La bellezza della lingua risiede nell’essere un organismo vivente. Respira, sbaglia, cresce, si modifica. Non può essere interamente calata dall’alto né essere plasmata da zero con la pretesa di renderla universale. Non ammette purismi integrali né giochi combinatori nevrotici e sconclusionati. Ciononostante, è lontana dall’essere la soluzione intermedia, il compromesso. È, tuttalpiù, una continua negoziazione. Prevede l’altro, l’interazione. L’integrazione tra suoni, lettere e significati, ad esempio. Ciò che più colpisce è la sua arbitrarietà. Tale è la sua natura, tali lo sono i processi che la riguardano e arricchiscono. Uno di essi prende il nome di ipercorrettismo: la tendenza di un parlante con una competenza limitata nella lingua che sta usando di ridurre le eccezioni e i casi particolari alla norma per un meccanismo di falsa analogia. Aprito per aperto (magari nella bocca di un dialettofono). Bevere per bere (di un bambino che sta ancora formando la padronanza linguistica). Ando per vado (di un parlante che impara l’italiano come lingua seconda).
Considerata la natura della lingua di trasformarsi in base all’uso che se ne fa, non è impossibile che un ipercorrettismo entri a far parte del vocabolario di un gruppo sempre maggiore di persone. In casi del genere, in un momento impossibile da precisare, quello che da molti verrebbe definito un “errore” si tramuta in un neologismo a tutti gli effetti. Per il sistema lingua e le sue realizzazioni concrete, le bellissime langue e parole identificate dal linguista svizzero De Saussure, è irrilevante stabilire da quale punto abbia origine l’arbitrarietà linguistica, se da un errore, da un processo naturale oppure da un’imposizione dotta. Bisogna prendere atto del cambiamento senza arroccarsi come vecchi rapaci sui merli di un castello. Anche perché conoscere una parola in più è sempre meglio di conoscerne una in meno (e nessuno vi punterà mai la pistola in testa qualora doveste usare un termine fuori dall’uso, desueto o francamente ridicolo).
È lecito distinguere tra errore ed errore ed è necessario non fare di tutta l’erba un fascio. Così come ce ne sono di fantasiosi, innocui e folkloristici (l’origine del nome Azzorre [açores “sparvieri” che erano nibbi], frutto del mancato riconoscimento degli uccelli dell’isola durante la sua prima esplorazione) ce ne sono altri che è giusto sottolineare con la proverbiale penna rossa (magari come la definizione di “controrivoluzionari” associata al movimento per la democrazia in Cina precedente alla strage di piazza Tien-An-Men).
Arriviamo così a un obbrobrio linguistico che voglio proporvi personalmente. È probabile che qualcuno lo abbia già usato, ma magari senza stabilire un rapporto con il fenomeno linguistico da cui prende l’ispirazione: l’ipercommentismo.
Per fortuna è un nome parlante, ossia autoevidenzia il suo significato piuttosto palese. L’ipercommentismo è, a quanto posso vedere, un’attività che intrallazza l’umanità fin dall’alba dei tempi. Che ci si trovi di fronte alle vecchie comari di paese, ai crocicchi di viaggiatori e pellegrini d’età medievale oppure ai commenti di una valanga di soprannomi anonimi sul web poco importa. Siamo soliti condividere le impressioni, il vissuto e le esperienze che raccogliamo nel corso della vita. E lo facciamo spesso a cuor leggero, in maniera disinteressata, senza attenderci particolari risultati. Ebbene, preso atto di questa lodevole propensione dell’animale sociale umano, mi chiedo quanto lo sviluppo dei nuovi media, e in generale delle tecnologie della comunicazione, stia impattando sulla nostra forma mentis.
