La capinera è un piccolo uccello passeriforme che deve il suo nome al fatto di avere la testa come coperta da un cappuccio scuro. A differenza di un altro passeriforme, il pettirosso, non gli hanno dedicato lodi sperticate né gli hanno ispirato delle figure supereroistiche. La capinera è conosciuta fondamentalmente da due tipi di persone: gli amanti del birdwatching e del Verismo italiano di fine Ottocento.
La capinera è un animale che appare fragile a ogni distanza. Che sia mentre si libra nel cielo, sopra un ramo fiorito oppure nei palmi delle mani, sempre offre al mondo una squisita debolezza che fa rima con una bellezza discreta, semplice e poco appariscente. Verga, a mo’ di introduzione del suo romanzo-racconto Storia di una capinera, la descrive in un attimo triste, mentre consuma questa sua virtù che si fa tragicamente condanna. Ebbene, l’autore ricorda di aver assistito alla cattura di un uccello appartenente a questa specie e di come venne subito messo in gabbia e colmato di ogni attenzione e leccornia. È questo un comportamento singolare degli esseri umani i quali, un po’ come in Mattatoio n°5 di Vonnegut, tendono a musealizzare la bellezza vivente incuranti della sofferenza che pur si reca a queste creature tanto adorate e tanto ammirate. La capinera in questione, abituata alla libertà di movimento e d’espressione (sebbene limitata pur presente), alle correnti ascensionali e ai frutti maturi che cadono a grappoli sul terreno, ai vermi, al terriccio umido e a quello secco, alle intemperanze del meteo e alle ricche distese di azzurro infinito, si ritrova circoscritta nella proverbiale gabbia d’oro. Servita e riverita da mani e menti amorevoli, si consuma nella prigionia come un cero gettato nel fuoco del camino. È incapace anche solo di accettare il bene che gli viene offerto, lascia il cibo intoccato come in un’offerta tributata al signore del vento. Chiede solo d’essere liberata, di rivedere ancora una volta il viaggio delle nuvole e quello degli insetti, di sentire la fragranza dei fiori selvatici e di posarsi, infine stanco, su un qualche cespuglio e sprofondare. Di tutta questa nuova comodità non sa che farsene.
Questa breve introduzione alla vicenda ha una valenza proemiale quanto ermeneutica. Fornisce al lettore la cosiddetta chiave di lettura dell’opera instaurando un parallelismo in divenire con quanto andrà scoprendo. Esistono cuori, a detta di Verga, sensibili e non in grado di sopportare certe oscillazioni e complicazioni della vita. Sono cuori a cui basterebbe il tepore di un focolare domestico, l’onesto sudore della fronte e una staccionata sulla quale arrampicarsi per vivere serenamente senza togliere nulla al cosmo e al prossimo. Ciononostante, è un proposito difficile da raggiungere, quasi una sfida ai limiti dell’impossibile. Spesso, i suoi personaggi, nella tensione di avere qualcosa di piccolo si ritrovano a perdere qualcosa di grande. È un movimento prospettico che fa da contraltare al cannocchiale. Si prende l’universale, la felicità di un’anima timida, lo si miniaturizza in un caso specifico e contestuale, Monte Ilice, in Sicilia, ai piedi dell’Etna, e se ne dimostra la consistenza di cristallo che lo caratterizza.
La storia viene portata in scena esclusivamente attraverso le lettere che la protagonista, Maria, spedisce alla sua più grande amica, Marianna. Entrambe sono ragazze giovani, hanno da poco superato la maggiore età, dei pressi di Catania che hanno deciso di intraprendere la vita monastica. Lì, nel convento, si sono conosciute e hanno stretto la loro grande amicizia. Di tutto questo però Verga non ci fa parola. Il loro rapporto è già un dato di fatto, un elemento del passato. Fin dalla prima lettera è possibile capire che il destino delle due giovinette è ben diverso. Se è vero che entrambe escono dal convento prima di prendere gli ordini ufficiali e di celebrare le nozze con Cristo e si allontanano dalla città per scampare al colera, Marianna, la cui famiglia è piuttosto benestante, non entrerà mai più nelle austere aule a differenza di Maria che lì troverà la morte.
