Letteratura contemporanea
La scrittura si compone di molte anime, alcune in competizione tra loro. Se è vero che scrivere significa mettere in ordine i pensieri, ragionare e tentare la comprensione di ciò che si agita nella mente, assume inoltre anche le sembianze di un messaggio affidato a una freccia e scagliato oltre la cinta muraria della città in fiamme.
L’atto di dedicare del tempo alla stesura di una fantasticheria, che sia essa una perla saggistica oppure un prisma narrativo, corrisponde quindi in buona misura a un’azione temeraria, sfrontata e necessaria: affrontare la vita sotto il mirino di numerosi punti di vista.
Esistono svariati tropi per mettere in scena le caratteristiche di un personaggio che sente sulla propria pelle l’inevitabilità dell’esistenza. Per inevitabilità, in questo caso, si intende quel guazzabuglio di sensazioni, emozioni e stimoli che, oltre a ricordare che il cuore pompa sangue nelle vene, rende obbligatorio fare i conti con l’essere degli individui senzienti nel qui e ora. È questo un istante stratificato nel tempo, diacronico e sincronico assieme, una sorta di singolarità oltre la quale l’orizzonte degli eventi si sfalda amalgamando il tutto in una cosmica brodaglia grigiastra.
Essere qui – essere ora – può voler dire essere stati: membri di una famiglia, di una comunità, di una società. O ancora: figli di una cultura, di una religione, di un’ideologia. Già solo questi sei ingredienti sotto gli occhi di tutti, i quali non esauriscono neanche lontanamente le possibilità del reale, sarebbero in grado, mescolandosi tra loro, di generare delle esperienze a tal punto idiosincratiche da portare alle labbra delle domande piuttosto banali.
Come facciamo davvero a comunicare, a capirci? Ma, soprattutto, cosa vuol dire davvero vivere appieno la vita?
Di fronte a simili quesiti le risposte più immediate risultano inaffidabili, inconcludenti e parziali. Per cercare di scandagliare questo fondale oceanico ci si imbarca nella scrittura, nella lettura e nella ricostruzione di un universo di collegamenti espliciti e impliciti che non hanno la pretesa di fotografare la complessità della vita, piuttosto quella di immergervi le punte dei piedi sperando di essere sfiorati da qualche splendido e terrificante animale delle profondità.
Suppongo che questo, tra gli altri, sia uno degli obbiettivi di quel genere letterario che passa sotto il nome di Narrativa contemporanea.
Con la Belle Époque l’Europa ha conosciuto un’età di sfavillante progresso e di benessere sempre più diffuso. Eppure, dentro la terra fertile di rivoluzioni e innovazioni, proprio nello stesso periodo in cui le migliorie tecniche sembravano aver concesso agli esseri umani il pieno controllo della natura e del mondo esterno – cinematografo per riprodurre le immagini catturate dal movimento, mongolfiera per sorvolare la superficie terrestre come degli uccelli, elettricità per far retrocedere l’oscurità e inaugurare la vita notturna, farmacologia per debellare i mali del corpo e della mente – ecco germogliare i semi fecondi e mortiferi della crisi dell’Io, l’imprevedibile altra faccia della medaglia di quest’essere umano nuovo e brillante, dominatore degli eventi.
La letteratura ci ha donato esempi memorabili di personaggi scissi, disillusi, inetti e schizofrenici, purtuttavia, titanicamente protesi verso la ricerca della pienezza vitale. Lo Zeno di Svevo vuole, nonostante tutto, vivere e comprendersi, e così il Moscarda di Pirandello, l’Uomo senza qualità di Musil, il Samsa di Kafka, la popolazione milanese di Uomini e no di Vittorini, gli indecisi orfani spiantati che abitano le pagine di Pavese, i sopravvissuti in viaggio di Levi e i protagonisti di Tasmania e Romanzo senza umani, rispettivamente di Paolo Giordano e Paolo Di Paolo, in modi diversi e in tempi diversi affrontano il grande tema di un vivere oggi e di un vivere consapevole al netto di tutto quel che, come specie, abbiamo conseguito nel mezzo.
Tasmania
Sdraiato come sono, immagino che venga lanciato in orbita un telescopio capace di rivelare da lontano la radiazione dei morti. L’immagine che ci fornirebbe della Terra sarebbe diversa da quella che conosciamo: non più un pianeta spento ma una specie di stella, che sprigiona luce propria in ogni direzione, la luce degli atomi di chi non c’è più. Per un lungo attimo provo a immaginarmi lì accanto, trasformato in radiazione trasparente anch’io, mentre sfreccio insieme ai defunti oltre i margini del sistema solare, fra i brandelli di comete in formazione.
[…]
Scrivo di ogni cosa che mi ha fatto piangere.
L’ombra lunga di chi non c’è più si proietta sul presente, lasciando la sua impronta. Non appare neanche come una sorta di maledizione atavica e pagana, bensì come un fatto puramente naturale. Forse in un momento di dissociazione, o almeno di sospensione del sé, il protagonista di Tasmania si immagina nei panni di una radiazione trasparente – privo di corpo, ricco di atomi – mentre tutti coloro che non sono più sfrecciano verso il confine ultimo della nostra galassia.
