Prima di Battiato, a illuminare le strofe del Bel Paese c’era un signore nato a Firenze che si divertiva a utilizzare non solo delle parole erudite e ricercate, ma anche dei termini volgari e, perché no, senza senso. Che avvenisse per il puro gusto di provocare, per raggiungere una musicalità inedita oppure per rinnovare un linguaggio poetico che, all’alba del Novecento, ad alcuni appariva stretto e stantio, quel che resta è il documento scritto di un tentativo che fa sorridere e riflettere al contempo.
No, non è un meme, ma una poesia di Aldo Giurlani, alias Palazzeschi, che tanto merita di figurare tra i versi di una raccolta che ha per titolo L’incendiario.
Tri tri tri,
fru fru fru,
ihu ihu ihu,
uhi uhi uhi!
Ammettiamo che questo inizio sia tra i migliori in assoluto. Un incipit folgorante, alla lettera, che già preannuncia la presa per i fondelli e un gioco in cui o si rispettano le regole – e quindi, paradossalmente, la mancanza di regole – oppure si esce dalla pista da ballo lasciando ad altri lo spazio per esprimersi durante una serata di svago.
La quartina è formata da tre trigrammi che si ripetono e che, in barba alla lotta contro ogni tipo di metrica tradizionale, danno l’idea di rimare tra loro seguendo il classico schema della rima incrociata ABBA.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente!
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Il Nostro si diverte e lo afferma spudoratamente. È un poeta, del resto. Cos’altro dovrebbe fare se non deliziarsi del tempo che può dedicare alla stesura dei suoi versi? Chi ha detto che la poesia, e la cultura tout court, debba essere un’attività faticosa, di quelle che fanno aggrottare le sopracciglia e velocizzare la comparsa delle rughe?
E sia, il suo intrattenimento è pazzo, un po’ folle. Il fatto che l’autore sia in grado di riconoscerlo non lo rende già più comune? Secondo la saggezza popolare i veri matti sono quegli individui incapaci di averne contezza. In questa sede si potrebbe anche aggiungere che il folle peggiore è quello che vorrebbe il letterato chiuso in una biblioteca polverosa a compilare scartoffie per nutrire il proprio ego.
La richiesta espressa è semplice: basta lasciarlo in pace, nella sua santa pace di sollazzi e divertimenti. Perché infastidirlo? Quale minaccia risiede nelle sue innocue corbellerie?
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
… paloma ahia ia ia iai / Cantava.
Avrebbe chiosato il già citato Battiato. Invece no, qui siamo nel 1910 e il cucù poteva avere vari significati: il gesto materno o paterno per rallegrare un bimbo, il richiamo a quel miracolo dell’ingegneria svizzera che corrisponde all’orologio a cucù e la voglia di prendere in giro il verso di un gallo impermalosito.
Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche!
Sono la mia passione.
Ecco che giunge il secondo personaggio della poesia: il censore. In realtà si tratta di un semplice uomo, un borghese di mezza età che passeggia con il suo bastone e il suo cappello in mano alla ricerca di un punto dove riposare. È facile immaginarlo mentre prende posto e subito storce il naso perché infastidito da questo burlone che vaneggia e storpia la lingua patria neanche sia un cruscante particolarmente incallito.
La lingua è una cosa seria! Pare pensare. Va rispettata, come la famiglia, il denaro, il lavoro e la messa domenicale! La poesia ancor di più! Questo nettare divino, questa ambrosia che discende direttamente dalle sorgenti del Monte Olimpo non può finire nella gola di uno sciocco di tal fatta! Sputa su tutto quel che è sacro. Guardate gente, accorrete! Non ci sono endecasillabi e quante ripetizioni! È proprio vero che si stava meglio quando si stava peggio!
Al che, sentendo questo alterco solitario, il poeta si intenerisce e risponde al suo critico in modo cortese e gentile. I suoi sono errori, lo riconosce, ma essendo lui artista può permettersi di farli. Ed ecco che da errori si trasformano in licenze ed è questa trasformazione a divertirlo come un adolescente di fronte a una situazione in cui mostrare scioccamente la sua giovinezza.
Farafarafarafa,
tarataratarata,
paraparaparapa,
laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la spazzatura
delle altre poesie
L’abile giocatore di bocce, biliardo e biliardino riconosce in queste due strofe la Grandezza di un colpo che più preciso non poteva essere. Non solo porta a casa il punteggio pieno, ma lo fa zittendo il suo avversario che millantava l’efficacia dei suoi metodi aprendo la bocca e tirando il fiato.
Il poeta si abbassa, o si alza?, al livello del censore e gli dimostra che quanto dice non è poi frutto di una malattia mentale. Cura la sua igiene, anche nei posti più remoti! Queste quartine sconclusionate di suoni avvicinati alla rinfusa – che poi casuali non sono – sono lo scarto delle altre poesie. Quel che non è stato utilizzato oppure è stato cestinato perché inadatto. È quindi questa un’opera di spensierata e disinteressata ecologia! Un vero poeta dovrebbe quindi accettare che le sillabe scartate vadano a morire nel Vuoto? Che si impigriscano nel Nulla? Giammai.
