Si sente parlare costantemente di stereotipi, pregiudizi e comportamenti tanto piatti da rivaleggiare le fantasiose idee di chi crede che il pianeta Terra sia un cracker povero di sale alla deriva nello spazio profondo. Se ne sente parlare così tanto che, a volte, è lecito chiedersi quanto le singole parole, e gli annessi concetti che esprimono, siano state traviate, rispettate o trasformate. Si può condurre un esperimento piuttosto semplice in merito: come connotate il termine “stereotipo”? È necessariamente una caratterizzazione povera, un concetto iper-abusato e sterile, incapace di generare alcunché all’infuori di un rigurgitino postprandiale? È, peggio ancora, qualcosa di necessariamente sbagliato e intrinsecamente negativo?
Umile avviso ai naviganti: la risposta è no.

Uno stereotipo, in narratologia, è un personaggio, o meglio una caratterizzazione, di stampo tipico. Per tipico si intende un insieme di proprietà e attributi legati dall’appartenenza a un referente facilmente riconoscibile. La volpe, ad esempio, viene tipizzata come una creatura furba e intelligente, spesso meschina e ruffiana ai limiti dello stomachevole. Trovarsi di fronte una rappresentazione cruda e patetica di un volpino simpatico e ingenuo che si fa intortare da un fagiano genera sorpresa, ad alcuni divertimento e ad altri irritazione. Non lascia indifferenti perché, al di là della qualità della caratterizzazione, questa scelta disattende l’orizzonte d’attesa. Lo stesso discorso varrebbe per un gallo che si fa battere a braccio di ferro da una gallina o da un pulcino oppure, per incunearci nel mondo umano, per un uomo greco inospitale, un italiano incapace d’intendere l’arte, il buon gusto nel cibo e nella moda, uno statunitense che non consideri tutto il globo il suo giardino-colonia personale e via discorrendo.
Queste tipizzazioni hanno un vantaggio fondamentale dalla loro parte: l’immediatezza. Ebbene sì, sono facilmente riconoscibili, dirette e spesso non hanno bisogno di particolari conoscenze pregresse per essere apprezzate. Stilizzano la realtà come il disegno del caricaturista, ma l’entità della distorsione è tale che anche un neonato ne coglierebbe i contorni grotteschi e parodici. A livello cognitivo, si potrebbe dire, rappresentano un vantaggio invidiabile: raggruppando un’enorme quantità di informazioni in un singolo insieme svolgono una pulizia di primavera economica e addirittura eco-sostenibile!
Ciononostante, non siamo qui per decantare le virtù degli stereotipi, ma solo per illustrarne alcune caratteristiche salienti. Dopo avervi dimostrato che non sono solamente costrutti diabolici inventati dai poteri forti per soggiogare il vostro potere d’acquisto, giungiamo alle principali criticità che possiedono. Innanzitutto, come ogni schematizzazione che tende a generalizzare, sono superficiali. Nel modo in cui, per capirci, ci si ferma all’abito del monaco e non al manganello di legno che nasconde dietro la schiena in pieno stile Frate Tuck. Poi, rischiano di impoverire la rappresentazione del reale privilegiando la stanca ripetizione di un canovaccio ben collaudato rispetto alla viva osservazione di quel che ci accade intorno. È il destino patito dalla Commedia dell’Arte nel Settecento la quale, incapace di discostarsi da un repertorio efficace ma stantio, si è vista declassare dal nuovo dramma borghese di impianto realistico e spregiudicatamente quotidiano. In poche parole, è Goldoni che smaschera Arlecchino, Pulcinella e Pantalone. Inoltre, irrigidiscono il multiforme, accidente fondante l’esistenza, nella pigra forma di una statua incapace di comunicare.
Ciò detto, bisogna rifiutare la natura tipizzante e livellatrice dello stereotipo?
Sì! Cioè no. Assolutamente no. Non esisterebbero individui a tutto tondo se non potessero distinguersi da quelli piatti e, a maggior ragione, non avremmo personaggi macchiettistici in grado di strapparci sonore risate o di farci piangere, strepitare, saltare, danzare ed emozionare.

