Testo di lariganera

Puoi perdonare qualcuno che ti ha ferito tanto profondamente da colpire il tuo corpo, la tua mente, la tua anima?

Viviamo un momento particolare della storia occidentale, in cui magari nei fatti non conta molto chi ha ragione o torto, le vittime vengono accusate di essere colpevoli e i carnefici giustificati e trasformati in altre vittime, ma all’apparenza bisogna sempre salvare la faccia, perciò evitiamo parole offensive, prestiamo attenzione al linguaggio, ci assicuriamo che sia più inclusivo. Atteggiamenti, questi, che hanno un fondamento, ma ben poco riscontro nella realtà oggettiva. Sì, perché ci piace tantissimo essere progressisti e rappresentare tutti, a parole, ma quando si tratta di rispettare sul serio il prossimo, è lì che le cose si fanno complicate. Ci offendiamo con poco, siamo intransigenti, non vogliamo ascoltare l’altro. E se l’offesa la subiamo per davvero, è la fine.

Il nostro ego è enorme. Inutile girarci intorno. Noi siamo quelli che si danno le pacche sulle spalle da soli quando riusciamo a evitare lo spauracchio dell’essere tutti uguali, quando ci distinguiamo “dalla massa” e cerchiamo di essere alternativi, perché non sia mai essere associati a chiunque altro, è un anatema. Per questo abbiamo bisogno di essere notati, di sentirci al centro dell’attenzione ed è per lo stesso motivo che glorifichiamo le nostre azioni, anche le più ordinarie e insulse, scattando foto e rendendole pubbliche pensando che ogni cosa che facciamo sia importante. Il nostro ego è smisurato. E se è vero che siamo così importanti, vogliamo poterlo dimostrare rendendoci inattaccabili, ecco perché già il solo pensiero di poter subire un torto è semplicemente inaccettabile.

Allora ti chiedo: puoi perdonare qualcuno che ti ha ferito? O il tuo giudizio è annebbiato dall’orgoglio che ti sei costruito nel tempo come muro di difesa per essere inattaccabile?

Parlo di annebbiamento e non lo faccio a caso. Quando ci sentiamo feriti, infatti, i nostri pensieri e le nostre energie si focalizzano sul dolore che stiamo provando e quando quel dolore è sordo, continuo, pervasivo e forte tanto da impedirci di vivere come abbiamo sempre fatto, ci portiamo dietro quel peso per molto tempo e più andiamo avanti, più il dolore si innerva dentro le parti più intime della nostra mente e più trascuriamo il tempo che potremmo dedicare a guarire ed essere noi stessi. A volte, al dolore causato dal torto che ci è stato fatto, si aggiungono la rabbia e la vergogna che proviamo per aver permesso a quella persona di farci del male, quindi la spirale di pena in cui vortichiamo diventa ancora più veloce e confusa e la zavorra che ci trasciniamo dietro, un macigno.

È esattamente per questo motivo che è fondamentale perdonare. Perdonare non significa accettare passivamente la sconfitta, né sminuire la propria esperienza, ma creare un’opportunità per allontanare quella nebbia e sganciarsi da quel peso e significa darci modo di superare quello che è successo per cominciare il processo di guarigione. Quando perdoni te stesso per aver permesso a un altro di ferirti, consenti al dolore e al risentimento di lasciare spazio a una nuova versione di te.

Eva Mozes Kor, sopravvissuta all’Olocausto, ha scelto la via del perdono e in merito ha scritto molto, motivando le proprie azioni per cercare di rispondere a quanti, negli anni, le hanno chiesto come potesse, dopo ciò che aveva vissuto, perdonare i suoi aguzzini. «Anche se sono stata liberata nel 1945, non sono stata libera finché non ho concesso loro il perdono nel 1995. Posso ancora ricordare il passato molto chiaramente e posso descriverlo, ma non può più sopraffarmi […] Racconto la mia storia non per stare male, o per far soffrire altri, ma per parlare del perdono e delle possibilità che esso può creare nella vita di altre persone». Il perdono non è assoluzione e se lo concedi non significa che aiuterai chi ti ha ferito ad ottenerlo, non cancelli le sue colpe e non lo sollevi dalla responsabilità di aver commesso un torto nei tuoi confronti, ma, come ha scritto Eva Mozes Kor, concedere il perdono ti rende libero.

