Sei uno scrittore arguto, una mente fine e un illustre polemico. Una di quelle persone di cui tutti vogliono sentir parlare ma che nessuno vuole intorno. Perché ridere di un piantagrane eccellente è una cosa, mentre sorbirsi durante un pranzo tutte le sue stravaganze mette alla prova la pazienza dei più nobili anfitrioni.
Vaghi di piazza in piazza, di teatro in teatro e di salotto in salotto alla ricerca di un uditorio che faccia al caso tuo. Un pubblico attento e dalla mente aperta, capace di accettare una provocazione e di rispondere, se necessario, a tono. Ti sembra impossibile scovare un simile luogo nelle vie di Parigi. Allora ti appelli ai ricordi e consulti mentalmente i luoghi che hai visitato. La penisola italiana, la Spagna, il Portogallo … niente, nulla ti convince … la Nuova Francia, la Nuova Spagna, le colonie britanniche d’oltreoceano … sei ancora in alto mare, in balia delle onde finché … una sbronza. Ecco quello che serviva! Una sbronza per ottenere un nuovo punto di vista. E chissà, chissà … massì, la luna! Un luogo dove, ne sei certo, qualcuno pronto ad ascoltarti lo troverai.

Stati e imperi della luna è un titolo che parla da sé. Risponde al tipico gusto dell’intellettuale colto che vuole citare, o ispirarsi, alla letteratura antica. Se vogliamo è un titolo desueto, che tradisce la sua vocazione erudita. La particolarità di certe opere del passato è che spesso venivano scritte con il puro intento di sfidare sé stessi oppure la cerchia di studiosi del tempo. Ciò avveniva nei solchi della tradizione culturale che, per quanto riguarda l’Europa, ha avuto origine nel periodo classico della Grecia antica.
Scrivere non era visto come un mezzo per arricchirsi. Non per quella che, forse un po’ accademicamente, chiamiamo letteratura. I grandi del canone erano individui calati nel proprio contesto storico-culturale e non dovremmo fare l’errore di attribuirgli della caratteristiche anacronistiche. Sebbene si sostenga a ragione che il concetto di “pubblico”, in senso moderno, per quanto riguarda la lettura sia nato in seguito all’invenzione della stampa a caratteri mobili e del suo perfezionamento – dobbiamo arrivare quindi all’alba del sedicesimo secolo – la creazione di un vero mercato editoriale e di una globalizzazione della cultura non si avvererà prima del pieno Ottocento e lungo l’arco del secolo breve, di questo amaro-amabile scantinato di sogni e orrori che è stato il Novecento.
La scrivania dello scrittore era il vascello grazie al quale salpare verso i reami della comunicazione impossibile: il sogno di ogni autore era quello di connettersi con lo spirito del tempo e di potersi mettere alla pari con i grandi che lo avevano preceduto. In questo senso ci si trova di fronte a una lunga staffetta che scambia testimoni fin da quando i sumeri hanno avuto l’ardire di segnare i propri pensieri su delle tavolette d’argilla. È una storia, forse la più bella e antica, che continuiamo a raccontarci attraverso il lavoro di individui che hanno deciso, volenti o nolenti, per opportunismo o intima necessità, di rendersi portavoce di questa istanza umana fondamentale. Senza storie e senza elaborazione del vissuto saremmo alla stregua di animali bellicosi e selvaggi. Saremmo vuoti contenitori senza memoria.
Immaginate di trovarvi di fronte a un’immensa Biblioteca dell’Umanità. Quale sarebbe il vostro primo impulso: bruciarla come avvenne per quella d’Alessandria? Dedicare la vita a esplorarla? Passare oltre ignorandone grandiosità e brutture?
A ognuno di voi l’ardua sentenza.

Cyrano de Bergerac scrisse Stati e imperi della luna per donare i suoi occhiali bizzarri alla popolazione. Occhiali che gli permettevano di vedere la realtà in modo singolare, spesso eccessivo e caricaturale. Di occhiali concreti nell’opera non si parla, anche perché, per il naso che si ritrovava, sarebbe stato difficile forgiare la montatura adeguata. Come venne accolta la sua fatica? È una domanda pretestuosa poiché il suo autore morì, come avveniva di continuo, prima di vederla pubblicata.