La protagonista è cagionevole di salute, ma l’aria di Monte Ilice la rimette al mondo in men che non si dica. Ben presto conosce la nuova famiglia del padre: una matrigna, una sorella e un fratellino. Essendo un’educanda non ha grandi conoscenze del mondo esterno al chiostro e per questo vive emarginata dal contesto produttivo della campagna. Nessuno si preoccupa di insegnarle alcunché, tutti sanno che presto o tardi tornerà da dove è venuta per non ripresentarsi mai più. Il clima della convivenza è disteso, con qualche punta di acredine rappresentata dalla matrigna che mal digerisce questo peso improduttivo per la famiglia. Tuttavia, i mesi si succedono come l’alternarsi delle stagioni e Maria è entusiasta della natura e dei rapporti semplici che riesce a instaurare con il padre, la sorella, gli animali dei campi, il boschetto dietro casa e la famiglia dei Valentini, vicini e amici del genitore. Ed è attraverso la loro frequentazione, piuttosto ritrosa e casta a dirla tutta essendo lei timida di natura e plasmata (plagiata) dai confessori e dalle consorelle che le hanno istillato una serie di dogmi che oggi farebbero ridere anche i polli, che scopre di avere un corpo di donna e una mente atta ad amare altro che non sia esclusivamente la Trinità. Nino, il giovane figlio dei Valentini, diventa l’oggetto del suo narrare prima e del suo desiderio poi, e insieme alla sorella di lui Annetta rischiarano ancor di più queste sue giornate di spensierata libertà. Non ha altri bagagli se non la sua tonaca consunta, non ha suppellettili che non siano le foglie cadute degli alberi. È uno spirito libero dal principio del possesso, sebbene sia succube delle convenzioni sociali e religiose. Nello spazio di qualche settimana la sua narrazione si fa più concitata, animata, spasmodica. È alternata da silenzi ambigui, da omissioni significative che sottolineano un turbamento che prima d’essere fisico è spirituale. Sa di essersi innamorata, ma sa altrettanto bene che, per lei, ciò significa peccato. E il peccato le entrerà nelle carni e nella mente come un veleno subdolo e invincibile, tanto più si rivelerà pericoloso quanto più si avvicina la data del suo rientro nel convento. Maria, infatti, ha maturato una nuova visione della vita. Non l’ha travolta sistematicamente, non ha raggiunto chissà quale verità filosofica dell’essere. Si è resa conto di un fattarello semplice e innocuo quanto rivoluzionario: il mondo è grande e sa essere bello. Ma come coniugare questa bellezza alla sua purità? Alla sua casta osservanza delle regole che le proibirebbero non solo di fare, bensì anche di pensare una felicità diversa da quella teologica? Per lei, già cagionevole di costituzione, è impossibile fronteggiare questa tempesta del dubbio. Sa di non voler diventare monaca, ma sa anche di non potersi opporre. A peggiorare la sua condizione ci si mettono una febbre improvvisa, alta e destabilizzante, e la consapevolezza che il suo sentimento è, in realtà, corrisposto. Con il garbo di un gentiluomo cortese e poco campagnolo, Nino tenta l’impresa di comunicare il suo sentimento proibito con la premura più che con i gesti e le parole. Queste attenzioni, lungi dal confortare Maria, la spediscono direttamente sul patibolo della coscienza. La febbre s’alza ancor di più, l’epidemia di colera scema, è tempo di tornare al convento. Ed è quel che accade. Non avvengono concessioni sentimentali di sorta al lettore che tanti altri esiti vorrebbe per Maria. Nel convento si sente come una creatura indifesa all’interno di una fortezza inespugnabile. Ha tutta l’intenzione di dimenticare la sua follia d’amore e di conformarsi alle regole delle altre monache ma il suo immaginario è stato solleticato dalla libertà e non è in grado di tornare indietro. A ciò, malignamente, si somma la notizia dell’imminente matrimonio di Nino con sua sorella. Unione che, se non bastasse, si consuma nel convento in cui Maria è rinchiusa e nel quale non può mostrarsi ai suoi famigliari che come una delle tante ombre, o fantasmi, che popolano quel sepolcro. L’esito della sua esistenza viene scritto in quel fatidico momento. La febbre prenderà il sopravvento e lei, trattata alfine come una pazza, stremerà nell’infermeria del chiostro pregando un’amica di consegnare le ultime lettere a Marianna. Con una foglia sulle labbra se ne va Maria, capinera delicata e inadatta al rigore della clausura.
Dio mi userà misericordia e mi farà rivedere i miei cari …
M’hanno detto che anche questa lusinga è un peccato, e che bisogna rassegnarsi ai divini voleri …
– Storia di una capinera, Verga, pagina 101.
Bestiale accanimento quello della clausura forzata. Se ne voleste un’altra prova, benché letterariamente meno appagante, potreste leggere I misteri del chiostro napoletano di Enrichetta Caracciolo.
Photo by Serhii Stets





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