Ho l’esempio che fa per voi: La fantastica signora Maisel. Mi dispiace dover elogiare in maniera sperticata un prodotto di Amazon ma non ne posso fare a meno. Per quelli di voi che non sanno di cosa io stia parlando si tratta di una serie televisiva (che di televisivo non ha niente, è fruibile esclusivamente in streaming sull’amico azzurro) comica ambientata a cavallo tra gli anni ’50 e ’60. La protagonista, una giovane donna sposata e con due figli, scopre di voler diventare una professionista della risata dopo un’esibizione fortuita da ubriaca in sottoveste all’interno di un locale frequentato da artisti da strapazzo e musicisti tutt’altro che orecchiabili. Le cinque stagioni della serie sono incentrate sulla storia di Midge Maisel, della sua agente e amica Suzy, di Joel Maisel e delle loro famiglie. Appaiono anche numerosi e gustosi personaggi secondari, ma il centro di gravità permanente si incardina sulle avventure dei Weissman-Maisel.
Questo prodotto, perché di prodotto studiato letteralmente a tavolino si tratta, ha un grandissimo pregio: quello di mettere in mostra sfarzosamente tutto l’artificio che si cela dietro uno spettacolo ambientato in un periodo storico diverso dal presente. L’estetica degli anni Cinquanta-Sessanta è stata ricostruita con talmente tanta cura da fare il giro e diventare ostentazione barocca e divertita. Il setting non è realistico, gli ambienti sono tali da sembrare dei giocattoli per bambini (di fattura eccezionale), i personaggi sono stati liberati da un catalogo di macchiette e il mondo intero ha una connotazione confettosa, zuccherosa e vagamente plastificata. È un museo consapevole di esserlo che gioca sul distacco cronologico tra l’oggi e il passato. Non c’è nostalgia in quel che viene mostrato, anzi, ogni citazione a fatti e personaggi realmente esistenti (una costellazione infinita che brilla nella serie di continuo) evidenzia sottoforma di controcanto ironico una stortura, una contraddizione o una idiosincrasia dell’atmosfera artificiale che fa da sfondo alle vicende. Si ha la costante impressione di trovarsi in mezzo a uno spettacolo teatrale all’interno del quale le comparse svolgono il ruolo dei ballerini dell’opera lirica. Nulla è lasciato al caso, nemmeno i movimenti di un povero operaio che compra il pane dal fornaio. Tutto è coreografato, organizzato e architettato fin nei minimi dettagli. I personaggi si inquadrano nello stesso meccanismo: macchiette su macchiette, quindi stereotipi su stereotipi, si affastellano, avvicendano e incontrano interagendo nei modi più inaspettati e saporitamente burleschi. Spesso, la logica dei dialoghi e degli avvenimenti è puramente formale come se ogni scena fosse un immenso gioco di parole, tutto un qui-pro-quo. A volte, al contrario, il realismo rientra dalla finestra per stuzzicare l’emotività dello spettatore.
La fantastica signora Maisel è un enorme carrozzone di brillantini, coriandoli e manierismi. È uno stereotipo ambulante affascinante, coinvolgente e genuinamente divertente. È uno di quei casi in cui l’artificio più esibito e sfrenato si dimostra accattivante al punto di diventare, in determinati passaggi, uno specchio fin troppo lucido e preciso.
È, in conclusione, la risposta al guanto di sfida lanciato dal post-modernismo alla creatività umana. O meglio, una possibile risposta.

Photo by Heidi Kaden

3 risposte a “Coreografie confettose”

  1. vista, qualche tempo fa. Simpatica, sì, ma una stagione è più che sufficiente per me intollerante alle serie TV.
    Interessante l’intera introduzione al pezzo.

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    1. Nonostante anche io non sia esattamente un divoratore di serie tv (anzi, a dirla tutta sono piuttosto analfabeta in merito) devo dire che questa in particolare l’ho apprezzata tanto da concluderla. Capisco le difficoltà nel portarla avanti ma, da intollerante alle serie tv, deve aver qualcosa di speciale se hai visto tutta la prima stagione!

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      1. sì, ha quel mix di leggerezza e sostanza ben miscelate 😉

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