Cyrano ha trascorso una bella serata con gli amici in una taverna. Ha bevuto e si è confrontato con loro. Eppure, gli manca qualcosa o più semplicemente non vuole che la giornata finisca e desidera protrarla con un’altra conversazione.
E se la luna non fosse altro che una seconda Terra? Un pianeta abitato, popolato da altri esseri umani che, similmente ai terrestri, vedono il loro pianeta come una Terra e la Terra come un’altra luna?
Gli amici del Bergerac si fanno beffe di lui e se c’è una cosa che ha sempre tenuto a sottolineare è che egli non sapeva tacere di fronte a una burla. Per questo decide di dimostrare loro che la luna è abitata e intraprende uno dei viaggi più assurdi della storia letteraria rendendosi degno precursore del fantasy e della fantascienza assieme.
Ebbene sì, attraverso espedienti pseudoscientifici e pseudofilosofici, Cyrano riuscirà ad allunare venendo a conoscenza della società che lì si è formata a tutta insaputa dei terrestri. Ogni suo incontro è motivato dall’intenzione dell’autore di esporre le proprie idee sull’universo e sui costumi umani, e in questo tradisce ancora una volta la sua vena erudita, ma sfrondando l’opera dei ragionamenti più astrusi e impraticabili agli occhi di un lettore moderno si giunge alla potenza inventiva che muove tutto il romanzo.
Gli abitanti della luna sono esseri umani a quattro zampe la cui struttura fisica è giustificata in modo sublime: se Dio avesse voluto delle creature instabili, su due zampe sole, si sarebbe accontentato dei molti altri esemplari animali che aveva creato. Le loro abitudini sembrano essere il frutto del riflesso deforme di quelle terrestri: si cibano di odori che conservano in urne apposite per non dover produrre escrementi, i giovani possiedono la massima autorità sugli anziani, tanto che i figli comandano nella casa dei padri in virtù della loro energia e del loro ardore e la loro religione è imperniata su un Dio-libero arbitrio che, nelle pagine finali dell’opera, tanto si avvicina a un’immagine luciferina. Tra di loro non ci sono guerre né conflitti. Sono stati in grado di formare una civiltà pacifica che mette in pratica le teorie politiche dei filosofi. Tutto ciò dovrebbe costruire la rappresentazione di una società ideale, di un’utopia irraggiungibile per noi terrestri. Eppure, il buon Cyrano, dopo averne fatto esperienza, decide di scappare per tornare tra i suoi simili. Lascia intendere che quella perfezione sia solo apparente, subdola. Una sorta di trappola sottile che ti coglie con la guardia abbassata dopo averti illuso con tante moine e tanti convenevoli.
Al lettore, però, rimane un dubbio. Che Cyrano abbia messo in bocca agli abitanti della luna i suoi veri pensieri e li abbia negati solo ironicamente per dimostrare con maggior forza il turpe vizio in cui era scaduta l’umanità ai suoi occhi?

Per intenderci, così sosteneva la teoria eliocentrica:
[…] sarebbe davvero ridicolo pensare che quel gran corpo luminoso ruoti attorno a un punto del quale non ha alcun bisogno, come voler immaginare, nel guardare un’allodola allo spiedo, che per arrostirla si debba farle ruotare il camino intorno. E questo è il giudizio che un abitante della luna formula nei confronti dei tabù e della bellicosità dei terrestri:

Mio piccolo uomo […] come sono fanatici i grandi del vostro mondo con la loro smania di mettere in mostra uno strumento che qualifica un boia, ch’è costruito per distruggere, e di nascondere invece un membro senza del quale non esisteremmo, il Prometeo di qualsiasi animale e il compensatore infaticabile delle debolezza della natura! Sfortunato paese, nel quale i segni della procreazione sono ignominiosi e quelli dell’annientamento sono onorevoli.

Photo by Sanni Sahil

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