Tra il singolo individuo e la società esistono numerosi sottoinsiemi intermedi. La famiglia nucleare, quella estesa a tutti i parenti, il circolo delle amicizie e delle conoscenze, la comunità del condominio, del quartiere, della città e a salire fino ai macrogruppi quali i coetanei, i connazionali, gli abitanti dello stesso continente e, infine, del mondo intero. Spesso, i membri di questi grandi panieri utilizzano tra di loro dei codici linguistici specifici, facendo riferimento a esperienze e luoghi comuni che, con il passare del tempo, vengono assorbiti nell’identità personale e nel modo di vedere il mondo. Questi gruppi rappresentano gli astri della sfaccettata e composita costellazione del nostro cosmo interno.
In essi è possibile trovare delle rassicurazioni e delle sfide e in generale forniscono un terreno comune dal quale osservare l’orizzonte. A volte, i loro regali sono strumenti, a volte paraocchi, ma contribuiscono all’algebra dell’esistenza dandoci l’occasione di formare dei legami di varia natura.
E se, all’improvviso, qualcuno di noi scoprisse di essere un extraterrestre?
Qualcuno doveva soffrire. Qualcuno doveva camminare a piedi nudi sanguinando sul vetro infranto del mondo frantumato.
In Stella meravigliosa, un romanzo scritto dall’autore giapponese Yukio Mishima, una comune famiglia di Tokyo, che vive precisamente nella cittadina di Hanno, compie una scoperta straordinaria.
Juichiro e Iyoko, benestanti borghesi di provincia, hanno due figli, il maggiore è un uomo di nome Kazuo, la minore una donna di nome Akiko. Vivono assieme sotto lo stesso tetto e conducono un’esistenza piuttosto riservata e priva di grandi scossoni. Juichiro si sostenta grazie ai titoli in borsa che ha ereditato dal padre, un abile uomo d’affari ormai scomparso, e si comporta come il professore di un’università di secondo rango: morigerato, rispettabile e accompagnato dagli inseparabili occhialetti da intellettuale. Iyoko è fiera di essere una casalinga piuttosto superficiale, apprezza gli aspetti concreti della vita ed è capace di inebriarsi dei profumi così come di assaporare il cibo che cucina con attenzione per il puro gusto di attivare i suoi recettori sensoriali. Kazuo è un ragazzo giovane, prestante e affascinante dalle grandi ambizioni: l’arte del compromesso politico e il libertinaggio sentimentale sono sbocciati in lui in tenera età. Akiko, infine, è dotata di una bellezza che confonde il sacro con il profano. È longilinea, dalla carnagione di un pallore delicato, dallo sguardo distante e al contempo sereno e incarna l’idolo che non si concede, sebbene in lei una certa fatuità resista e si sprigioni attraverso la cura puntuale del proprio aspetto.
La descrizione potrebbe appartenere a una tipica famiglia giapponese agli inizi degli anni Sessanta, un’epoca in cui la Guerra Fredda rischiò di tramutarsi in un nuovo, catastrofico, conflitto mondiale a causa delle ambizioni militari scatenate dai continui test per produrre ordigni nucleari sempre più potenti.
Tuttavia, una notte, Juichiro è spettatore di un incontro che passa dall’inconcepibile al chiaro nell’arco di pochi istanti. Non riuscendo a addormentarsi, decide di fare due passi e quel che vede nel cielo cambierà la sua vita per sempre. Un disco volante appare in tutta la sua futuristica eleganza brillando di verde e di rosso e danzando come una lamina di metallo scintillante di fronte agli occhi attoniti di Juichiro. La scena non dura che qualche secondo, tanto che si può supporre che si tratti di un sogno o di un’allucinazione. Eppure, l’impressione che lascia nell’uomo è profonda. Non è spaventato, non si sente minacciato. Tutt’altro, l’evento lo convince di non essere umano. A ben ragionarci, perché il disco volante si sarebbe dovuto mostrare a un comune terrestre?
Juichiro, quindi, con quella infallibile logica personale chiamata intuizione, rivela a sé stesso di essere un extraterrestre, in particolare un marziano. Condivide subito la nuova scoperta con i famigliari i quali, sulle prime, lo reputano uscito di senno. Ebbene, uno dopo l’altro, nell’arco di una settimana scarsa, avranno modo di assistere alla comparsa di un disco volante. Tutti lo vedranno in un momento di solitudine e la ragione è presto spiegata: Juichiro è un marziano, Iyoko è una gioviana, Kazuo è un mercuriano e Akiko è una venusiana, quindi, sebbene sulla Terra i loro corpi appartengano a una famiglia unita da legami biologici, la loro vera patria, il loro spirito, appartiene a civiltà figlie di diversi pianeti.
Cosa cambia nella loro condotta? Cosa nel loro modo di intendere la vita?
Mishima, in verità, utilizza questo stratagemma prospettico per mettere gli esseri umani di fronte a un enorme specchio e per analizzarne le caratteristiche dall’esterno. Eppure, è un esterno fittizio, una quinta del palcoscenico che offre uno spiraglio di quel che accade nel backstage.
I quattro membri della famiglia sono ormai convinti di essere superiori; tuttavia, non devono mostrarlo per non generare quel classico sentimento di invidia che sogliono provare gli umani nei confronti di qualcuno di migliore. Il loro obbiettivo è quello di confondersi nella rutilante umanità del secondo Novecento, di stare al gioco e di portare a termine un compito celeste: la pace universale. Quando mai è giunta a orecchie terrestri la cronaca di una qualche sanguinosa guerra interstellare? Mai. Questo perché nel cosmo vige l’armonia garantita da una volontà superiore che non passa sotto il nome di dio, sebbene lo stesso Juichiro non sia in grado di descriverla in modo preciso.
