Ci si imbatte, quasi per caso e quasi sempre all’interno dei mercati dell’usato, in opere che normalmente non sarebbero dovute finire nelle nostre mani. Forse perché pubblicate prima della nostra nascita, forse perché la parabola del successo del loro autore si è esaurita prima che quel nome potesse raggiungerci, ma sta di fatto che libri capaci di smuovere la pancia e la mente di moltissimi lettori, veri e propri bestsellers da riscoprire, si annidano dove meno ce lo si aspetta, desiderosi di lasciare ancora una volta il segno.
Regina di Saba è un romanzo scritto da Carlo Sgorlon tra il 1973 e il 1974 e pubblicato con la casa editrice Arnoldo Mondadori nel 1975. La vicenda si svolge tutta entro i confini del Friuli, dall’inizio del Novecento fino agli anni della Seconda guerra mondiale, soprattutto nel paese di montagna di Ligolais e nella città di Trieste. Senza scomodare etichette pesanti come cultura mitteleuropea e senza sentire l’obbligo scolastico di accostare il romanzo a dei precedenti letterari – tanto di Pirandello e tanto di Pavese si trova in queste pagine, per citarne due su tutti – si possono schiccherare alcune parole compassionevoli nei confronti dei due protagonisti.
Avevo nei suoi confronti dei sentimenti contraddittori. Da una parte mi pareva che la sua raffinatezza fosse del tutto fuori di posto tra le pietre del fiume e il pantano secco, e dall’altra che in qualunque posto ella si trovasse come a casa sua, per un’affinità segreta che esisteva tra lei e ogni cosa.
Silvano è un ragazzo originario di Ligolais. Vive in una casa solitaria e antica assieme alla madre Regina e alla sorella Corinna. Unico uomo di casa, dopo la scomparsa del padre, o meglio, della sua fuga verso chissà quali lidi lontani, si ritrova a crescere in un ambiente fatto di natura incontaminata, vecchi sogni aristocratici e di spazi ampi e vasti che invitano sia a moltiplicare il reale attraverso la fantasia, sia a popolare quella terra di miti, leggende e fantasmi.
Silvano conduce una vita piuttosto tranquilla. Si avventura nei boschi per scovare il passaggio degli animali selvatici, resiste con una certa impassibilità ai continui scontri verbali che avvengono entro le mura domestiche – alla teutonica caparbietà e disillusione di Regina si contrappone di continuo la sarcastica e corrosiva disperazione di Corinna – e aiuta boscaioli, carbonai e contadini nelle loro mansioni quotidiane. Le stagioni, per Silvano, si sommano le une sulle altre con regolarità sfumata fino allo sbocciare di un sentimento nuovo in contemporanea con un incontro che gli cambierà la vita.
Durante il periodo delle vacanze invernali, nella notte dell’Epifania, Silvano nota un principio di incendio in un bosco non lontano da casa. Sembra il solo a essersene accorto, tanto che la consapevolezza della responsabilità di agire di conseguenza lo atterrisce. Ciononostante, spinto dalla curiosità e da un impulso fatidico, raggiunge le fiamme che stanno illuminando a giorno quella sezione della foresta. Qui, ammirando le lingue di fuoco che sulle prime aveva reputato più tragicamente impetuose, viene folgorato da una visione. In un punto periferico del suo campo visivo spunta una giovane ragazza che, senza arrestare la sua corsa, lo percorre tutto andando a sparire nella direzione opposta. Ciò dura qualche istante, verosimilmente, eppure l’impressione che rimane a Silvano è quella di aver visto una fata, una strega, comunque un’apparizione magica e fantasmatica, stagliarsi di profilo sulle fiamme, la silhouette nera incorniciata da una brillante chioma bianca.
Benché non sappia ancora dare un nome alla sensazione provata, Silvano si accorge di possedere un unico desiderio: correre dietro a quella figura, raggiungerla per … per fare cosa? L’urgenza che percepisce non si spinge più in là, deve colmare una distanza, trovarla, scoprire se l’immagine che ha visto è stato il frutto di un sortilegio oppure la realtà. Nonostante la corsa a perdifiato, perderà le tracce dell’apparizione e per lungo tempo si lambiccherà il cervello ricamando attorno a quella scena infinite storie.
Un che di enigmatico, misterioso e fiabesco si insinua in questi due preadolescenti che della vita non hanno ancora colto i frutti dell’età adulta fin dal loro primo incontro.
Silvano, che trascorre la maggior parte dell’anno in collegio, non ha molto tempo per cercare il suo fantasma del colpo di fulmine, tanto che sembra rassegnarsi alla fatalità di averlo perso prima ancora di conoscerlo. Il destino non è a tal punto inclemente con lui. Per puro caso incontrerà di nuovo la ragazzina, Isabella, riuscendo a carpire le prime informazioni su di lei. Questa ninfa albina suscita in Silvano dei movimenti interni dalla forza quasi inspiegabile. La trova magnetica nel suo modo di porsi e nel modo che ha di raccontare delle storie concedendo una familiarità genuina, istintiva. Ogni volta che un discorso pare cadere nel vuoto, egli teme che sia la fine della conversazione e che questa sospensione incredula e totalizzante che si è venuta a creare tra di loro svanisca come se si fosse trattato semplicemente di un sogno.
