Sono le otto e mezzo di sera. Il cielo cambia tonalità slittando da un pallido azzurro a un più fosco indaco. Il sole s’abbassa all’orizzonte andandosi a nascondere dietro le nuvole. Nei loro disegni bianchi scorgi la sagoma di un palloncino, poi un carro, una sfinge, una staccionata. Si sprigiona una tavolozza di rosa, arancione e viola. La luce del tramonto macchia il cielo come fosse una tela macchiata di vernice. Osservi, apprezzi, ti senti riempire da una sensazione che non è estasi e non è felicità. Appagato, soddisfatto forse. Ecco come descriveresti ad altri il tuo stato d’animo. Mentre scorre, dietro al finestrino in movimento, l’immersione dell’astro nel mare, sospetti che tutto sia arte, tutto sia sublime se colto con i sensi predisposti a captare certe frequenze e sensibilità.

L’arte concettuale si basa su un cardine ben preciso: l’idea e il processo creativo posto alla base della sua genesi sono più importanti della resa estetica di un’opera. Privilegia la pura intuizione, la rarefazione, o meglio la sublimazione, di un gruppo sparuto di elementi che, disposti in una data maniera, agli occhi dell’artista diventano un pattern speciale, un viatico per mostrare uno scorcio nuovo sul reale.
Di intuizioni è difficile campare. Per loro stessa natura sono eccezionali e rare. Sono figlie di questa musa capricciosa che è l’Ispirazione, una figura neutrale che dispensa doni altrimenti inaccessibili a eletti che non sanno bene come giustificare tanta predilezione. Alcuni si trovano investiti dal ruolo profetico del vate, altri, più modesti, dedicano l’intera esistenza alla ricerca di una risposta impossibile da scovare. Poetico, romantico, addirittura mistico. Il concetto avvolge la materia cosmica come una pellicola trasparente e lucida. Grazie a esso è come se cambiasse forma, colore, intensità.
Un cavallo trascinato in una galleria non è più un cavallo, bensì la personificazione del tradimento, del popolo esausto oppure, per converso, del vigore selvaggio e dell’indomabile desiderio di libertà.
Una forchetta non è più una forchetta. Perché limitarsi alla sua mera forma-funzione quando è possibile incollarla a una parete e dimostrare così la messa al bando degli appetiti animali che ci allontanano da una vita priva di scossoni e traumi? Perché, quando è possibile vederci dentro l’universo, ci costringiamo a circoscrivere la vista ai singoli atomi che lo compongono?
Cosa dire invece di una tela bianca verniciata più e più volte di bianco? Simbolo dell’incomunicabilità? Della vanità d’ogni sforzo umano (quanto piace al mondo è breve sogno diceva il Petrarca)? Della presa di coscienza e di umiltà di un artista di fronte all’arte stessa che, nel tentativo d’essere raggiunta, sfugge sempre più dal controllo andandosi ad annidare più in là, sempre più in là, fuori portata?
Che io sappia uno solo di questi tre esempi è davvero una grande opera d’arte contemporanea, lascerò a voi stabilire quale.

Fissi la mano del tuo collega. Inclina il polso di trentasette gradi, poi di venticinque e infine torna alla posizione iniziale. Anche se non puoi esserne certo giureresti che con le dita è in grado di proiettare un piano cartesiano sul quale trasla gli elementi che ha davanti per combinarli efficacemente. Solleva un bullone, lascia che il macchinario con l’estremità a punta incida al suo interno una marca, la sigla unica del componente, e con le sopracciglia flessuose e accigliata accompagna il movimento meccanico con straordinaria grazia. Il processo è durato dieci secondi spaccati. Adesso, senza il tempo di riprendere fiato, il tuo collega ha tra le mani il prossimo bullone.
Ti senti l’anello di una lunga catena. Il primo di una processione burocratica. Eppure, tutto ciò ti dimostra che puoi influenzare il mondo. Le automobili, gli elettrodomestici, le mensole e gli apparecchi digitali. Tutto viene progettato, eseguito, ricalibrato da mani e menti umane. Sei parte di tutto questo.
Sulla via di casa ripensi ai gesti del tuo collega. Qualcosa ti è rimasto impresso, forse indelebilmente.
A conti fatti, credi sia un artista e il suo lavoro un arte.

