La letteratura, come sistema, è capace di esprimere i valori di un’intera comunità. È un megafono gentile che li riproduce e perpetua, soprattutto attraverso quelle opere che resistono al trascorrere degli anni, i cosiddetti classici. Un’opera letteraria può essere analizzata sotto tantissimi punti di vista diversi, da quello storiografico a quello biografico, da quello psicoanalitico a quello stilistico e così via, ma, benché la critica letteraria possa svelarci dei tesori prima invisibili, non bisogna dimenticare che rimane una storia scritta da un individuo, all’interno di un dato contesto e con l’intento di intrattenere un pubblico (dove per intrattenere si intende uno spettro ampio e variegato che va dal divertire all’insegnare).

Non si vuole dar qui una spiegazione del perché alcuni autori più di altri vengano considerati canonici e pilastri della tradizione culturale mondiale, ma è indubbio che se a distanza di anni le persone continuano a leggere dei libri facendone sopravvivere la memoria è perché al loro interno ci sono degli argomenti che continuano a essere fertili e a produrre nuove idee e interpretazioni, anche al di là dell’originaria intenzione dell’autore stesso.
Così, leggendo la Commedia dantesca, il Canzoniere petrarchesco, il Decameron boccacciano, Il principe di Machiavelli, i Ricordi di Guicciardini, Il giorno di Parini fino a comprendere tutte le grandi opere della tradizione italiana dalle origini ai nostri giorni avremo, noi lettori del ventunesimo secolo, un vademecum dell’identità italiana durante la sua formazione e il suo consolidamento. Sebbene valori e disvalori siano mutati nel tempo, già la Commedia e il Canzoniere sono separati da un burrone invalicabile, questo filo conduttore che va dal XII secolo a oggi testimonia l’evoluzione del pensiero e della società dei luoghi che attualmente abitiamo. Non si tratta di dare una spiegazione spirituale e mistica a supporto dell’importanza della letteratura, al contrario si vuole dimostrare come abbia avuto un impatto pratico nella vita di tutti i giorni. E questa vita, moltiplicata per gli abitanti che si sono succeduti nel tempo e nello spazio, ha gettato le fondamenta della nostra identità e ha costruito tutto quello che ci circonda.
Perché la civiltà umana e urbana è fiorita inizialmente vicino ai grandi fiumi come il Fiume Giallo, il Tigri e l’Eufrate, il Nilo e il Gange? Perché per una civiltà che iniziava a essere sedentaria e sfruttava l’agricoltura come mezzo di sostentamento era necessario impiegare grandi quantità d’acqua e terreni ricchi di minerali e composti organici in grado di favorire la crescita delle piantagioni.
Perché i borghi italiani sono tra i più belli al mondo? Perché grazie alla politica signorile del mecenatismo gli artisti sono stati incaricati di dimostrare la potenza dei loro protettori attraverso lo sfarzo di un’arte monumentale e grandiosa.
Perché la lingua che utilizziamo, l’italiano, è così particolare? Perché è il frutto di secoli di riflessione sulla lingua stessa che ha portato innumerevoli intellettuali a confrontarsi sulla sua forma e sul suo destino; l’italiano nasce come tutte le altre lingue romanze ma, proprio grazie all’opera di grandi letterati, arrivò ad assumere una forma cristallizzata e alta che arrivò addirittura a essere incomprensibile per la maggior parte della popolazione. Per gli abitanti di molti Stati regionali italiani era alla stregua del latino, una lingua libresca, morta, usata solo dagli intellettuali.
Ovviamente ogni sistema ha valore finché questo valore gli è riconosciuto. In caso contrario quel che rimane sono solo vestigia e testimonianze indirette.