Essere fuori, osservare dall’esterno. Quante volte si sente ripetere che sono metodi utili per capire davvero quello che ci sta succedendo? Vedersi vivere, come in un film, dovrebbe concedere un’imparzialità obiettiva in grado di fornirci lucidità mentale. Chissà, la scena potrebbe anche essere commentata con una leggerezza nuova, tipica di chi fa la telecronaca di eventi nei quali non è coinvolto. Ma è questo che si sta cercando? Obiettività e distacco?
Altro, oltre alla commozione e al senso della tragedia, spinge a scrivere, a testimoniare e a scavare nelle montagne alla ricerca di qualche minerale più colorato e lustro degli altri.
Romanzo senza umani
La pretesa di sindacare congruenza e oggettività della memoria altrui è di sicuro fastidiosa, se non ridicola. Altrettanto fastidiosa è però la sensazione che gli altri non si limitino a fraintenderci: ci ricordano male.
Mauro, la voce narrante di Romanzo senza umani, inizia un viaggio che non sa dove lo porterà. Conosce la destinazione – il lago di Costanza, in Germania – conosce le tappe intermedie e i luoghi in cui soggiornerà; tuttavia, il movente che lo ha spinto su quella strada gli è sconosciuto.
Vuole recuperare una parte del suo passato? Oppure riconnettersi con una passione che gli appare ormai sterile, la ripetizione stanca di un manierista? Forse, la mente e le sue considerazioni non vanno interpellate e il motore dell’azione va individuato nel corpo troppo a lungo ignorato a causa della sedentarietà della vita di uno storico senza cattedra, di un ricercatore indipendente.
Fatto sta che l’origine dei fenomeni, benché sia il cibo quotidiano di Mauro, pare adesso, con la valigia tra le mani, infastidirlo e indisporlo. Come se simboleggiasse concretamente la quantità di tempo che gli pare d’aver perso dietro a flebili illusioni.
A conti fatti, facendo un bilancio della sua vita, qualcosa stona. Quando ha smesso di sentire gli amici di una vita? Quando ha accettato che il suo più grande timore – di rimanere solo – diventasse una realtà apparentemente ineluttabile?
Non basta, quindi, mettersi in viaggio. Deve recuperare i legami che lo tengono ancorato al presente, ossia deve salvare il passato. Ricontattare chi ha perso di vista e stabilire una memoria comune e condivisa. Che poi significhi rispondere a mail vecchie di quindici anni poco importa, ciò che assale è l’urgenza di gettare un ponte.
Mauro, in preda all’ansia esistenziale di essere trascinato via dalla corrente, tenta il tutto per tutto dei naufraghi: nuotare disperatamente verso il primo appiglio disponibile con la speranza di toccare di nuovo la terraferma.
Ad alimentare il rimpianto è una speciale forma di nostalgia. La nostalgia del niente – che mi invade così spesso, anche qui, anche mentre mi imbatto nella luce contromano di uno stucchevole tramonto color miele a Lochau.
La percezione di una mancanza strutturale, quasi come il corpo non fosse provvisto di un tassello fondamentale per completare il soggetto di un puzzle, viene alimentata dal rimpianto, quindi da un finale inconcludente del passato. Si tratta forse della nostalgia del non vissuto, cara agli abitanti del pianeta Terra del terzo millennio? No, a emergere dagli intrichi limacciosi del passato non è la nostalgia di quel che avrebbe potuto essere, del what-if, bensì quella del niente. Come a dire, il rimpianto indefinito, l’insoddisfazione bruciante e aporetica, incapace di sfogarsi e trovare la via del mare aperto.
È tutto così faticoso, Consuelo, non ti pare? Stare al passo, alzare il tono, rilanciare, non limitarsi a incassare: è una trattativa continua, una gara fra suscettibilità. Uno spreco di energia immenso.
Non stupisce quindi che la fatica sia la cifra caratteristica di Mauro. Una fatica che è reale e sfibrante, ma che è ancor di più percepita e proiettata: doppia perché somma al suo peso quello della sua ombra. Stare al mondo in maniera proattiva e non svilente, non cedere alle sirene della disillusione e della privazione di senso significa battagliare su ogni punto e contrattare su ogni centimetro di terreno. Non lasciar stare, non far scorrere l’acqua sotto i proverbiali ponti.
Cosa può voler dire non sprecare quell’energia immensa e tenerla per sé – in attesa poi di cosa?
Di generare altra nostalgia del niente?
Perché è come dare un’occhiata alla tua vita da fuori ma senza di te. Nel giardinetto condominiale su cui ti affaccerai da comparsa, avresti potuto essere il protagonista.
Dettagli
Photo by Keith Chan
Le citazioni del paragrafo Tasmania appartengono all’omonimo romanzo di Paolo Giordano, Einaudi, 2024.
Le citazioni del paragrafo Romanzo senza umani appartengono all’omonimo romanzo di Paolo di Paolo, Feltrinelli, 2025.





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