Se è vero che narrare rappresenta un bisogno fisiologico dell’essere umano e gli consente di riflettere e apprendere dall’esperienza in modo al contempo ludico e profondo, da cosa scaturisce il suo fascino?
Il rischio, spesso insinuato sin dall’inizio della scolarizzazione primaria, è quello di considerare una narrazione importante per partito preso, senza che essa abbia il tempo di dimostrarsi tale. Perché bambini, preadolescenti, adolescenti e giovani adulti dovrebbero rompersi la testa sull’epica e sulla letteratura, anche quando il richiamo del mondo esterno si fa pressante e assume una colorazione vibrante e vivida ai loro occhi assetati di movimento e interazione con l’ambiente? La risposta non può e non deve essere una perifrasi che copra un più schietto: perché sì. O meglio, da adulti consapevoli questo perché sì riesce a raccogliere entro di sé una complessa sfumatura di significati che non ha bisogno di molte parole per essere spiegata – perché, per converso, abbisogneremmo di troppe parole per spiegarla davvero – mentre nella fase di sviluppo e maturazione, fisica come cognitiva, bisogna impegnarsi nell’arduo compito di fornire giustificazioni e motivazioni per tutta questa attenzione che dedichiamo ai racconti che tramandiamo personalmente o in quanto società.
L’aura, la lontananza e l’informazione
L’aura è narrativa proprio perché intrisa di lontananza. L’informazione, di contro, toglie al mondo ogni aura e ogni incanto nel momento stesso in cui abolisce la lontananza.
Un racconto è, in prima analisi, affascinante. E lo è non tanto perché se ne apprezzino le qualità compositive, bensì in quanto sia capace di generare un senso di sospensione alimentato dalla lontananza. Per aura, Han, all’interno de La crisi della narrazione, intende una caratteristica propria della narrazione e sconosciuta all’informazione in quanto esatta rappresentazione di un evento. L’aura è fertile, misteriosa, enigmatica e intimamente inaccessibile. Al contrario, l’informazione è poco produttiva – quando non sterile – chiara, limpida e volutamente trasparente.
Ciò che innesca la voglia di continuare ad ascoltare una storia è tentare di risolverne l’arcana natura di indovinello alla portata di tutti. È come trovarsi di fronte a un prestigiatore i cui trucchi sembrano facili da indovinare ma che, più ci si impegna nella loro decodifica, più diventano astrusi e complicati. Eppure, nonostante questo lavorio mentale e questo tentativo di interpretazione del tutto spontaneo – chiunque, in modo personale ma continuo, tenta di comprendere quel che lo circonda – la magia è sempre lì, sul palcoscenico, a pochi passi, innocente e umile nella sua capacità di produrre degli effetti tanto straordinari. La si può definire innocente solo ed esclusivamente perché non le si può attribuire una coscienza, non è una creatura senziente, perché altrimenti sarebbe stata essa stessa ben consapevole della propria natura illusoria.
Tuttavia, in questo carosello di spettatori e prestigiatori che si ingannano a vicenda, sopravvive e fruttifica il nucleo del racconto. Questo cuore interno della storia è però bifronte, se da un lato pare mostrarsi quasi voluttuosamente, dall’altro si nasconde con bravura eccelsa, tanto che si potrebbe scrivere un’affermazione molto coraggiosa a partire da questa premessa: tutti i racconti migliori contengono delle zone d’ombra e nessuno di essi illumina tutti gli angoli del mondo portato in scena. Sarebbe interessante o stimolante avere tutte le risposte fin dall’inizio o anche solo terminare lo spettacolo senza un qualche rovello da approfondire? Attenzione, qui non si discute di conforti e rassicurazioni, bensì di interessi e pungoli. Il fascino di questa attività risiede anche nella possibilità di immergersi nella lontananza. Di ammettere una serie di gradi di separazione tra sé e quel che scaturisce dalla narrazione. Questa distanza prospettica, oltre a generare attenzione e coinvolgimento, dà anche il la alla riflessione mettendo in moto i tanti ingranaggi che ronzano nella mente come tanti insetti inquieti.
Questo mistero affascinante della narrazione, che è stato definito anche nucleo o cuore in queste righe in modo smaccatamente melodrammatico, si inaridisce nel momento in cui viene affiancato o addirittura sostituito dall’informazione.
È come se il prestigiatore menzionato precedentemente parlasse al pubblico prima ancora di iniziare lo spettacolo svelando in modo minuzioso ognuno degli assi del proprio arsenale. O peggio, è come se, durante l’esecuzione di un numero sorprendente, lo commentasse in presa diretta come un telecronista sportivo.
