Racconto di Benedetta Domenichelli

Agata è una donna che vive perennemente di corsa.
Fa parte di quelle donne che, per poter gestire tutti gli impegni familiari e lavorativi, hanno rinunciato a essere sé stesse. Poco parrucchiere, niente trucco, niente manicure, ancor meno giornate di shopping o cene con le amiche. Sono tutte cose che, per Agata, appartengono al mondo dell’apparenza, del superfluo. Sa bene che nel mondo d’oggi anche l’apparenza ha la sua importanza e che certi dettagli non vanno trascurati, ma sa anche che due ore dal parrucchiere sono due ore sottratte ai suoi figli.
Oggi è diverso: è un giorno di riposo in un centro benessere con tutta la famiglia. La parola d’ordine è “SENZA FRETTA”! Agata si guarda allo specchio. Controlla le rughe. Ricorda quando aveva posato come modella per un fotografo e pittore. 
“Sono realistico, ti ho lasciato le rughe di espressione.” 
“Sono fiera delle mie rughe, non ho paura di invecchiare.” Aveva 34 anni quando aveva pronunciato quella frase! Vent’anni dopo si ritrova nuda davanti allo specchio. Due figli, un cancro al seno che non ha avuto pietà del suo corpo; avrà ancora il coraggio di dire che è felice di invecchiare?
Dopo la chemio le sono rimaste le borse sotto gli occhi. Le avevano detto che sarebbe successo, ma lei pensava che poi sarebbero scomparse. Invece no, sono rimaste.
D’altra parte, se stai per morire, ti metti a discutere delle borse sotto gli occhi?
“Ma chissenefrega!”
Passa le mani sul collo, la pelle si sta un po’ rilassando, e così anche sulle braccia. Lo sguardo si sofferma sul seno. Quel meraviglioso seno di cui è sempre stata fiera. Lo valorizzava con reggiseni a balconcino e vertiginose scollature. Di quei tempi di gloria è rimasto un solo seno; regge ancora bene la forza di gravità nonostante età ed allattamento.
Sul lato sinistro campeggia una vistosa cicatrice che parte dallo sterno e attraversa tutto il pettorale fino al bordo della schiena.
Agata ha scelto di non fare la ricostruzione del seno. L’idea in teoria è allettante: sfidare i segni del tempo con un seno nuovo e potersi permettere ancora le sue splendide scollature. Nella pratica, per ottenere tutto ciò dovrebbe sottoporsi a due interventi. E Agata ha già sofferto abbastanza. Ha un buon rapporto con il suo corpo, non le importa più di tanto quella menomazione. Anzi, le ricorda ogni giorno che è viva! E quanto ha lottato per restare viva e guarire.
Una cosa le dispiace: dover rinunciare alla biancheria intima: i reggiseni per le protesi sono proprio brutti, non hanno pizzi, costano quanto una lingerie di lusso ma quanto a sex appeal lasciano molto a desiderare. “Ho rinunciato al seno nuovo, non voglio rinunciare anche alla biancheria sexy”, pensa tra sé e sé Agata.
L’ennesimo capello bianco attira la sua attenzione. “Mi tocca tornare dal parrucchiere a fare il colore”, pensa. “L’età che avanza mi ha fatto calare la vista, ma come mai riesco comunque a vedermi le rughe e i capelli bianchi?” ridacchia fra sé e sé. Fare i conti con la malattia è stato abbastanza facile dopotutto; era tale la paura di morire e lasciare da soli i bambini che Agata era pronta ad accettare ogni cosa. Ora che tutto è passato, sarà altrettanto facile accettare di invecchiare?
Le borse sotto gli occhi, i capelli grigi, collo e braccia cadenti, il seno: “qui i chissenefrega iniziano a essere tanti!
Vediamo come fare!”.
Matteo, il figlio più piccolo, si affaccia allo spogliatoio. 
“Cosa fai, ma’? Io sono pronto; ti aspetto fuori.” 
“Sì, ci vediamo al bar, chiama i tuoi fratelli, io arrivo” – lo saluta Agata senza mai distogliere gli occhi dallo specchio.  “Oh, ma’, tutto bene? Hai bisogno di aiuto?” Matteo scruta la madre dubbioso.
“Vai, tesoro, ho solo bisogno di fare le cose con calma.” Un gruppo di donne entra nello spogliatoio vociando e interrompe il dialogo fra i due. Agata fa un lungo salto indietro nel tempo. Ritorna all’età di diciotto anni, quando frequentava le palestre per fare aerobica. Ricorda le sue compagne di corso con fisici longilinei senza un filo di grasso, che indossavano tutine super aderenti dai colori fluo accecanti. Stavano ore a guardarsi allo specchio. 
Rispetto ad allora, i colori fosforescenti non sono più di moda e ora ci sono i selfie; per il resto, tutto è rimasto uguale. In quell’ambiente, Agata era la ragazza al margine: al margine dello specchio, al margine della sala corsi. Era quella vestita di nero con la maglietta due taglie più grande per coprire un sedere non conforme agli standard stilistici di nessuna generazione. All’Agata ragazzina sembravano un po’ ridicole quelle ragazze così in mostra, ma non riusciva a non invidiarle; non avrebbe voluto essere come loro, ma essere considerata almeno quanto loro. Una cosa si può dire della vecchiaia e della malattia: sono incredibilmente democratiche, “livellano”.
