Un vecchio adagio recita che è sempre più facile analizzare le situazioni quando non ci si ritrova invischiati nel mezzo dell’azione. Per quanto gli esseri umani possano essere fieri del loro spirito di osservazione, è difficile dispiegarne arti e ammennicoli quando non si ha nemmeno il tempo di escogitare una frase banale che non risulti un sinistro rigurgito che tanto assomiglia al momento topico della digestione.
Un rutto, esattamente.
Quel che accade di sovente è che ci si ritrova a duellare con lo spirito delle scale, ossia con le parole che si sarebbero volute dire, o le azioni incompiute, e che non c’è stata occasione di buttare nella mischia.
Ciò vale per la vita di tutti i giorni come per le questioni di rilievo globale. Ma data questa incapacità di fondo di reagire nel momento opportuno con le soluzioni più azzeccate, non sarà il caso di passare il testimone a qualcuno che non si trovi già nell’acquitrino a sbracciarsi sperando che l’alligatore di turno – questione climatica, crisi demografica, guerra imperialista, fondamentalismo d’ogni bandiera – non sia veloce come tutti sostengono?
Torniamo alla Stella meravigliosa di Yukio Mishima.

Sulla salvezza dell’umanità

Capisce, vero, che sto cercando di dimostrare la vittoria dell’inorganico, dell’essenza materiale della Terra come corpo celeste? Per quanto gli esseri umani tendano a stare insieme, non potranno eliminare l’inconscio senso di solitudine che avvertono intuendo che nelle leggi dell’universo la ‘vita’ è qualcosa di puramente eccezionale e che essi sono destinati ad affezionarsi alle cose, ossia all’inorganico.

Nel confronto dialettico che avviene sul finire del romanzo tra il signor Juichiro e il professor Haguro emerge una riflessione spassionata, puntuale e implacabile delle caratteristiche della razza umana. I due contendenti si trovano vicini, ma separati da una staccionata che, pur di semplice legno tarlato, sembra per qualche astruso motivo invalicabile.
Spieghiamoci meglio: Haguro sostiene che l’umanità va cancellata dal pianeta Terra e che essa stessa stia in realtà invocando una soluzione di questo tipo; Juichiro, bendisposto a salvare l’umanità nel suo complesso, crede che il mezzo migliore per ottenere questo fine non sia tanto una liberatoria e totale eutanasia, bensì un cambiamento generale di prospettive indirizzato da coloro che detengono il potere nella società umana: presidenti, re, dittatori.
Fin dall’inizio, grazie al serrato stile discorsivo e accademico dei due uomini, o meglio, extraterrestri, il pallino della conversazione si trova nelle mani di Haguro il quale, spalleggiato dai due compagni di rancore Sone e Kurita, rimbecca Juichiro per la sua ingenuità di stampo prettamente terrestre. L’idea che gli umani collaborino assieme per formare un’unica grande società cosmopolita e pacifica abbattendo i confini e le distanze che si sono formate nel corso dei millenni è per il trio un’immagine utopica per quanto bislacca.
Proprio per convincere Juichiro, Haguro decide di illustrare cattedraticamente quali siano le peculiarità – interessi e malattie – che gli umani dovrebbero abbandonare per consentire al suo piano favoloso di avere successo.

La prima malattia

Innanzitutto, l’homo sapiens è troppo legato alle cose, agli oggetti, a quel che lo circonda. In poche parole, all’inorganico, a tutti quegli elementi a cui non è stata infusa la vita dal mero Caso. E perché ciò avviene? Come questa osservazione spiegherebbe la solitudine provata da queste scimmie ammaestrate che vivono in alti palazzoni di cemento armato che, pur avendo in dono la capacità di trasformare il proprio mondo, si ritrovano a rimuginare e a intristirsi per una condizione psicologica inafferrabile e sfumata?
Perché, intimamente, sono consapevoli di un loro difetto ontogenetico. La materia organica è figlia di un lancio di dadi impazzito, di un calcolo ai limiti del possibile, in sostanza di un miracolo probabilistico. È avvenuto, bisogna prenderne atto, ma allo stesso tempo parrebbe un caso isolato. Una singolarità. Ed ecco che, figlio del caso isolato, l’essere umano non fa che anelare alla completezza e alla serenità di ciò che il problema non può porselo: l’inorganico. Per questo si affeziona ai portachiavi e alle rocce, alle buste della spesa e ai documenti firmati con la stilografica, perché nutre un’invidia torbida verso ciò che è e basta.

La seconda malattia

“La seconda malattia,” continuò il professore ignorando la reazione dei suoi compagni, “è l’interesse dell’uomo per gli altri esseri umani. La sua più evidente manifestazione è forse l’istinto sessuale, che tuttavia non è in realtà un vero e proprio interesse umano. È soltanto l’atto di spiare il crepuscolo del mondo da una fessura tra la riproduzione e l’annientamento.

