Non è detto che una pietanza cucinata magistralmente piaccia a tutti i palati.
Assaggiando un piatto dal nome altisonante – infarcito di metafore in barba al concettismo barocco –, dagli ingredienti provenienti da tutto il mondo e da una descrizione che non può esimersi dal risparmiare termini come riduzione e sentore, si può avere l’impressione che questo sfoggio di tecnica e conoscenza non sia poi adatto a tutti. È un bene o un male? Ciò è tutto da stabilire.
Quel che si può affermare con una discreta sicurezza è che tra un capitombolo rocambolesco e una comune distorsione si è portati a ricordare il primo a discapito della seconda.

Le narrazioni che rimangono impresse sono quelle che si ritrovano a occupare un posto speciale all’interno della memoria. Che si mostrino timide oppure esagitate, queste storie si incuneano nel corpo sfruttando leve nascoste alla ricerca di una nicchia in cui riposare e fruttificare. Per quanto un libro possa consolare e addolcire l’umor nero e per quanto sia in grado di rassicurare le opinioni e i valori che guidano i nostri passi come una bussola, non sarà mai in grado di colpire nel segno senza ferire quella spugna grigiastra che ospitiamo nella scatola cranica.
Prestiamo però attenzione a non fraintendere alcuni termini. Per ferita qui si intende l’apertura di un varco – l’esatto opposto di una cicatrice – e il riconoscimento e ampliamento di un canale di comunicazione. Attraverso questa fessura Altro può far capolino, portando con sé la carica irruenta della novità, del cambiamento e della possibilità. Non è scontato che alla fine di questo processo ci si ritrovi in mano un mazzo di fiori, anzi, perlopiù è facile immaginare un esito del tutto contrario. È inutile cedere alle tentazioni del sentimentalismo: di storie adatte, coerenti e piacevoli gli scaffali delle librerie sono stracolmi, mentre i loro fratelli pungenti, caotici e brillanti sono rari da incontrare e, a volte, addirittura da apprezzare.

E così la provvidenza, o la società, o il fato, comunque vogliate chiamarlo, ha costruito per noi questo rifugio, che ci protegge dai venti di tempesta. È per noi che esiste l’università, per i diseredati del mondo. Non per gli studenti, non per la disinteressata ricerca della conoscenza, né per le altre ragioni che sentite dire. Quelle sono solo una copertura, come quei pochi individui normali, idonei al mondo, che di tanto in tanto accogliamo tra noi. Ma è tutto fumo negli occhi.

David Masters, giovane e brillante docente dell’Università del Missouri, è così che si esprime nell’intimità del suo crocchio di affezionati, non molto prima di candidarsi come volontario per la Prima guerra mondiale e trovare la morte in un’anonima spiaggia francese. Dave, come lo chiama il protagonista dell’opera, William Stoner, è un tipo anticonvenzionale che ha affinato al punto gli strumenti della mente che nessun evento sfugge all’analisi impietosa delle sue lenti ad alta precisione. Il giovane professore potrebbe essere considerato un iconoclasta, un individuo capace di scardinare e bombardare le convenzioni sociali e del suo tempo con il fine di portare un messaggio di più ampio respiro a tutta la popolazione. Ne sarebbe in grado, le doti per andare a fondo nell’impresa non gli mancano e, a differenza di molti altri personaggi dell’opera, possiede in gran quantità quell’energia titanica che porta gli esseri umani a infrangersi contro i propri limiti tanto da diventare degli esempi.
Ciononostante, Dave, come uno squisito conservatore, si auspica che l’istituzione universitaria si dimostri immortale per svolgere il suo ruolo di cura nei confronti di quei diseredati che, al suo esterno, verrebbero trascinati via dal vento dell’inadeguatezza.
L’università, prima ancora di essere la casa della conoscenza e il tempio del sapere, si caratterizza come un nobile tendone da circo o come il gran cappello confortevole di un gruppo di disadattati che troppo spesso patiscono il freddo in piena estate. Questo, dunque, il luogo dell’anima in cui è ambientato il romanzo.

Si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui.