E guardando il signorotto borghese, questo diavoletto di un poeta, pensa “sarò io a salvare la lingua che tu affermi stia danneggiando!”
Bubububu,
fufufufu.
Friu!
Friu!
Ma se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Che capa dura questo signore! Il poeta ha tanto ancora da lavorare per dimostrare il suo punto. Prima di tutto anticipa di un secolo il proverbiale bufu della trap italiana degli anni Dieci, sì, ma del Duemila, e poi si sente dire di nuovo, quale esempio di cocciuta testardaggine!, che le sue parole sono prive di un qualsiasi collegamento logico.
Si sente appellare con l’epiteto di fesso e, sotto sotto, deve ammettere che è la prima cosa corretta che ha sentito quest’oggi.
bilobilobilobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù.
U.
Non è vero che non voglion dire,
voglion dire qualcosa.
Voglion dire…
come quando uno
si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Ché la creazione artistica vada incasellata necessariamente? Ché vada costretta nella gabbia della logica e della razionalità per consegnare un contentino a chi, al di fuori di queste due dimensioni, non sa respirare? Non è compito del poeta quello di insegnare a vivere al prossimo, il suo arduo impegno consiste nell’educarlo a esistere, una cosa ben diversa.
Il poeta ragiona e ragiona. I suoni che emette sono quelli di un pesce che nuota nelle profondità dell’ispirazione. Giunge infine, alla superficie, una bolla che scoppia. U! Eureka! Hanno senso le sue parole, solo che … solo che non lo conosce. O non lo ricorda. O non vuole dirlo, che poi, appare più in linea con il personaggio.
Aaaaa!
Eeeee!
Iiiii!
Ooooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovanotto,
ditemi un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con così poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Il censore, stanco di comportarsi come un discepolo di fronte al maestro, contrattacca. Si appella al poeta come fosse solo un “giovane”, un’abitudine questa, di delegittimare l’interlocutore facendo riferimento esclusivo alla sua anagrafica, che non è morta nello Stivale, e poi lo accusa di essere un esibizionista. Ma sì, un individuo che prova ad attirare l’attenzione in maniera bizzarra ma che, si vede, è palese, non ha la capacità per tenere vivo il grande fuoco della poesia.
Millenni e millenni di storie condensate in versi sublimi e adesso dovremmo accontentarci di un birbantello che sciorina filastrocche disarticolate nella pubblica piazza?
Ancora una volta, è così che reputa di rinfocolare la fiamma sull’altare della Tradizione?
Huisc…Huiusc…
Sciu sciu sciu,
koku koku koku.
Ma come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate in giapponese.
Il filo della conversazione è ormai spezzato. Le posizioni dei due personaggi sono inconciliabili. Il poeta, da una parte, pare strozzarsi e starnutire insieme; dall’altra il censore riconosce nei suoi rantolii la lingua giapponese. Shikoku? Come? È uscito il trentasette, sora Maria?
Abì, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi è bene che non la finisca.
Il divertimento gli costerà caro,
gli daranno del somaro
Signor Borghese, cosa fa? Mi si indispettisce? Ha paura di perdere lo scontro dialettico? È vero, il poeta non le sta rispondendo, ma lei continua ad accusarlo in modo dilettantesco. È squisitamente paternalista dirgli che, continui pure, tanto sarà lui a farci la figura dello smidollato.
In sostanza, caro signor Ventiquattrore, lei sta affermando implicitamente di essergli migliore.
Labala
falala
falala
eppoi lala.
Lalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte,
scrivere delle cose così,
che ci son professori oggidì
a tutte le porte.
In queste due strofe stupende avviene la magia. Il rovesciamento dell’orizzonte d’attesa, la prestidigitazione del mago. In che senso? Facile, la seconda quartina può essere attribuita ora al poeta e ora al censore, senza variare il senso profondo dell’allusione, bensì il suo tono.
Poeta: Il mio è un atto ribelle e un po’ sconsiderato, chissà quanti altri eruditi verranno a cercarmi per infastidirmi con le loro pedanterie!
Censore: Questo “giovane” sta rischiando di essere messo alla berlina e di terminare la sua carriera, può essere sbugiardato con facilità! E ben gli starebbe.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine io ò pienamente ragione,
i tempi sono molto cambiati,
gli uomini non dimandano
più nulla dai poeti,
e lasciatemi divertire!
– E lasciatemi divertire, Aldo Palazzeschi, 1910.
La liberazione giunge per mezzo di una deflagrante risata.
Il poeta sa bene, con sommo rammarico, che da lui nessuno si aspetta più niente. Il non chiederci la parola montaliano era di là dal venire.
Perché dovrebbe smetterla? Almeno così si diverte!
Non che, altrimenti, qualcuno avrebbe dato peso alle sue parole.
In conclusione, la lacrima di un pierrot.
Photo by Ujwal Hollica





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