In più, continua Haguro, gli esseri umani hanno questo vizio di interessarsi degli altri esseri umani. Homo sum, humani nihil a me alieno puto, incideva il commediografo latino Terenzio nella mente dei contemporanei e di tanti studenti posteriori, senza sapere che un giorno il professor Haguro avrebbe rivoltato il suo squisito appello in un canto di morte.
Perché lo fanno? Perché si impicciano, fanno dei pettegolezzi, si intrufolano nella vita altrui? Sempre per rispondere a quella sete primigenia di compagnia? Perché sono animali sociali?
La mancanza e l’assenza assumono tratti grotteschi e caratteristici di ogni azione terrestre. Il desiderio, visto dal sistema di riferimento di Haguro, diventa la tensione drammatica che porta a colmare un vuoto esistenziale che, di per sé, esiste ed è inalienabile. È possibile pertanto nascondersi da esso, evitarlo e anche circumnavigarlo con astuti stratagemmi, ma ciò che risulta inattaccabile è la sua stessa esistenza. Anche quando si tratta di coronare la nascita di una nuova vita, cosa si sta davvero compiendo? Un atto infame! Il prolungamento della lunga catena dell’isolamento. Pensateci tutti, grida l’iroso, scontroso e disilluso Haguro, se il cuore dell’esistenza è fuggire dalla solitudine, perché dare alla luce altri futuri postulanti?
Amore e riproduzione, letti spregiudicatamente come facce della stessa medaglia, non servirebbero ad altro che a tentare di intravedere cosa si cela in quello spicchio di futuro che separa l’oggi dal domani. Tutto qui. E gli esseri umani quanto smaniano per questa visione fugace!

La terza malattia

È dunque giunta l’ora di accendere il nulla che già lambiva l’umanità. Sarà la rossa, enorme rosa della follia umana, il primo nulla coltivato dall’uomo, ossia la bomba a idrogeno.

In conclusione, la terza malattia umana consiste nell’interesse verso Dio. Qualunque sia il nome che abbia assunto nelle varie epoche e culture terrestri, il Sommo è sempre stato il guardiano del nulla. La sentinella dei confini inconcepibili degli esseri umani. Il suo regno, il suo ambito di intervento, è relegato a porzioni di realtà inaccessibili.
Quando si mostra? Mai. Come agisce? Per vie nascoste e invisibili. Quanto è influente? È onnipotente e onnipresente. Ciò non vale sicuramente per tutte le religioni umane, ma si applica felicemente a quelle più praticate.
Haguro intende liberare Dio dalla sua prigione. Vuole che la sentinella del nulla svanisca come le illusioni e la vita di chi l’ha imprigionata. Ma quale strumento sublime potrebbe scatenare una simile redenzione di massa? La bomba a idrogeno.
Haguro ha intenzione di incentivare le ricerche attorno all’energia nucleare per nettare la Terra dalla macchia umana. E, quale ironia! I presunti dominatori sarebbero schiacciati da una loro creazione.
A quel punto sì che il pianeta tornerebbe alle sue splendidi origini: una stupefacente stella meravigliosa.

Il capriccio

“Io continuo a sperare non perché abbia fiducia nella ragione umana, ma perché mi fido di quell’affascinante capriccio che coglie talvolta l’essere umano. Voi credete che prima o poi un uomo premerà il bottone. Sì, ma può darsi che prima di premerlo il capriccio sorrida all’improvviso.”

Juichiro ascolta l’arringa di Haguro senza battere ciglio. Sulle prime non gli esce nemmeno la voce per rispondere. Questo perché, fondamentalmente, sa che l’avversario ha ragione. O meglio, che quanto sostiene sia vero. Gli altarini che ha svelato esistono, non sono costruzioni fittizie per vincere il dibattito, tanto più che, nelle sue parole, Haguro trasfigura l’olocausto nucleare in una grandissima rivelazione globale. Si tratta di salvare l’umanità, a differire è esclusivamente il metodo.
Epistemologia allo stato puro.
Quale argine pone Juichiro all’arrembante fiume di parole di Haguro? Una considerazione che può sembrare spicciola e che, al contrario, dispiega quel che pensa davvero Mishima dell’umanità intera.
Un capriccio. Ecco cosa salverà l’umanità di fronte al fatidico bottone da premere per innescare la detonazione finale. Un capriccio.
Questo perché la mente umana non è deterministica, o non totalmente. Perché la ragione, l’intelletto e il cuore assieme non danno onore alla bizzarra conformazione dell’agire terrestre. A nulla possono valere schemi predittivi e logorroici file Excel nei quali si mostrano le probabilità di autodistruzione dell’homo sapiens. Esisterà sempre, incistato nello spirito di questa razza di scimmie, un nugolo di pura caoticità incontrollabile, una magica e imprevedibile capacità di sfruttare il libero arbitrio per la soluzione più rocambolesca, arzigogolata e pazzoide possibile.
Se quindi è vero che tre indizi fanno una prova, Juichiro vuole mostrare al trio che tre sintomi fanno un capriccio.

Come è prevedibile che sia, la controffensiva del marziano fa un immenso buco nell’acqua. Egli viene reputato solo un borioso e aristocratico intellettuale d’altri tempi, buono esclusivamente a manipolare gli sciocchi umani con le sue belle parole. Dato il disgusto di Haguro e compagni, Juichiro viene lasciato solo nella stanza, sudato, accaldato, conscio di non essere mai stato tanto vicino all’umanità nella sua più intima espressione.
Cosa attende entrambi gli schieramenti?
Da una parte la politica, dall’altra la malattia.
Meglio lasciare al lettore la responsabilità di attribuire l’una e l’altra.

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Photo by J W
Tutte le citazioni sono tratte da Stella meravigliosa, Y. Mishima, Feltrinelli, 2025.

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