato sulla fronte. Che la normalità sia un concetto piuttosto vago e indistinto lo dice, o meglio, lo testimonia Jack Isidore, uno dei protagonisti di Confessioni di un artista di merda di P. K. Dick. Ebbene sì, il razionale e science-oriented Isidore – e qui riecheggia l’ironia di Dick nel creare un legame inestricabile tra il ragazzo e Isidoro di Siviglia, lucido ed enciclopedico autore dell’Alto Medioevo – nasce a cavallo tra la Grande Guerra e la Seconda guerra mondiale, cresce formandosi un immaginario popolato da misteri scientifici e sostanziato dalle riviste popolari che consuma come il pane quotidiano e ben presto dimostra di avere le coordinate della vita tutte sballate. La sua bussola, tarata su una latitudine inesistente e una longitudine francamente discutibile, lo porta a condurre una vita sregolata e intimamente solitaria a causa della sua ferrea osservazione del metodo sperimentale. Jack lo applica con il fervore di un neofita fin da quando era bambino: osserva un fenomeno, lo analizza, propone un’interpretazione, ne sperimenta cause ed effetti, infine trae le sue conclusioni. Come può un tal pozzo di saggezza finire nelle grinfie della minchioneria? Facile, seguendo alla lettera il metodo attraverso il quale si suppone che si debbano ottenere solo risposte chiare, limpide e univoche. Se in un quotidiano legge della scoperta di Atlantide e del rinvenimento di un numero sufficiente di prove per considerare la notizia credibile, perché dovrebbe dubitarne? Perché lui, Jack Isidore, dovrebbe mettere in discussione la ricerca e lo studio di valenti individui che hanno ricevuto l’onore di pubblicare i propri pensieri su una rivista dal respiro così ampio (che vale per “popolare e molto venduta”)?
Quindi, lui che si considera uno scienziato della vita, che scompone minuziosamente qualunque dettaglio gli salti all’occhio pur di ricondurlo sulla via della ragione, è in realtà il personaggio più creativo e immaginifico di tutto il romanzo. È costantemente fuori posto, non incasellabile in questi States degli anni Cinquanta che prediligono l’operosità, l’intraprendenza e l’imprenditorialità di stampo ancora puritano (condite di vaghe ascendenze boccacciane, ma qui è deformazione professionale mia, lasciamo stare). Mentre sua sorella e il marito costruiscono strategie e impalcature per condurre l’esistenza perfetta (grande casa di proprietà in campagna, animali da fattoria negli acri di giardino/terreno e figlie viziate che non devono conoscere né fatica né difficoltà), lui non accumula capitale né investimenti, bensì pietre da collezione, stralci di riviste sugli avvistamenti più disparati di creature singolari e anni sulle spalle. La sua mente segue una logica piuttosto schematica e limpida che davvero si inquadra nei canoni del razionale. Durante la riunione di un gruppo di esaltati dalle idee complottiste partecipa a un avvenimento che sembra uscir fuori dalle storie sull’occulto di fine Ottocento: una donna viene ipnotizzata (tanti saluti al mesmerismo) e fatta possedere da uno spirito in grado di svelare il piano di una razza superiore che si sta attrezzando per distruggere la Terra e salvarne solo i membri meritevoli. Jack, che inizialmente era scettico, non può che convincersi alla luce di quanto va vedendo. La donna sembra davvero in trance e posseduta da una creatura superiore. Sembra davvero che essa parli con la sua bocca profetizzando sventure e sogni megalomani di ristrutturazione universale! Si lascia trascinare tanto dalla scena che l’autore nemmeno sottolinea la presenza di tutti i miei sembra. I criteri del metodo scientifico sono qua tutti rispettati del resto: ha osservato un fatto con i suoi occhi, empiricamente, ci ha ragionato sopra, ha formulato delle tesi e ottenuto delle conferme. Fatto, così si ottiene la conoscenza scientifica. Jack Isidore, contento come una Pasqua, riesce a cancellare i drammi della sua vita e della sua famiglia tuffandosi nell’attesa della prossima fine del mondo. Gli resta solo un mese da vivere, tanto vale goderselo in serenità!

Il mondo, ovviamente, non finisce. Quando scatta la mezzanotte che separa il ventitré dal ventiquattro aprile vive la crisi identitaria più profonda della sua esistenza. Come può sbagliarsi la scienza? Come può una certezza crollare con tanta facilità? Allora è vero che è un artista di merda, come gli dice sempre suo cognato Charlie, è vero che si è riempito di spazzatura il cervello perdendo di vista la realtà! Eppure, ha fatto del suo meglio, ha sempre cercato di aiutare e di venire in contro alle esigenze delle persone a lui vicine. Ma vedi un po’, tu guarda, forse forse … sono tutti artisti di merda, dal primo all’ultimo. Charlie, che si fa manipolare dalla moglie, lavora dalla mattina alla sera per dare corpo ai privilegi di cui la circonda e che viene stroncato prima da un infarto e poi si spara un colpo di pistola in testa dopo aver ucciso tutti gli animali della casa e aver attentato alla vita della stessa moglie. Fay, sua sorella e moglie di Charlie, che dopo aver vampirizzato il marito getta gli artigli su un giovane sposino ancora praticamente in luna di miele, portandolo a rovinare il suo matrimonio novello e conducendolo sulla strada dell’adulterio mentre Charlie agonizza in un letto d’ospedale. La signora Hambro, che crede nell’arrivo degli alieni e se ne sente emissaria sulla terra, creatura prediletta. Nathan, studioso senza spina dorsale che si fa irretire da Fay e che fa tabula rasa, terra bruciata, della sua vita solo per seguire le fattezze di questa donna carismatica e instabile. Tutti, tutti, pensa Jack Isidore, sono artisti di merda al par suo. E pensare che l’hanno chiamato pazzo, pensare che l’hanno definito nei modi peggiori ogni volta che ne hanno avuto l’occasione.
Adesso che lo sa può perlomeno ripartire dai suoi errori per migliorare la propria vita. Sarà difficile, forse non ci riuscirà appieno, ma conosce la strada. Lui sa di essere un artista di merda. Gli altri non lo capiranno mai. Ha accumulato, come tutti, una quantità sensazionale di spazzatura cerebrale. La saggezza, la pazzia?, risiede nel riconoscerla e nell’imparare a sfruttarla.

Photo by Cherry Laithang

4 risposte a “Tra saggezza e pazzia: spazzatura cerebrale”

    1. Troppo buono, ma fa un gran piacere

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      1. In realtà avevo postato qualcosa anch’io su questioni analoghe, ma tendo a farmi prendere la mano, divago, mi perdo. Questo tuo invece è efficacissimo, altro che troppo buono

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      2. Allora accetto umilmente il complimento. Mi fa piacere che tu l’abbia trovato efficace! 🙂

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