L’universo è sterminato. A tal punto che, la mente umana, non riesce nemmeno a figurarselo e a comprenderne la grandezza in termini numerici. Non ci sono basi, altezze, profondità e tempi capaci di inculcare nel nostro cervello (una macchina biologica dalla stupefacente complessità e dalle risorse quasi sovrannaturali) un indizio, una traccia o un’orma della minima parte del grande contenitore cosmico nel quale ci troviamo. Questo vasto sistema è mozzafiato. Tanto che, grazie al telescopio James Webb, siamo riusciti a cogliere una sua riproduzione che sembra riportare la firma di un grande artista concettista o astrattista. È bello, disordinatamente armonioso e armoniosamente disordinato. È maestoso come solo l’infinitamente grande sa essere.
In questa landa sterminata di vuoto pneumatico e corpi celesti ce n’è uno piuttosto familiare. Il pianeta Terra per l’esattezza. Terzo pianeta del Sistema Solare e parte della Via Lattea. Questo geoide presenta delle caratteristiche a una prima occhiata banali. Le sue dimensioni sono modeste come modesta è la stella che la illumina. Rispetto ai suoi fratelli maggiori, come Giove e Saturno, impallidisce e si nasconde puerilmente dietro l’ombra della luna. Peccato che, in termini umani, sarebbe come coprire la nostra intera persona con un berretto da neonato. Ciononostante, come in tutte le storie che si rispettino, benché piccola, semplice e austera, ha in serbo per il creato quello che viene definito “miracolo della vita”. Per una serie incalcolabile e non meglio specificata di trasformazioni, cambiamenti, processi, distruzioni e ricomposizioni di ordine biologico, chimico, fisico e un tantinello ingegneristico, su questa Cenerentola dello spazio si sono prodotti un’atmosfera, un clima abitabile, delle creature adatte alla sopravvivenza e infine la Natura con la n maiuscola che ci circonda e di cui facciamo parte.
In quanto esseri umani siamo un granello infinitesimale di un granello a sua volta infinitesimale. Un tornado, un maremoto, un’eruzione vulcanica, un terremoto e un diluvio universale ci appaiono eventi catastrofici dalla portata divina sebbene siamo in grado di spiegare per filo e per segno i motivi alla base di tali avvenimenti. Eppure, sono piccoli spostamenti, ciglia perse al vento nel grande mare delle cose. Se un tifone colpisse la Florida potrei, nella mia vita, non venirne mai a conoscenza. Se un sisma scuotesse la mia casa dalle fondamenta un giapponese potrebbe tranquillamente vivere senza dedicare energie alla mia sorte. Questo per dire che ciò che ci sembra grande è in realtà infinitamente microscopico se considerato dal sistema di riferimento dell’universo. Altolà! Siamo chiari: non significa che siano eventi poco importanti, tutt’altro. Significa solo che, se non lo avessimo capito, ci compete ben poco nel grande schema dell’esistenza. Così poco che non agire deve proprio essere un crimine beffardo e crudele nei confronti del cosiddetto miracolo della vita.
Noi. Così fragili e al contempo capaci di adattarci e sopravvivere contro ogni pronostico. Noi, polvere che grida e strepita mettendo su una tempesta di sabbia. Noi, che della nostra casa abbiamo bisogno come dell’aria che respiriamo. Noi, che questa casa la stiamo distruggendo e la cui medicazione (perché di cura totale non si può parlare) posticipiamo per un idola cognitivo tanto sciocco che ci riporta al proverbiale vedere per credere. Non è il pianeta ad aver bisogno di noi, siamo noi ad aver bisogno di lui.
Bandirei qualunque atteggiamento disfattista e fatalista dal dibattito sui cambiamenti climatici. Non perché siano irrazionali, fuori luogo o controproducenti. Anzi, la verità è che sono alquanto giustificati e comprensibili. Il problema è però molto semplice: una disfatta non possiamo permettercela. Badiamo bene a un fatto nudo e crudo: anche se nei prossimi secoli la razza umana dovesse estinguersi niente e nessuno piangerà la nostra dipartita. Mettiamoci l’anima in pace senza attendere l’intervento salvifico del Gilgamesh o del Noè di turno. Al contrario, tra esseri umani possiamo compatirci, supportarci e capirci. Il cambiamento deve partire da noi, svilupparsi in noi e finalizzarsi in un sistema dinamico in cui siamo ben consci del nostro ruolo e della nostra posizione.
