Abracadabra è una formula magica. È una parola apparentemente priva di significato che assume il senso di un incantesimo nel momento in cui soddisfa delle condizioni di tipo psichico, ambientale e sentimentale. In molte culture, così come in molti sistemi fantastici che si possono trovare in letteratura, nei fumetti, nei giochi e in ogni mezzo che tratti il sovrannaturale, la magia è un ente astratto che si fa corpo. A volte è un fluido da canalizzare, altre una fonte segreta dalla quale attingere come in un pozzo metafisico. È la manifestazione dell’invisibile, l’evidenziazione delle segrete corrispondenze del reale, l’evocazione di un qualcosa di sorprendente, potente e tuttavia connaturato alla natura stessa.

La formula magica, a stringere molto, di cosa si compone? Di simboli, ossia di segni dotati di un particolare spessore che rimandano ad altro. E i segni in questione cosa sono? L’unione di morfemi a loro volta formati da grafemi (le lettere), foni (il loro suono) e fonemi (le unità linguistiche fondamentali che, ad esempio, ci permettono di riconoscere una coppia minima come panna e canna). Andando a scavare nell’origine semiotica, se così si può dire, della magia risulta difficile distinguere le sue proprietà da quelle del linguaggio. Anche la comunicazione evoca dal nulla degli elementi. E lo fa senza limiti di sorta! Può creare interi universi grazie alla sua infinita produttività e creatività e conferisce l’accesso a dei reami impraticabili altrimenti. Tutto il nostro progresso tecnico-scientifico si basa sulla capacità, che l’homo sapiens sapiens ha sviluppato, di concettualizzare e razionalizzare i fenomeni che ci circondano attraverso dei linguaggi economici e adatti alla loro descrizione. Per dirla con il Galilei: la natura è un libro scritto in caratteri matematici. A ben vedere, quindi, la facoltà linguistica è già magica di per sé, senza dover scomodare antichi orrori sepolti nell’inconscio collettivo oppure le più gettonate fate, elfi, gnomi e compagnia circense.
Noi esseri umani ci pensiamo. E pensandoci ci modifichiamo. Modificandoci troviamo nuovi spunti per pensare e riavviare la catena di montaggio. Il bilancio di questo procedimento non è mai neutro. Qualcosa di inaspettato si perde e altro, di parimenti inaspettato, si guadagna. Sui binari della capacità linguistica (la langue) viaggiano i vagoni delle realizzazioni concrete, le parole effettivamente usate nella vita di tutti i giorni (la parole) che plasmano, in concomitanza con una miriade d’altri fattori intendiamoci, la realtà. A ciò si aggiunge che la lingua è un sistema arbitrario, che dà un nome alle cose senza seguire un pattern ben preciso e universale. Perché l’italiano cane diventa un dog inglese o un perro spagnolo? “Cane” è forse più prototipico, più, perdonatemi, CANE di perro o dog? No, in ultima analisi, no. Esistono ovviamente dei termini più influenzati dal referente esterno (dall’oggetto designato, in questo caso l’animale quadrupede tanto carino che molti ospitano in casa come compagno domestico in sostituzione di marmocchi vari) come i lessemi onomatopeici e quelli che ricadono nel gran cappello del fonosimbolismo. Tartassare, chiurlo, fruscio e ticchettio sono parole che in qualche modo evocano il loro significato o, quantomeno, lo intensificano nel momento in cui lo si scopre.
Chiudiamo l’enorme parentesi e tiriamo le somme. Se è vero che ogni esistenza è unica, irripetibile e un universo a sé stante, se è vero che l’uso che facciamo delle parole dipende da chi siamo, da come ci sentiamo e dalla nostra posizione nel e con il mondo, se è vero che siamo portati a “personalizzare” il significato delle parole arricchendole di sfumature (è la maggior salienza del significato connotativo su quello denotativo, la “definizione”) … come è possibile capirsi gli uni con gli altri?
Mi chiedo quante volte se lo sia chiesto il buon Pirandello.  

Pirandelliano, a seconda del critico e dell’interprete, può diventare un complimento come un’offesa. In alcuni casi sembra sinonimo di artificioso, cervellotico, concettuale e non-necessariamente astruso, mentre in altri lo diventa di aggettivi quali intellettuale, sagace, mordace e strutturalmente brillante. La verità dove si posiziona? Un po’ dappertutto, a essere sinceri. Tutti questi ingredienti concorrono nelle opere di Pirandello in varia misura e, a mio modestissimo e umilissimo parere, le occasioni in cui quelli positivi prevalgono sono in netta maggioranza. Per noi abitanti del ventunesimo secolo è difficile immaginarlo, specie in Italia, ma il gran girgentino è stato un rivoluzionario, specie nella produzione teatrale. Oltre a essere un autore molto prolifico (anche per motivi strettamente economici, di sussistenza familiare) ha spaziato nei generi più in voga, come il teatro borghese e quello di prosa, giungendo alle opere metateatrali più trasgressive (come i Sei personaggi in cerca d’autore) approdando fin sul versante del teatro mitico che vagamente ammicca al teatro di poesia. Insomma, una produzione eclettica e sfaccettata che ben rappresenta il polimorfismo dell’ispirazione pirandelliana e, al contempo, dimostra tutta la coerenza del suo pensiero. Grandi mutamenti di prospettive, in lui, non avvengono. Perlomeno, non appaiono come strappi e rotture, bensì come evoluzioni (quasi necessarie) di presupposti precedenti. Pirandello non è solo la maschera, elemento pur importante ma banalizzato da tanta didattica pedante, l’umorismo e la pazzia. Dietro la maschera vive il conflitto di chi vede la vita come un fluire continuo e inarrestabile, un movimento incessante che si fa beffe del tentativo umano di imbrigliarla in una forma. Dietro l’umorismo risiede il tragicomico sentimento di un’umanità tutta, in varia misura, arrabattata su posizioni inadeguate, sì, ma che funzionano e devono funzionare. Nella pazzia non vede una patologia, uno stato deforme oppure una malformazione genetica bensì un punto di vista. Una prospettiva. Non necessariamente corretta, anzi, foriera di intuizioni legate a doppio filo alla tragedia. Ma in quanto tale nobilitata e rivalutata come strumento di libertà e affrancamento da una norma comune che, per Pirandello, è quanto di più ossimorico possa esistere sulla faccia della Terra. In questo fertile humus condito dall’incertezza dei tempi in cui vive crescono rigogliosi i suoi personaggi incastonati nei ruoli sociali come tanti uccellini in gabbie dorate. Le persone si ritengono sane per poi dubitare di questa loro sanità e i devianti, i matti, gli emarginati patiscono la claustrofobia della loro condizione senza dimenticare di avere una luce, una lanternina, con cui farsi spazio nelle tenebre. Ché tanto, prima o poi, il fiume in piena travolgerà tutto e tutti e allora, proprio allora, sanità e pazzia verranno spazzati assieme, senza distinzione.

Ma se è tutto qui il male! Nelle parole! Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch’io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sè, del mondo com’egli l’ha dentro? Crediamo d’intenderci; non c’intendiamo mai!
– Pirandello, Luigi. Sei personaggi in cerca d’autore (pp.20-21). Edizione del Kindle.

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