La vita di William Stoner potrebbe essere riassunta in pochi e sintetici eventi: la nascita in un villaggio rurale all’interno di una casa spoglia in cui era raro scovare delle dimostrazioni esplicite di affetto, un’adolescenza trascorsa tra studi insipidi e il lavoro nei campi, la scoperta del mondo universitario e della misteriosa potenza del linguaggio e della letteratura grazie al brillante e altero Archer Sloane, il matrimonio frettoloso con una donna distaccata e respingente, una paternità voluta e luminosa che fin dall’inizio si ammanta di un vago senso di malinconica perdita, l’incontro con il vero amore, la disonestà intellettuale, la disperazione provocata dall’abbandono e l’occasione di poter fare i conti con la propria vita in modo indifferente e obiettivo, come se ci si vedesse dall’esterno e si stesse giudicando le vicende di un altro.
Stoner è un sedentario, benché le sue giornate prevedano un costante andirivieni tra luoghi vicini. Fin dalle prime battute si dimostra quindi figlio delle contraddizioni. È un uomo che dà l’idea di non conoscersi affatto, salvo poi dimostrare di avere una piena consapevolezza della situazione in cui è immerso. Appare, di volta in volta, come una persona passiva e al contempo come un martire che, conscio dei pericoli, si getta tra le fiamme per dimostrare che i propri principi sono degni di essere protetti ed esibiti con orgoglio. Del resto, il termine martire questo indica, un testimone: Stoner è il documento vivente di uno spaccato storico che va dalla fine dell’Ottocento fino alla seconda metà del Novecento. Di un periodo quindi indelebilmente influenzato da eventi che hanno scosso per sempre la mentalità collettiva di tutte le società umane.
Come dovrebbe comportarsi il singolo nei confronti di macro-eventi così sconvolgenti? Quali sono le sue difese, quali le armi sulle quali può contare?
Se il suo nido sicuro, l’università, si svuota a causa degli arruolamenti per le guerre mondiali e se, in chi resta, scorge il senso di colpa di chi non sta facendo la propria parte, di chi non ha abbastanza forza per portare avanti la battaglia del Bene, come dovrebbe comportarsi un docente di letteratura appassionato di cultura classica e medievale?

I suoi occhi, grandi, pallidi e quasi trasparenti alla luce delle candele, lo guardarono inespressivi. Stoner avvertì per lei una vicinanza remota e un senso di pietà davanti a tanta impotenza.

La prima notte di nozze di Stoner mostra uno scorcio di quel che sarà la vita matrimoniale della coppia. I termini ci sono già tutti: inespressività, vicinanza remota, pietà e impotenza. Stoner e Edith mancano di un terreno comune, non possono comunicare a causa delle loro diverse e incompatibili fragilità. Se, quindi, i macro-eventi della storia irrompono nella vicenda privata di Stoner dimostrando la caducità e il capriccio dell’esistenza, sono però i micro-eventi ad alimentare il vero motore della narrazione.
Stoner attraversa le fasi della vita con l’attitudine del mollusco che teme di sparire alla prossima mareggiata. Non è un debole, non è una personalità remissiva, non in senso stretto, ma è colui che possiede una bussola morale ben incardinata e che segue in modo così pedante da risultare spesso di un’accondiscendenza unica. Pur confrontandosi con lo spettro del fallimento in ogni istante, riesce a trovare la determinazione di non abbandonarsi allo sconforto per quella che sembra mera conservazione della specie ed è invece un’indefessa volontà di vivere e resistere.
Volendo confrontare sui piatti di una bilancia gli aspetti positivi e quelli negativi legati ai suoi ricordi, emergerebbe un quadro desolante, un’immagine nella quale nessuno vorrebbe trasferirsi. Eppure, nella zona più intima del suo essere, Stoner non smette mai di coltivare una specie di sordo ottimismo in grado di arginare la disillusione generale che sembra regnare anche dove più forte batte il sole.

A volte gli sembrava di essere una specie di vegetale e sperava che qualcosa – anche il dolore – lo trafiggesse, per riportarlo in vita.
[…]
In un certo senso fu un trionfo, al quale tuttavia continuò a guardare con atteggiamento ironico e sprezzante, come una vittoria ottenuta solo con la noia e l’indifferenza.

Scoprire la forza magnetica di due menti e due corpi che si uniscono nonostante una condotta reputata vegetale. Concentrarsi e dedicarsi ai propri studenti e ai propri corsi, come se ne andasse della loro vita, per appagare un bisogno profondo di reciproca comprensibilità, nonostante l’indifferenza generale. Vincere, dopotutto, la battaglia di una vita stentata nonostante la noia e la sardonica ironia di chi ha visto abbastanza.
Stoner, infine, oltre a essere una testimonianza, diventa un manifesto: di chi subisce e di chi resiste, di chi naufraga lucidamente negli eventi che ha contribuito a creare e di chi si erge come un faro diroccato sulla costa di un mare sul quale sta calando la notte.
In conclusione, Stoner si dimostra superiore a quello stesso Archer Sloane, morto di disillusione più che di crepacuore, che pur lo aveva portato a scoprire la letteratura e le gioie della riflessione quando non era altro che uno studente in cerca di un luogo in cui sentirsi davvero a proprio agio.

Indubbiamente una pietanza stellata che, per le sue stesse virtù, può andare di traverso.

Dettagli

Tutte le citazioni sono tratte da Stoner, John Williams.
Photo by Loïc Fürhoff

Lascia un commento

In voga