Cosa accomuna un avvocato, un muro portante di un’abitazione e un calciatore? Il posizionamento.
Tutto sta in qualche luogo, dalla materia al concetto più astratto, ma non tutto possiede un senso della posizione. Un grande oratore sa sempre come porsi nei confronti del suo uditorio, conosce gli stilemi adatti per fare breccia nei cuori e nelle menti degli ascoltatori e non disdegna, di tanto in tanto, di commettere qualche errore studiato a tavolino per generare l’impressione richiesta dal momento.
Eppure, i professionisti della parola non sono i soli a dedicare tempo e attenzione alla sottile arte del posizionamento. Che ne siano consapevoli o meno, tutti gli esseri umani si cimentano, di continuo, in questo esercizio sfibrante e inebriante al contempo.
Quel caro isolano prestato al continente che è stato Luigi Pirandello ci ha donato un personaggio singolare e memorabile come Moscarda nel suo Uno, nessuno e centomila. Un individuo scisso che, partendo da un dettaglio che può sembrare banale – la forma del profilo del proprio naso – giunge a mettere in discussione gli affetti, gli obbiettivi e i valori di una vita, di pari passo con una critica sempre più serrata nei confronti della società. Moscarda, durante un istante epifanico, razionalizza un’idea a base di dinamite: la percezione che possiede di sé stesso è solo una delle sue percezioni possibili. La moglie, il droghiere all’angolo, il lattaio, il cane che corre ad azzannare i polpacci del postino che reca con sé un pacco di lettere hanno e avranno di Moscarda un’impressione diversa, quando leggermente e quando profondamente.
Chi sono io davvero?, non può che riecheggiare nella sua mente.
Quali esiti si prospettano a una persona che non riesce a cavarsi dalla testa questa domanda sentenziosa e impacciante?
Per rispondere con lo stacanovista di Girgenti: follia, isolamento o morte.
Dalla maschera, cioè in parte dal ruolo che si ricopre nella società, ma anche all’interno degli affetti personali e delle proprie chiacchierate intrapsichiche, non ci si può separare, pena l’estromissione da qualunque parvenza di normalità. Che sia bandito il buonsenso! Per i Fontana che squarciano i loro abiti non esiste salvezza.
Il relativismo conoscitivo di Pirandello ha aperto la strada alle stesse labrene di Landolfi. Anche in quel racconto – ma chiamiamola novella, suvvia, in memoria dei tempi andati – il gioco delle prospettive la fa da padrone. Accettare le sue regole significa ragionare in altri termini, il pensiero perde la sua linearità guadagnando una tortuosità degna di un labirinto minoico. Non più penso, non più dico, bensì penso che lui pensi che io pensi e giù a cascata fino al verso dantesco tra i più comici dell’Inferno, pur se involontariamente, cred’io ch’ei credette ch’io credesse.
Questa forma mentis appare lontana dal buonsenso e dalla neurotipicità. Come a domandarsi: ma chi si impergola in simili pippe mentali? Ciononostante, c’è un motivo se il genere umano si chiede dall’alba dei tempi cosa ci stia a fare su questa roccia che galleggia nel cosmo e se Moscarda e il protagonista de Le labrene si facciano mettere in scacco da quella che sembra una piccola questione di posizione.
Che non si tacci chi scrive di autarchismo letterario! Bene, Pirandello, bene, Landolfi, ma passiamo a Carrère e al suo I baffi. La premessa e l’esito finale di questo libro sono squisitamente pirandelliani. Se l’incipit ci regala un protagonista che pare un Moscarda d’oltralpe – che al posto di fissarsi sul proprio naso, si concentra un po’ più in basso, sui baffi – il finale ci consegna una conclusione che ricalca uno dei tre motivi citati precedentemente ma che, per evitare inutili spoiler, non starò qui a citare di nuovo.
Il nostro narratore interno è un architetto di discreto successo che, disgraziatamente, decide di modificare un elemento che caratterizza il suo aspetto fisico da interi decenni: di punto in bianco, dopo aver scherzato sull’argomento con la moglie, decide di radersi i voluminosi e peculiari baffi. Fin qui, nulla di eccezionale, il lettore ha già ricevuto l’informazione che quest’uomo suole radersi ogni giorno seguendo una routine di cui la compagna si fa teneramente beffe. Sta di fatto che giunge l’imprevisto a rompere l’equilibrio: nessuno pare accorgersi del cambiamento. Immaginate di avere una caratteristica estetica molto evidente – una cicatrice, una benda sull’occhio, una gamba di legno? – e di non suscitare la minima sorpresa in chi vi circonda nel momento in cui la perdete o modificate, come reagireste?
Si può trattare di uno scherzo, certo, di un tiro mancino anche un po’ maligno volto a dimostrare qualcosa, e chissà poi cosa, oppure addirittura di un complotto. Ebbene sì, se oltre alla tua compagna, anche i tuoi amici e colleghi di lavoro si intestardiscono nel non reagire … come? La reazione è assente perché lui, semplicemente, i baffi non li ha mai avuti.
A questo punto il lettore, dopo aver assorbito una serie quasi estenuante di riflessioni sui possibili perché e percome della situazione, si ritrova nella scomoda posizione di dover decidere chi sia il pazzo, se il narratore-protagonista oppure il resto dei personaggi in scena. Tantopiù che con il susseguirsi dei paragrafi questo oblio sembra espandersi e raggiungere altri ricordi, eventi e nozioni che il protagonista reputa invece certi, assodati e monolitici. Ancora una volta: se vi dicessero che non avete mai avuto un cane eppure foste convinti di averlo accarezzato quella stessa mattina prima di recarvi al supermercato?
Come segnare il confine tra la propria memoria episodica, quindi quel che si conosce di sé stessi, e la percezione che gli altri sembrano avere? Basta davvero un leggero cambiamento nell’habitus per diventare Altro, qualcosa di alieno e instabile?
Cosa succede quando l’identità si specchia e si ritrova a elencare solo le aspettative che gli altri le hanno proiettato addosso? Quando ci si rende conto che il proprio ruolo è diventato prima gabbia, poi prigione e infine seconda, prima, infinita pelle?
Accade che, anche di fronte al ritorno della normalità, non si può più fare finta di niente.
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Photo by Helen Barth





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