L’idea, ad esempio, che chiunque debba, di norma, avere un profilo pubblico con la sua vita privata è quantomeno bizzarra. Ossimorico, rigurgiterebbe un libro sulle figure retoriche. E le sue implicazioni non sono poi meno singolari: il profilo pubblico contiene informazioni sensibili, spesso ma non sempre inserite volontariamente, che ci definiscono in quanto persone. Le pubblichiamo così, fissandole sulla bacheca virtuale globale, per renderle in qualche modo immortali (benché si tratti di un’immortalità fittizia e relativa). Presupponiamo che ci sia un pubblico disposto a interessarvisi e che il contenuto di questi stati sia significativo di per sé. In questo senso, in parte, si realizza ancora una volta l’assioma di McLuhan sulla finalità del mezzo comunicativo. Inoltre, dopo aver volontariamente ceduto ogni frammento di privacy ecco che la privacy stessa diventa una questione, una nuova materia sulla quale legiferare attentamente (non che sia stata inventata negli ultimi anni, ma sto scrivendo di un diverso modo di intendere le informazioni personali). Da ciò ne deriva che ogni individuo produce una quantità di dati sorprendente. Sconosciuti, amici, neonati, animali domestici, tutti hanno un profilo. Spesso, tra l’altro, quelli degli animali hanno più successo di quelli umani a riprova del fatto che se un beagle sapesse giocare meglio a calcio non avremmo bisogno di Cristiano Ronaldo e del suo nome diventato ormai un marchio. Tutti questi dati incitano alla produzione. Se non per convinzione per emulazione e analogia. Pochi hanno la tempra di opporsi a un atteggiamento che, in Occidente, sembra aver conquistato lo spazio come un liquido. Ma i caratteri di questa produzione quali sono? Quantità sopra la qualità (che non significa che non ci sia qualità), superficialità sulla profondità, semplicità sulla complessità, immediatezza sulla pianificazione (come a dire “pancia” sulla “testa”), salienza sull’approfondimento e frammentarietà sull’organicità. Sintetizzando: stiamo sempre con la bocca aperta, metaforica o meno che sia, e spero che non sia l’unico cresciuto sentendosi dire “chiudila che entrano le mosche”.
Dire tanto sempre è necessariamente un male? Non credo sia scritto da nessuna parte. Ciononostante, io credo lo sia. Non è fisiologicamente possibile avere sempre qualcosa di interessante da dire, soprattutto su ogni argomento dello scibile umano. La proliferazione incontrollata di commenti, opinioni e sedicenti analisi inquina lo spazio del dibattito pubblico poiché, in prima battuta, colma di calcestruzzo la nostra percezione di vetro. Di vetro non in quanto fragile, trasparente o debole, bensì per la sua sensibilità. Sentire la necessità di esprimersi per partito preso, per il puro bisogno di generare comunicazione, è sintomo di un disturbo da trattare in sedi specialistiche e non un atteggiamento da incoraggiare per associarsi al gran carrozzone mediatico. Così come è vero che il silenzio non è garanzia di intelligenza (il muto può tenere la bocca chiusa per mancanza di idee valide) è altrettanto vero, statisticamente, che se si passa tutto il santo giorno a parlare si saranno dette più castronerie che altro.
A differenza di quel che può sembrare il mio non vuole essere un intervento morale o luddista. La riflessione nasce da una contraddizione di fondo: premesso che ogni opinione ha valore e merita rispetto è davvero sano fungere da cassa di risonanza per qualunque pensiero ci transita nel cervello? A volte, trovo che sia un atteggiamento triste. Sembra testimoniare l’incapacità di stare al passo con i tempi elusivi e rapidi della società di oggi. Il fondamentale istinto di imprimere una macchia, un’orma, un segno del nostro passaggio. Come se il commento che nessuno leggerà, sotto miliardi di altri commenti, rappresenti in verità l’Io che, assimilato dalla massa, grida “presente” all’appello. Forse, l’ansia che si prova quando si deve riempire un silenzio è analoga al nervosismo che nasce quando si sente la smania di dover esprimere la propria opinione su qualunque argomento. Ha una funzione, per tornare alla linguistica, fatica, ossia si occupa del canale comunicativo. Scrivere un commento non ha quindi il merito di aver prodotto un contenuto, bensì quello di aver confermato di essere ancora dall’altro lato del telefono.
Pronto, ci sei? Sì, ci sono. Mi senti? Ti sento? Tu ci sei? Certo, ci sei. Aspetta, adesso mi senti? Pronto, pronto? Ci siamo, menomale.
Photo by Quino Al





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