Se il nucleo pulsante dell’arte è divenuto la sua possibile giustificazione siamo ormai impanati e pronti per essere fritti nell’olio bollente. Se è diventata il terreno dei sofismi e della speculazione sterile c’è tanto sul quale soffermarsi. Se è stata costretta nei recinti della burla, della presa in giro e della pernacchia galattica, potrò personalmente ridere sulle macerie di quel che fu un pennello, uno scalpello, un piano regolatore, falangi e falangette.
La storia etimologica del termine è interessante: la radice sanscrita ad testimonia l’andare verso, il movimento, l’adattare, il produrre e costruire. In latino l’ars rappresenta un vasto campionario di significati che può convergere nel gran cappello delle “tecniche utilizzate al fine di produrre qualcosa”. Giungiamo all’arte, di diretta derivazione latina, termine che per antonomasia pare dire tutto e niente. Ma è davvero così? Forse, ma alcune caratteristiche possono essere sottolineate: ideazione, tecnica e risultato.
Un’opera d’arte non può essere vuota, priva di alcun appiglio emotivo-intellettuale-sociale-culturale-spirituale e compagnia cantanti. Deve essere rilevante nel senso in cui evidenzia una determinata visione del mondo, un sentire individuale o collettivo, uno scorcio, pur infinitesimale, reputato degno di nota o l’espressione fine a sé stessa di una qualsiasi impressione forte a tal punto da generare la volontà di immortalarla o cristallizzarla anche solo per qualche istante in più. Allo stesso tempo questo concetto iniziale deve essere sviluppato attraverso la tecnica, quell’insieme di abilità e conoscenze che raffinano lo spunto in mondo tale da imprimergli lo stilema del suo creatore e il ricordo della tradizione che lo ha nutrito. La tecnica non conferisce staticità e non esprime necessariamente pedissequa imitazione, bensì è lo strumento attraverso il quale mettere in mostra efficacemente il proprio messaggio. Per ultimo viene il risultato, il barlume estetico che illumina la tecnica e corona l’idea. Un’opera che abbia in spregio l’estetica finale è monca perché manca di una parte. È elitaria perché crea una barriera rispetto alla sua qualità più fruibile e immediata. È ingannevole in quanto tende a colmare questa distanza attraverso le parole colte, esperte e apparentemente puntuali dell’autore e degli eminenti critici.
Ciò non significa che sia necessario affrontare l’arte in maniera schematica e rigorosamente matematica. Non esiste il ricettario o il prontuario del grande artista. Anzi, rimescolare le proporzioni e l’importanza dell’idea, del processo e della resa finale è proprio quel che ci si aspetta dalla grande mente e dal genio creativo. Portare all’estremo questo dosaggio può condurre sulla via delle provocazioni. Penso a Duchamp, a Piero Manzoni, a Fontana e perché no, anche a Warhol e Pollock. Le provocazioni sono vitali per la creazione artistica perché tendono a portarne al limite la definizione stessa. Individuano e indirizzano l’attenzione sulle nuove esigenze del pubblico e della società, rompono le regole del canone e ci giocano a battaglia navale, si danno arie e assumono pose da innovatori, trasgressori e avanguardisti. Sebbene ricoprano questo ruolo fondamentale, è necessario ricordare che pur sempre di provocazioni si tratta. La loro istituzionalizzazione non fa altro che privarle della carica eversiva tanto sconvolgente che le accompagna e sostanzia. Applicare il principio dell’imitazione, fare insomma dello sberleffo irriverente una scuola, è contraddittorio e pericoloso. La rottura di ogni codice espressivo presuppone la piena conoscenza del codice espressivo stesso. Imitare una frattura senza questa consapevolezza significa far danni per il puro gusto di farlo. Significa vandalizzare, più che creare. Proseguire su una strada per il semplice fatto che, come nel ciclismo, ci sono dei sostenitori anonimi sul ciglio a fare il tifo.
Il concetto così inteso diventa solo un cavallo (nave) di Troia per entrare nel mondo dell’arte che conta, quel circolo ristretto in cui, spesso, le prese in giro vengono considerate troppo sul serio.

Sei sul water e tiri lo sciacquone. L’acqua dello scarico fatica a trascinare i tuoi scarti via con sé. Un dilemma ti coglie: guardare o non guardare? Alla fine, umano troppo umano, decidi di farlo. Una colonna si staglia inattaccabile al centro della visuale. È maestosa e al contempo disturbante. È un po’ come te, contraddittorio e unico. Certi lati del tuo comportamento ti spaventano, altri ti inorgogliscono. Ciononostante, entrambi fanno parte di te e devi accettarlo. Scarti e Primi Piatti sono da considerare come i poli di una stessa struttura, il meno infinito e più infinito degli asintoti.
Forse … ma no, è esagerato. E invece …
Sì, hai prodotto dell’arte.

Photo by Redd F

Una replica a “Respirare è arte (e non l’arte di respirare)”

  1. La presa di coscienza e di umiltà di un artista … impaurisce lui stesso; da un lato il lavoro quotidiano che può connotarlo e farlo crescere di consapevolezza e dall’altro il raggiungimento della vetta, che, non è mai raggiunta perchè non statica nè fissata per sempre. E in questo non tutto … il passato è perduto, ma anzi foriere di recuperi e innesti di ciò che si vive e si elabora nel sonno … L’arte concettuale si basa su un cardine ben preciso: l’idea e il processo creativo posto alla base della sua genesi sono più importanti della resa estetica di un’opera.

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