La differenza tra le diverse tradizioni letterarie e culturali diventa evidente quando, libro alla mano, si affrontano autori che appartengono a contesti lontanissimi dal proprio. Leggere un’opera di Allende è diverso dal leggere un’opera di Marquez o Borges ma sarà più simile ad esse rispetto a quelle di Saramago, Calvino e Bernhard. Nazioni diverse e continenti diversi raccontano la stessa storia ma letta attraverso percezioni non solo uniche ma, a volte, addirittura inconciliabili. Ciò vale anche per la letteratura giapponese che, fino a una certa altezza cronologica, è stata l’interprete di un territorio sconosciuto alla gran parte del resto del mondo.
Dopo il banchetto di Yukio Mishima è un romanzo che vede per protagonista una donna di nome Kazu, di estrazione rurale e popolare, che conduce una vita agiata e lussuosa grazie ai proventi del suo duro e indefesso lavoro. Infatti, questa matrona giapponese che tanto ha in comune con le famose geishe, è la padrona di un ristorante facoltoso immerso in uno splendido giardino. Questo locale è un luogo d’incontro privilegiato e vi si radunano personaggi di rilievo del Giappone del secondo dopoguerra. Tra i ricchi borghesi si confondono diplomatici, ambasciatori in pensione, politici di lungo corso e giovani energici e ambiziosi. Kazu, per sua stessa ammissione, ha avuto un passato turbolento e tempestoso: tante storie d’amore, avvenimenti tragici e melodrammatici, situazioni al limite della vita e della morte. È una femme fatale involontaria che soggioga per la sua esuberante bellezza fisica, una sirena novecentesca che usa la spigliatezza, la franchezza e la passione come strumenti sociali, economici e politici.
Benché abbia raggiunto la mezza età è ancora in splendida forma. Tuttavia, reputa tramontata la stagione delle grandi emozioni e dei grandi coinvolgimenti e si sente immune nei confronti degli uomini, dell’amore e del potere. Ciò cambierà drasticamente quando si innamorerà di un anziano ambasciatore ormai ritiratosi dalla scena pubblica. Il modo in cui il loro rapporto nasce, il malore di un collega dell’ambasciatore durante una cena organizzata proprio nel ristorante di Kazu, è indicativo di come si svilupperà in seguito. Al lettore queste due figure sembrano mal assortite, due calzini spaiati dalle fantasie incompatibili. Eppure, in virtù di un sentimento viscerale di Kazu, l’unione matrimoniale verrà celebrata e i due diventeranno a tutti gli effetti marito e moglie. Kazu ha visto nel marito le doti del guerriero mai domo, dell’eroe titanico in grado di opporsi anche al corso della storia. Un tempo è stato un politico di spicco sebbene in quel momento non sia altro che un signore anziano dimenticato dai più. Kazu e Noguchi comunicano e si conoscono formando vicendevolmente due costruzioni ideali, non interagiscono in quanto persone, ma in quanto idee. Così Kazu scambia l’indifferenza, il distacco, l’affettazione, la disillusione e la stanchezza del marito per nobili virtù d’animo, per la prova di un temperamento aristocratico e in via d’estinzione nella società. Altrettanto fa Noguchi che, passando dai conservatori ai radicali, si mostrerà incapace di superare le sue antiche convinzioni e che tratterà la moglie come un’educanda da riportare sulla retta via, una persona da salvare, istruire e proteggere da sé stessa. La passione di Kazu viene scambiata per selvaggia energia, la sua spontaneità per innocente ignoranza e la sua incessante attività come un modo per scalare quella gerarchia sociale che l’ha vista nelle posizioni più basse fin dalla nascita.
Entrambi ignorano il modo d’essere dell’altro e ciò, in definitiva, non potrà che avere delle tristi conseguenze. Quella che al lettore occidentale moderno parrà una semplice relazione disfunzionale è in realtà il campo di battaglia di due anime profondamente diverse e inconciliabili. Il romanzo, con una delicatezza e una riservatezza tipicamente giapponesi, mostra quanto sia impossibile, a volte, cambiare l’essenza di un’altra persona. Invita, stoicamente, ad accettare la realtà per quello che è nella sostanza e non nell’apparenza. Esiste ovviamente un’alternativa, una terza via: il compromesso. Esso, benché appaia come un nobile sacrificio, non sempre è praticabile e non sempre porta con sé i risultati sperati.
Infine, quasi a sorpresa, non è la disperazione a dominare la conclusione della storia. L’accettazione e il riconoscimento della propria natura consentono ai due personaggi di raggiungere una serenità che insieme avevano perduto. Come diremmo oggi: una radiosa e maggiore consapevolezza di sé. A riprova del fatto che può succedere a ogni età e che non esiste un data massima per scoprire e capire sé stessi.

Proprio allora l’ombra di un uccello sfrecciò attraverso la finestra aperta e una foglia appassita si staccò da un rametto che quasi toccava il davanzale e scivolando per l’aria venne a posarsi nel vaso. L’acqua si increspò appena, ma la foglia corrugata e giallobruna galleggiò, bene in vista, vicino all’orlo. Era brutta, come un insetto rattrappito.

Volse in su lo sguardo, fissando Yamazaki, e le lacrime le sgorgavano dagli occhi spalancati come acqua che sgoccioli da un vaso incrinato.

Ora il giardino era pieno di cose che Kazu ignorava; ogni giorno, rientrando in casa, Kazu ne portava con sé qualcuna e, facendola sua a poco a poco, la pestava in un piccolo mortaio… Cercava di sbriciolarla nel palmo delle mani, con le dita, come si manipola una medicina, ma quella messe di freschi, ignoti ingredienti non aveva limiti, e probabilmente avrebbe arricchito le sue dita senza esaurirsi.

Photo by Thor Alvis

Lascia un commento

In voga