L’abbattimento del mistero e il trionfo delle caramelle
Il progressivo abbattimento della lontananza è un tratto caratteristico della modernità. Essa svanisce e viene sostituita con la perdita di qualunque intervallo di separazione.
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La noia è «l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza». […] Nel fruscio digitale di Internet non c’è più alcun nido per l’uccello incantato. I cacciatori di informazioni lo hanno scacciato via.
La nostra epoca ha già un problema con le eccessive etichette che le sono state attaccate in fronte. Molte di esse, dal post-modernismo al sur-modernismo, dalla tarda-modernità alla fine dei tempi, condividono dei tratti comuni: abbattimento delle distanze, decostruzione della tradizione, unione a mo’ di pastiche degli elementi ottenuti da tale decostruzione, ironia dissacrante e desiderio di autenticità.
I criteri di giudizio e critica sono stati assediati e sconfitti anche perché minati all’interno da una serie di debolezze cronicizzatesi nel corso del tempo. Purtroppo, l’afflato liberatorio provato da tutti quelli che sostenevano la demolizione delle anguste stanze della tradizione si è vaporizzato nell’incapacità di trovare delle linee comuni per ricostruire gli edifici demoliti dal loro rullo compressore. Prendendo in prestito un paio di espressioni di Sant’Agostino: alla pars destruens non è succeduta un’adeguata e necessaria pars costruens. E per rintuzzare il concetto con le parole parafrasate di un brillante romanziere e pensatore statunitense, David Foster Wallace, abbiamo bisogno che qualcuno ci dimostri di essere stranieri in casa nostra, ovverosia di scuoterci di dosso l’intorpidimento e l’assuefazione generati dal bombardamento mediatico che, dandoci in pasto quantità spropositate di dati e informazioni, ci dà l’idea di conoscere quel che, in verità, ignoriamo completamente. Certi sproloqui di cui tutti siamo testimoni – dai talk show alle dirette sconclusionate su una qualsiasi piattaforma social – cosa sono se non il rigurgito mal digerito di un eccesso di dolcissime informazioni?
Abbattere le distanze significa sia collegare l’Europa e l’Asia con voli dalla durata di massimo un paio di decine d’ore, sia abbattere il mistero che un europeo e un asiatico potevano provare nei loro reciproci confronti. In questo esempio, il quale non vuole sostenere che il primo assunto sia negativo, tutt’altro, vuole altresì sottolineare il rischio del secondo: l’europeo o l’asiatico in questione non possono sentirsi satolli dell’altro prima di averlo conosciuto davvero. Prima di essercisi quindi confrontati, materialmente e non attraverso un video girato da un turista con la sua GoPro.
Cancellare gli intervalli di separazione significa anche privarsi dell’occasione di scoprirli da sé. Quindi, di conseguenza, ci ritroveremmo a deglutire un cibo masticato da altri, il che, a occhio e croce, non sembra entusiasmante.
Il mistero è quindi svanito come la fattura di un potente stregone ormai defunto? No, è solo in crisi e tenta di dibattersi come può mentre gli spettatori che lo hanno sempre osservato meravigliati – come fa un essere umano di fronte alle lingue di un qualsiasi fuoco – si cibano di caramelle fatte di informazioni e niente più. E mentre le cartacce si accumulano ai loro piedi, i prestigiatori si fanno anziani e si guardano attorno cercando dei successori. Il più delle volte, muovendosi così, inciampano nel tappeto di plastica croccante tutt’intorno al palco.
Manteniamo però l’ottimismo che ci contraddistingue come specie! Qualcuno riprenderà la scena e otterrà così una valanga di visualizzazioni da riversare, sotto forma di altre coloratissime e zuccheratissime caramelle, in ogni dove, magari subito prima di chiamare un’ambulanza.
Senza fame, cioè senza noia, l’uccello dell’esperienza non può covare. Nel suo nido, alla fine della storia, qualche anticonformista punk intollerante al glucosio troverà non più pezzi di guscio, bensì cartacce spiegazzate.
Non è così che si uccide il fascino di un racconto, ma non è così che lo si favorisce.
La libertà in questo caso non viene repressa ma interamente sfruttata. Essa si ribalta in controllo e manipolazione.
Dettagli
Photo by Iwona Castiello d’Antonio
Tutte le citazioni sono tratte dal Capitolo 1 de La crisi della narrazione, B. Han, Einaudi, 2024, Torino.





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