Ma vorrei andare oltre e tornare al discorso sul rispetto verso gli altri e sull’orgoglio. «Voglio porre un quesito: che cosa vogliamo per il futuro? Vogliamo continuare a puntarci il dito contro? Vogliamo che l’accusato stia in un angolo e che l’accusatore stia in un altro, senza che s’incontrino mai? Come potrà mai funzionare? Guardate il mondo – non funziona. Tutto ciò che abbiamo sono persone frustrate da una parte e persone che vanno in giro commettendo follie dall’altra». Questo rispose la saggista rumena sopravvissuta alla Shoah e scomparsa nel 2019 quando nel 2015, su un social, qualcuno le chiese perché avesse stretto la mano a Oskar Groening, ex militare tedesco di stanza nel campo di concentramento di Auschwitz, processato all’età di 93 anni. La risposta andava avanti così: «Quando accade qualcosa di tragico, quali sono le opzioni per le vittime e i colpevoli? Molte persone sono qui per accusarlo di colpe che lui ha già ammesso di avere. Quindi adesso? Non penso che dovremmo costruire una statua in suo onore, ma può essere di esempio per far capire ai giovani che ciò che ha fatto era terribile, che era sbagliato e che è mortificato per aver avuto una parte in tutto questo. Ora, questo è un messaggio utile per la società».

Eva Kor è stata così forte, da poter non solo scambiare una stretta di mano con Groening, ma da arrivare a contemplare il perdono come una possibilità di creare qualcosa di utile per se stessa e per diffondere un messaggio. La forza incredibile che trasuda da un gesto e da un atteggiamento simili è immensa e dovrebbe farci rendere conto che è nel perdono che possiamo trovare lo stesso coraggio e un’occasione, non nella difesa a oltranza di un orgoglio che ci rende solo più oppressi, arrabbiati e, paradossalmente, indifesi.

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Photo by Paul Pastourmatzis

2 risposte a “Lariganera – Distruzione e creazione”

  1. Complimenti un articolo molto
    approfondito, hai toccato corde che ci risuonano, l’ego smisurato
    che ci porta all’incomprensione
    e alla incomunicabilità.
    Un altro argomento che trovo centrato e’ il volersi sempre elevare sopra la massa informe sentendoci detentori del
    pensiero libero e non condizionato, andrebbe ammesso con un po’ di modestia che i condizionamenti arrivano anche quando vorremmo evitarli.
    L’argomento del perdono, inteso in senso laico, è di una grande potenza, perché per perdonare dobbiamo uscire dalle nostre gabbie e abbattere le nostre protezioni.
    Il perdono è sovversivo e rivoluzionario.
    Naturalmente ho espresso le
    mie riflessioni personali seguendo i tuoi spunti.
    Grazie.

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  2. Quello è proprio il punto fondamentale dell’articolo: per perdonare usciamo dalle nostre gabbie mentali e, una volta che abbiamo perdonato, siamo del tutto liberi, non solo dal dolore e da qualsiasi emozione negativa che nasce in risposta a un torto subito, ma anche dal ruolo di vittime, che è quello che maggiormente ci tiene giù e ci impedisce di elevarci e migliorarci. Ovviamente non significa che non abbiamo il diritto di sentirci offesi, anzi, è sacrosanto riconoscere che qualcuno ci abbia feriti e processare le nostre emozioni, ma se arriviamo a perdonare l’altro sul serio, vuol dire che il lavoro più importante lo abbiamo fatto.

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