Buck, più di un cane, sei un compagno di viaggio e di lunghe avventure nei ghiacci artici del Canada. Tu che vieni dalle Terre del Sud, dove un caldo sole tra il tropicale e il temperato rischiara le giornate oziose trascorse tra la caccia e la sorveglianza dei figli e dei nipoti del tuo padrone, il giudice Miller; che sei abituato a nuotare nelle piscine naturali, a mostrare una pelliccia splendida, setosa, una criniera che ti conferisce un che di leonino e un portamento regale e orgoglioso adatto più a figurare in un quadro ai piedi di un monarca assoluto che non nella foto di famiglia di un arricchito borghese di campagna.
Tu che, strappato dal tuo ambiente per la viltà di un giocatore d’azzardo, un povero giardiniere che per sfamare la numerosa prole si è invischiato nelle scommesse e nei dadi, sei stato venduto – e non a peso d’oro – come uno strumento dal modesto valore. Prima ancora di poter affrontare la natura selvaggia e la dura fatica di partecipare alla conduzione di una slitta, hai scoperto la legge del bastone e quella della zanna. Sì, perché il padrone, qualunque volto abbia, ha dalla sua parte quest’arma formidabile che ti tiene in scacco e che, all’occorrenza, può riportarti all’ordine come se i tuoi muscoli non fossero guizzanti ed elastici al punto da poter percorrere miglia e miglia di distanza senza affaticarti. La zanna, al contrario, è l’arma dei predatori tuoi simili, è il coltello degli husky e degli incroci lupeschi che hai dovuto imparare a evitare per avere il tempo di affilare e affinare i tuoi sensi e il tuo istinto.

Svelò inoltre la decadenza o la frantumazione della sua natura morale, cosa vana nonché di impedimento nella spietata lotta per la vita.

Si cresce schermati da due tende voluminose: quella della biologia e quella della cultura. Qualunque essere vivente non può sfuggire a questi condizionamenti e così Buck, trapiantato in un contesto completamente diverso da quello nel quale è cresciuto, è costretto a fare affidamento su tutto quello che ha a disposizione. Un istinto menomato, ingentilito, civilizzato, frutto di anni tranquilli, di moine e feste nella casa del giudice Miller, ma anche uno spirito superbo e selvaggio, l’anello di quella lunga catena che lega il cane ai suoi antenati selvatici e non addomesticati, ai branchi indomiti delle foreste primordiali dagli ululati inconfondibili capaci di spaziare per le vaste steppe e pianure di tutto il continente.
Buck deve reimparare sé stesso, riconnettersi con le sue origini scrollandosi di dosso il superfluo. Che la mano dell’uomo sia solo portatrice di carezze è da dimenticare: l’uomo possiede e utilizza fruste e bastoni. Che gli altri animali si sottomettano alla sua evidente superiorità fisica è tutto da dimostrare, non è più una condizione di partenza quanto il punto d’arrivo di un lungo percorso. Sopravvivere, questo glorioso imperativo che scorre come elettricità nelle vene del cane, vuol dire abbassarsi al livello del terreno, chinare il capo, pazientare e, se serve, strisciare. Per rifondare il proprio comportamento ha bisogno di attraversare la distruzione delle sue precedenti convinzioni. Nel gelo artico esiste esclusivamente la legge del più forte, o meglio, del più adatto. Se serve, si ruba alla mano che dà il cibo. Se serve, si aggredisce l’indifeso.

Questa estasi, questo dimenticarsi di vivere, viene all’artista fuori di sé colto da una vampata di passione; viene durante la battaglia campale al soldato pazzo di guerra quando rifiuta la tregua; e venne a Buck alla testa del branco mentre faceva risuonare il vecchio grido del lupo, teso a inseguire il cibo ancora vivo che fuggiva rapido davanti a lui sotto la luna.

Per chilometri e chilometri si corre, si fatica e non si ha il tempo di ragionare. Ogni scelta matura e si consuma in una frazione di tempo così ristretta da dare l’impressione che il pensiero sia nullo e ininfluente. Le giornate assumono un che di meccanico, si esiste per via di automatismi il cui unico scopo è quello di perfezionare sé stessi.
Sì, le tirelle di cuoio assicurano il tuo corpo alla slitta ed è vero che altri, come te, sottostanno a queste condizioni tremende. Il ghiaccio che si accumula e stratifica sotto le zampe, il pelo che perde la sua lucentezza a causa di un regime alimentare insufficiente e l’aderenza della pelle sulle ossa non sono altro che ordinaria amministrazione, la quotidianità di chi pare destinato al giogo del sudore e dello sforzo.
Avrà mai fine? Ha un senso ultimo?
Tu, Buck, vedi il padrone con lo scudiscio in mano e una fragile distesa di ghiaccio da attraversare, ma senti il rombo della vita che, pian piano, ti consente di comprendere il linguaggio della tua stessa natura. Tanto che, sempre più spesso, ti dimentichi.
In preda al furore insegui il richiamo della foresta, delle cenge che si spezzano, dei rami che si piegano al passaggio e delle prede che si rintanano. E questo tuo dimenticarti, questo naufragare dolce in quel che sei, ti avvicina all’estasi di un artista che trova la tonalità perfetta sulla tela o dello scrittore che utilizza l’espressione adatta per esprimere il tumulto creativo che lo agita.
Sei un servo snaturato che si sta ricalibrando, ma sei anche sul sentiero di scoprire davvero quale sia il sapore di un piatto cucinato esattamente per il tuo palato.

I suoi compagni parlarono di come si può spezzare il cuore di un cane negandogli di fare il lavoro che lo ha ucciso.

Contraddizione delle contraddizioni, c’è chi descrive le tue pene infernali ora come una maledizione, ora come una benedizione. Tu, che non possiedi le gioie dell’astrazione e della logica, sei comunque giunto alla conclusione che è vero, si può soffrire all’idea di perdere le proprie catene e si può morire nel caso in cui qualcuno ci impedisca di straziarci perseverando in quel che ci uccide.
Questione di abitudine? Di trauma? Di disillusione? No, queste sono parole incomprensibili per te. Eppure, succede e qualcosa vorrà pur dire.

Più che mezzi morti, così non era proprio vita. Erano semplicemente tanti sacchetti di ossa dentro i quali fluttuava la fioca scintilla della vita.
[…]
Il clima primaverile era meraviglioso, ma i cani e gli esseri umani non ne erano consapevoli.

Non sei più civile, non sei ancora selvatico. Sei un bruto costretto da lacci.
Che sia giunto il tempo del riposo non sembra importare. La slitta è ora ferma, la stagione è migliore e i pericoli del lungo inverno hanno smesso di allungare i propri artigli. Tuttavia, nessuno ne è consapevole, umani e animali parimenti. Perché questa fatica soverchiante, acuita dal desiderio di rispondere al richiamo della foresta, ottunde i sensi e fa scivolare le giornate nell’indistinto. Questa stanchezza e la morte dell’interesse, nulla ha senso tranne il sonno pesante di chi non può sognare.
Ma Buck, quando ti hanno concepito hanno buttato lo stampo. Tu sei diverso, indomabile. Tu riuscirai laddove gli altri hanno fallito. Ti ricongiungerai con la tua natura ritrovata sperimentando l’ebbrezza di essere al posto giusto e al momento giusto sempre e in ogni dove.
Dopotutto, cosa ci scaldiamo a fare: è solo la vicenda di un cane, non è vero?

Dettagli

Tutte le citazioni sono tratte da Il richiamo della foresta; Jack London; Feltrinelli.
Photo by Priscilla Du Preez 🇨🇦

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