Isabella è al tempo stesso scostante e desiderosa di vicinanza, prodiga di affetto ma anche dedita a nascondere ciò a cui tiene con un fare da capricciosa principessa. Raffinata nel portamento e nel linguaggio per quanto desiderosa di avventurarsi tra sterpaglie e rovi, campi assolati e caverne umide e buie. Attraversa lo spazio con la leggerezza di una creatura sovrannaturale, con quella semplicità di chi non sembra fidarsi molto della realtà poiché nell’immaginazione già possiede tutti gli strumenti di cui ha bisogno.
Che non bisognava mai rimandare nulla, perché talvolta, forse spesso, il destino forniva una sola possibilità, e perduta quella non ve n’erano altre.
I periodi della loro frequentazione sono quindi circoscritti alle vacanze dalla scuola. Se Isabella appare come una persona che del mondo non è spaventata, anzi, profondamente affascinata, Silvano vive nella costante ansia di perdere questa scintilla di vita inaspettata che ha preso le sembianze di una ragazzina di origine slava. Lei, aspirante violoncellista, è una figura intermittente che si mostra con la stessa frequenza con la quale si ritrae dalla vita di Silvano. Tuttavia, sono i macro-eventi della loro esistenza a dettare le tempistiche della loro relazione. I due giovani non sono autonomi, bensì subordinati all’autorità di tutori, consuetudini e norme sociali. Ed è così che, durante quella singola estate che pare consentire a Silvano di entrare in più stretta intimità con Isabella, la situazione si rovescia e i suoi timori diventano fondati. In uno degli ultimi giorni disponibili, dopo aver conosciuto l’uno il corpo dell’altra, Silvano cade malato per circa tre settimane, lottando con la febbre alta, tra la vita e la morte. Alla fine di questo interregno confuso, il ragazzo non può che prendere coscienza del fatto che le vacanze sono ormai terminate e che, come tempo addietro, di Isabella non sa più nulla.
Perché non lo ha cercato? Perché se ne è andata senza una parola?
Per le risposte a questi quesiti Silvano dovrà attendere molti anni, ma quel che gli rimane tra le mani, dopo la convalescenza, è l’impressione di aver perso l’occasione di cogliere quel che di meglio la vita aveva da offrirgli. Lui, che desiderava essere spettatore alla corte di Titania, suddito della Regina di Saba, si ritrova a trascorrere gli anni della giovinezza e della prima età adulta tra traduzioni di autori romantici e l’assidua frequentazione delle case di piacere.
Io sentivo la sua presenza remota anche tra quelle cose. Questo era il luogo dove lei sarebbe potuta riapparire da un momento all’altro, leggera come una carta che volteggi e vada a posarsi su un cornicione. […] Isabella occupava tutto il mio orizzonte anche nei giorni in cui si limitava a salutarmi da lontano.
Silvano è vividamente presente nel suo primo amore adolescenziale, lo è al punto da rendere Isabella il simbolo della donna eterna, del femminile che, in quanto uomo, desidera avere accanto a sé. Ciò non gli impedisce di amare altri corpi, il cui trasporto generoso, all’inizio, lo riempie di una commozione infantile, tuttavia lo consegna a uno stato larvale dal quale non riuscirà a uscire fintantoché nella sua vita, ancora una volta in modo causale, non rientrerà quella stessa Isabella che ha sempre popolato e tenuto in scacco i suoi desideri.
Il potere della mente è tale da conferire la materialità di un corpo a un semplice pensiero. L’idea che Isabella si muova nel mondo è il carburante segreto che Silvano non sa di sfruttare per il motore stanco della sua anima. Anche laddove le sembra più lontana, riesce a proiettarla sugli oggetti, sugli scenari e sulle altre persone per godere di lei e con lei.
Qualcosa di malinconico e nostalgico si agita sempre nella felicità dell’uomo che, al contrario, riesce a trovare motivi di pacata serenità anche nel dolore. Quando Isabella è presente, si strugge perché non vuole vederla sparire e perché con lei un senso di completezza umana gli pare possibile. Quando invece è assente ogni fantasticheria diventa plausibile, da una serie di tradimenti – ma poi cosa vuol dire tradire? – all’intenzione di cercare tutti gli sventurati del mondo per offrire loro gioia e un rifugio. Non sembra esistere un’unica via per essere felici, comportarsi rettamente o anche solo per rispettare sé stessi e i propri desideri, tuttavia, a lungo andare, i tanti fantasmi sbiadiscono e l’unico modo per evitare che il tempo dei buffoni si trasformi in un canto di morte è quello di offrirsi con generosità, nella lontananza come nella vicinanza, nel ritrovamento come nella perdita.
Dettagli
Tutte le citazioni sono tratte da Regina di Saba, C. Sgorlon, Mondadori, 1975.
Photo by Adi Goldstein





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