A diciott’anni la cellulite non perdona! Ma dalla menopausa in poi, puoi essere grata se la cellulite è rimasta un problema. L’Agata di oggi vorrebbe parlare alle orecchie di tutte quelle ragazze che si sentono fisicamente inadeguate, a quelle che si sentono giudicate o scartate perché troppo grasse, o troppo magre. Piacerebbe insegnare loro quello che lei ha imparato solo attraverso la malattia.
Anche allora era davanti allo specchio, come se lo specchio le permettesse di andare oltre l’immagine e scrutare anche l’anima. Il giorno prima dell’intervento, Agata si era concessa una lunga doccia e aveva salutato il suo seno; lo aveva accarezzato come si accarezza la guancia morbida di un bambino. L’aveva ringraziato per le esperienze condivise in quegli anni: dai primi piaceri del sesso alle gioie dell’allattamento. Asciugandosi, si era guardata attentamente allo specchio per imprimere nella memoria l’ultima immagine di com’era e di come non sarebbe più stata.
In quel momento, si era sentita sorretta da una voce interiore molto forte che l’aveva convinta che si era ammalato solo il corpo, non il suo spirito.
La malattia le avrebbe portato via parti del corpo, ma la vera essenza di sé sarebbe rimasta. Aveva così iniziato a comprendere quanto aveva appreso in tanti corsi di filosofia e meditazione: la distinzione tra corpo e spirito, tra contenuto e contenitore. Come diceva il suo maestro: se il corpo è la macchina, chi è l’autista? Chi decide cosa fare e dove andare? Chi soffre? Chi si ammala? Chi è felice? La macchina o l’autista?
Il giorno dopo l’intervento, l’infermiera l’aveva accompagnata in bagno. 
“È importante che ti guardi subito allo specchio! Devi capire chi sei, devi metabolizzare!” “Ancora!” aveva provato a ribellarsi Agata. “Possiamo fermare il mondo per un giorno? Potrei restare a letto a deprimermi? Anche solo qualche ora; poi magari domani ritorno a fare la forte? Va bene?”
L’infermiera l’aveva guardata dritta negli occhi:
“L’autocommiserazione non è un’opzione che ti puoi permettere; forza, alzati e cammina!”
Agata, sentendo quella frase, era scoppiata a ridere: “Va bene, mi alzo, vuoi impormi anche le mani?”
Era rimasta a lungo davanti allo specchio, aggrappata alla mano dell’infermiera; aveva osservato i drenaggi, i punti: il torace che sembrava un campo di battaglia. Finché non aveva sentito dispiacere per quel corpo, ma aveva realizzato che lei non era quel corpo; lei era qualcosa di più. 
“Non so come spiegartelo, nonostante il dolore e la paura, sento una luce dentro di me che vuole uscire; è solo il mio corpo che è malato, io sono viva, sono forte, sono molto di più!”
Agata piangeva mentre l’infermiera le accarezzava il viso:  “Volevo che vedessi questo in te!” Le aveva detto oramai sulla porta, prima di correre via ad aiutare altre pazienti, altre vite sull’orlo del baratro.
Approfondire questi concetti aveva aiutato Agata a superare tutto quel periodo tremendo. Non che non avesse ancora paura, ma se si concentrava su quel punto nascosto dentro di sé, sentiva una luce farsi sempre più grande e più calda, al punto da non poter fare a meno di sorridere e cantare.
“Tutto questo senza oppioidi, hai visto?” scherzava spesso con il marito. “Tu continui a sottovalutare i poteri della mente.” “E tu il fantastico potere del cortisone” la provocava il marito, esasperato dai suoi turbinii umorali.
Ecco! Dopo quattro anni, Agata, ancora una volta davanti allo specchio, vorrebbe parlare a tutte le ragazze, bloccate dalla paura di crescere, di mangiare, di divertirsi stando con gli altri. Non serve invecchiare o ammalarsi per capire che siamo molto di più del corpo che ci contiene. Perché capirlo solo quando si è allo scadere del proprio tempo? Sai quante cose si potrebbero fare se lo si capisse prima?
Cerchiamo per tutta la vita la felicità, ma la cerchiamo fuori da noi in aspetti che hanno breve durata; mentre la felicità è già dentro di noi ed è eterna.
Agata si guarda l’ultima volta allo specchio per imprimersi l’ultima immagine di sé: “sarà bello invecchiare, ho ancora molto tempo.”
Strizza l’occhio alle Agata del passato e corre via ad abbracciare i suoi figli e una nuova fase della sua vita del tutto inesplorata.

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Photo by Vince Fleming

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