Racconto di Daniela Cioni

Se ne andò sbattendo la porta e giurando a sé stesso che nessuno poteva rubargli i suoi sogni, nemmeno suo padre.
Franco aveva solo quindici anni quando per la prima volta nella piazza del suo paese si fermò una compagnia di saltimbanchi. Erano giovani, colorati e le loro evoluzioni esprimevano la gioia di una vita di libertà. Li guardava e li invidiava perché loro non dovevano ubbidire e sottostare ad un padre padrone, non dovevano lavorare dodici ore al giorno nei campi senza ricevere mai una gratificazione. E soprattutto non erano prigionieri di un luogo: il loro orizzonte non aveva confini. Negli anni ‘50 per un piccolo paese come Gaggio Montano, nelle colline emiliane, non era una novità. I padri tramandavano ai figli la loro attività agricola e detenevano il potere in famiglia con durezza ed autorità soffocando qualsiasi forma di ribellione a suon di nerbate. Ed anche Franco quante ne aveva prese! Ma in quel lontano giorno forse, per la prima volta, si rese conto che non sarebbe mai diventato un contadino, l’odore di sterco gli dava ormai la nausea ed aveva assolutamente bisogno di cambiare aria a costo di fare un balzo nel buio. Così riusci’ ad avvicinare uno degli artisti, suo coetaneo, parlarono fitto fitto e a lungo e Franco, tra quelle parole che trasmettevano soddisfazione, impegno e fatica, trovò la motivazione giusta per stravolgere la sua esistenza. 
All’inizio fu durissima, soprattutto imparare la giocoleria: le mani abituate a lavori di fatica risultavano legnose, ci volevano coordinazione, equilibrio, ritmo, affinché l’esibizione apparisse fluida ed elegante. Ma dopo tanto sacrificio e lavoro i risultati incominciarono ad arrivare e più gli applausi erano fragorosi più Franco si sentiva orgoglioso di ciò che era diventato. Alzò l’asticella e oltre alla giocoleria vestí i panni di un clown con l’inserimento di numeri divertenti e coinvolgenti. I sorrisi dei bambini lo riempivano di una gioia immensa, aveva scoperto una parte di sé che non conosceva. Far ridere non era semplice e scontato, un costume variopinto ed un naso rosso non garantivano la risata, bisognava lavorare sulle espressioni del viso, sui movimenti maldestri ma organizzati, e sull’effetto a sorpresa che ha sempre lo scopo di trasformare lo stupore in ilarità. Aveva coronato finalmente il suo sogno di una vita libera e piena di successo, viaggiando in tutto il mondo e conoscendo tantissime persone e per ognuna di queste serbava sempre un ricordo, una sensazione, una traccia di nostalgia. Ma se, per caso, alla sua mente si affacciava una reminiscenza legata alla sua famiglia e al paese d’origine, ecco che Franco subito respingeva quell’immagine per paura dei sensi di colpa sempre pronti a ghermirlo nel buio della notte.
Senza accorgersene il tempo era passato, l’età adulta era arrivata e con essa un regalo non gradito che obbligò il nostro clown a ritirarsi dalla scena. Le mani non rispondevano più, perdeva forza e sensibilità, e le clavette scivolavano rovinosamente a terra in uno scoramento che ogni giorno si faceva sempre più forte attanagliando Franco in una morsa di depressione. La diagnosi non aveva lasciato dubbi, si trattava di una forma di fibromialgia che non dava scampo, ma ci si poteva convivere a patto di appendere al chiodo il costume da clown. È così che entrando quel giorno in ospedale a Milano iniziò una nuova stagione della sua vita. All’accettazione gli avevano detto di aspettare, perché il professore era in ritardo con gli appuntamenti e lui, non sapendo come ingannare il tempo, era andato alla ricerca di un’edicola per acquistare il giornale. In quel labirinto di stanze  ed ambulatori su diversi piani aveva perso l’orientamento e, senza volerlo, si era ritrovato in un reparto pediatrico. In una immensa sala tanti pigiamini colorati giocavano e ridevano nonostante molti di loro avessero fasce e tutori che impedivano in parte i movimenti, ed una bambina con due splendidi occhi azzurri recupero’ una pallina davanti a Franco.  “Guarda che qui tu non ci puoi stare, sei troppo grande !” Col ditino alzato e l’aria di chi sa’ di aver ragione Rebecca fece gli onori di casa. “È vero, mi sono perso…..ma mi piacerebbe tanto stare un po’ qui tra di voi…“. Franco finí appena la frase quando una caposala energica e dai modi un po’ bruschi intervenne. “Insomma ci sono degli orari per le visite, voi nonni siete terribili, non rispettate mai le disposizioni……chi sta cercando? “ Franco rispose un po’ balbettando “ Veramente mi sarei perso, avevo una visita col Professore Gentili ma nell’attesa ho gironzolato non trovando più l’uscita ….e così mi sono fermato un attimo a guardare i bambini.” La caposala scosse la testa e tenendo a bada l’irritazione che saliva disse “ Avanti venga con me che le dico dove deve andare .” Rebecca intanto era rimasta lì a fissarli e prima che Franco ritornasse sui suoi passi : “Torni domani? Ti faccio giocare se vuoi”. La caposala col suo solito tempismo : “ Certo nei prossimi giorni torna ma negli orari stabiliti!” E fece cenno a Franco di seguirla con rapidità mentre Rebecca agitava una manina in segno di saluto. “Mi dispiace davvero tanto, non volevo metterla in difficoltà, ma quando ho visto tutti quei bambini non sono riuscito ad andarmene, un tempo era il mio pubblico preferito!” La caposala, che intanto si era calmata, si rivolse a lui interessata:” Ma mi dica, di cosa si occupava ?” Franco con orgoglio rispose : “Ho lavorato tanti anni come clown e giocoliere presso diverse compagnie circensi ma poi la mia malattia e l’età hanno scritto la parola fine e ora vivo di ricordi.” La caposala sgrano’ gli occhi : “ Macché vivere di ricordi, potrebbe venire in reparto qualche pomeriggio alla settimana ed intrattenere i bambini, cosa ne dice?” “Ma io non so se sono ancora all’altezza, non mi esercito più come una volta, poi queste maledette mani non mi danno più retta!!” Ma la caposala col quel suo piglio deciso ribatté: “ I bambini non faranno caso se l’esibizione non sarà perfetta, l’importante è coinvolgerli e distrarli magari indossando il suo bel costume….allora siamo intesi ci vediamo nei prossimi giorni. Io mi chiamo Tiziana e praticamente sono sempre qui.” Franco era rimasto senza parole, si sentiva confuso ma felice come non lo era da anni. Appena rientrato a casa in preda ad una forte agitazione salì le scale della sua mansarda ed aprí il baule dove aveva conservato parte dei suoi costumi, inspiegabilmente si sentì pervadere da un’energia e una voglia di fare che lo commossero. Tiziana aveva ragione, poteva ancora donare gioia, il clown che albergava in lui non aveva perso smalto, si era solo un po’ opacizzato ma con i sorrisi dei bambini avrebbe ritrovato l’antico splendore. E così per tre pomeriggi la settimana aderì con rinnovato entusiasmo a questo impegno,quanti bambini come Rebecca gli rubarono il cuore ! E lui diventò il nonno di tutti sempre prodigo di buonumore e di abbracci fino a che la sua salute glielo permise. Ma non prima, pero’, di aver ceduto il testimone a qualche piccolo ospite dell’ospedale che,una volta cresciuto, seguí le orme di quel vecchio clown sognatore. 
Non bisogna mai abbandonare la speranza perché ad ogni stagione della vita si possono cogliere frutti inaspettati. 

Dettagli

Photo by RAPHAEL MAKSIAN

2 risposte a “Daniela Cioni – Una vita da clown”

  1. Una storia bella e tenera.🌟

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