Salvare il pianeta. Non trovate sia un’espressione travolgentemente arrogante? Anche nella più rosea delle aspettative (rispetto integrale degli Accordi di Parigi, dietrofront di TUTTE le società industrializzate, in via di sviluppo e potenziali, abolizione degli allevamenti intensivi, smaltimento innovativo di rifiuti e alternative energetiche a impatto zero etc.) noi non avremmo salvato la Terra, bensì avremmo salvaguardato la possibilità di sopravvivenza di un significativo numero di specie animali e vegetali del suo ecosistema (umani inclusi). Probabilmente è un discorso noioso che troverà molte resistenze concettuali. Come per il disfattismo anche questa posizione è comprensibile. Ha poco appeal come narrazione. E non sono io a dirlo, che conto quanto una cicca calpestata sotto le suole a un drive-in, ma la stragrande maggioranza della comunità scientifica (circa il 96%) e voci autorevoli e competenti del panorama intellettuale globale. Farò riferimento alla voce che personalmente trovo più gradevole, quella di Safran Foer. Per chiarezza bisogna sottolineare il fatto che non abbia una formazione scientifica, non è un climatologo o un esperto di cambiamenti climatici. Ciononostante, visto che ha dei figli e non vorrebbe che vivessero in un mondo post-apocalittico violento caratterizzato dalla penuria di qualsivoglia risorsa primaria, ha trascorso molti anni a raccogliere materiale riguardante questa macro-tematica sfruttando i propri contatti nel mondo scientifico, studiando in prima persona e consultando gli esperti delle discipline che se ne occupano. Foer ha pubblicato due libri sull’argomento e al centro delle sue osservazioni compare sempre il tema dell’allevamento, del suo impatto insospettabilmente deleterio sui cambiamenti climatici e della necessità di accompagnare le decisioni dei poteri costituiti (come i governi e le associazioni internazionali) con la scelta di campo personale.
Bisogna fare dei sacrifici individuali. Potremmo riassumere una parvenza di soluzione in questa formula. Bisogna fare dei sacrifici individuali ed essere lungimiranti, pazienti e un pelo speranzosi. Un antico proverbio indiano recita: Non ereditiamo la terra dai nostri genitori ma la chiediamo in prestito ai nostri figli (è parafrasato, sto andando a memoria).
Vorrei proporvi alcuni dati emersi dalle ricerche di Foer, con tanto di ovvia documentazione nell’apparato al termine del libro ché mica siamo tra dilettanti e fanfaroni qua, dopo aver riassunto brevemente in cosa consisterebbero questi sacrifici individuali. Mangiare molta meno carne (se possibile meno di un chilo a settimana pro capite). Incentivare la transizione eco-sostenibile delle città. Adottare uno stile di vita tendenzialmente (non integralmente) vegetariano (non per forza vegano). Trovare alternative alla locomozione privata. Prendere sensibilmente meno aerei. Evitare ogni forma di spreco (dalla luce accesa in una stanza vuota ai rimasugli di cibo lanciati ai netturbini). Non fare le pecore ogni volta che un nuovo trend indica una direzione diversa verso cui pascolare (ché dietro un trend c’è quasi sempre un grosso brand. E dietro il grosso brand? L’interesse economico. Al mercato non interessa il tuo benessere. Tende a riprodursi e a proliferare per sostentare sé stesso).
L’estinzione di massa più letale avvenne duecentocinquanta milion di anni fa, quando le eruzioni vulcaniche rilasciarono una quantità di CO2 sufficiente a far salire la temperatura degli oceani i circa 10 gradi centigradi, segnando la fine del 96 percento della vita marina e del 70 percento della vita terrestre. Questo evento è noto come la Grande Moria.
A livello globale, l’umanità sfrutta il 59 percento di tutta la terra coltivabile per crescere il foraggio per il bestiame.
Un terzo di tutta l’acqua potabile usata dall’uomo è destinata al bestiame, mentre un trentesimo appena è utilizzata nelle case.
Il 70 percento degli antibiotici prodotti nel mondo sono utilizzati per il bestiame, e riducono l’efficacia degli antibiotici nel curare le malattie umane.
Il 60 percento di tutti i mammiferi presenti sulla Terra sono animali allevati a scopo alimentare.
Sul pianeta ci sono all’incirca trenta animali allevati per ogni essere umano.
Per eguagliare l’attuale livello di consumo di carne e latticini, ogni abitante del pianeta nel 1700 avrebbe dovuto mangiare 430 chili di carne e bere 4500 litri di latte al giorno.
Gli alberi sono “serbatoi di carbonio”, vale a dire assorbono CO2.
Circa l’80 percento della deforestazione serve per ottenere terreno da utilizzare per la produzione di foraggio o il pascolo del bestiame.
[…] il metano ha un potenziale di riscaldamento globale (GWP) – ovvero una capacità di intrappolare il calore – 34 volte più elevato rispetto alla CO2 […] il protossido di azoto ha un GWP che è 310 volte quello della CO2 […] il bestiame è la fonte principale di emissioni di metano […] e di protossido di azoto.
Jonathan Safran Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena. Guanda, 2018.
Alcuni di questi dati sono stati discussi, studiati e posti sotto revisione. Per correttezza bisogna segnalare una oscillazione modesta per alcune percentuali. In particolare, per quella sull’impatto dell’allevamento sulla crisi climatica (si oscilla dal 14,5 % al 51%, le ricerche sono rispettivamente del 2006 e del 2009). Ad oggi, gli esperti propendono per un valore che si avvicina sensibilmente di più al secondo che non al primo.
Larga la foglia, stretta la via,
dite la vostra che ho detto la mia.
Photo by Robert Lukeman





Lascia un commento