L’avvistamento degli ufo avrebbe potuto sfaldare la famiglia e scatenare impulsi profondi nei propri componenti; tuttavia, in loro avviene una metamorfosi di diversa natura. È come se questa scoperta di un’origine diversa consenta loro di liberare quelli che sono degli atteggiamenti, delle pose e dei desideri che hanno sempre posseduto. Juichiro, impenitente e sereno nullafacente, fonda un’associazione con lo scopo di radunare le persone interessate ai fenomeni che riguardano gli extraterrestri per discutere di pace mondiale. Iyoko, il personaggio che meno spicca all’interno della narrazione ma che assiste e supporta tutti gli altri, si prodiga nel compito di capire ancora meglio quell’umanità di cui non fa più parte. Kazuo estremizza le sue capacità affabulatorie e tratta i suoi ex conplanetari con paternalistica accondiscendenza. Akiko, dal canto suo, altera nella sua bellezza ultraterrena, ripiega su una maestosa e rigida compostezza che la porterà sulla via della purezza sacra (e della sua immancabile, quanto surreale, profanazione).
L’appartenenza cosmica della famiglia si sublima nello scopo di disarmare i governi più forti della Terra. Pertanto, lavorando a otto mani su lettere cariche di ammonimenti, encomi e catastrofiche previsioni del futuro radioattivo che sta per irrompere nel presente, i quattro extraterrestri tentano di mettersi in contatto con il presidente dell’URSS Chruscev e con il presidente degli USA Kennedy. Ovviamente, i loro tentativi sono dei buchi nell’acqua, neanche un segretario qualsiasi si degna di rispondere ai loro accorati appelli. Passano per semplici complottisti, per svitati, per internati di bassa lega. Cos’è questa se non la riprova che gli umani non solo non stanno facendo nulla per salvarsi, ma rifiutano la possibilità di essere salvati?
Avevano provato un senso di comunione, intuendo di provenire tutti e tre da un patria sconosciuta. E per qualche ragione, si erano sentiti immediatamente legati da un senso di complicità, in cui si celava una gioia malvagia. Il loro animo impressionato trasse con una spaventosa rapidità da quella comune esperienza la forza di rovistare nella memoria, di trovarvi tenebrose immagini che ciascuno di loro aveva sepolto nella propria coscienza. Tutti e tre, quasi nel medesimo istante, scoprirono in sé e negli altri quanto avessero odiato il prossimo durante la loro vita.
Le attività degli Osugi vengono presto notate. Quella famiglia sempre rispettosa, riservata e cordiale in modo distaccato non la racconta giusta alla cittadinanza di Hanno. Solo le persone che temono di svelare un segreto scabroso si comportano in modo tanto rigoroso e ineccepibile, mormorano i maligni.
Allora, ecco entrare in scena gli antagonisti della storia, un trio formato da un professore universitario di nome Haguro, un parrucchiere di nome Sone e un giovane impiegato di banca di nome Kurita. Questi tre individui sono facilmente riconducibili al gruppo dei rancorosi. Non in quanto persone incapaci di ottenere risultati nella vita, piuttosto come grette sagome che disprezzano sempre quanto non possono afferrare. Provano un’intensa repulsione nei confronti degli altri perché questi altri rappresentano quanto loro non potranno mai essere davvero per quella che sembra una mancanza biologica. Haguro ha un carattere arcigno e burbero, gli studenti lo disprezzano e non ha fatto altro che occuparsi di questioni di diritto di proprietà rurali per tutto il corso dell’esistenza. Sone è un parrucchiere troppo esposto alle tentazioni dei corpi, nonostante abbia una famiglia che pur ama, e odia con tutto sé stesso i ricchi, i benestanti e coloro che non devono lavorare quanto lui per guadagnarsi di che mangiare ogni giorno. Kurita, infine, è un giovane sgraziato, alto e robustissimo, che porta l’infamante segno della bruttezza. Tale condizione lo porta a sviluppare un misoginismo tanto radicato da risultare psicotico.
Cosa accade a questi tre loschi figuri, mentre si trovano insieme sulla sommità di una collina a sparlare di quanti conoscono? Vedono un disco volante che innesca lo stesso processo di esacerbazione del sé provocato negli Osugi. Il loro nuovo compito? Fornire un’eutanasia controllata a quegli esseri umani che hanno perso totalmente la bussola, ossia, tutti.
Per Haguro e compagni i nuovi test nucleari non sono che una richiesta d’aiuto inconscia. Gli umani, stanchi di dibattersi nella loro lenta agonia, avrebbero inconsapevolmente ordito la trama della loro definitiva distruzione. Distruzione da leggersi anche come raggiungimento di una serenità ormai impossibile sulla Terra.
Il romanzo è a tutti gli effetti una commedia cupa e filosofica che mostra le idiosincrasie, le ipocrisie, ma anche le potenzialità umane, rilette da osservatori esterni che in quanto tali dovrebbero essere imparziali. Eppure, la stessa imparzialità è guasta dall’interno poiché le posizioni di chi vorrebbe estinguere la razza umana e di chi vorrebbe salvarla sono portate avanti con selvaggia o nobile umanità. Mishima porta in scena gli spettri di coloro che respirano quotidianamente la tensione della cortina di ferro che è calata sul mondo, ma anche i fantasmi di chi, da vicino, ha visto gli effetti in nuce di una possibile tragedia radioattiva. I terrestri, egli compreso, gli appaiono come una sventurata cricca in balia delle onde della storia, un gruppo di pellegrini giunto al bivio fondamentale: sacrificio per la salvezza o salvezza per il sacrificio?
L’instancabile bagliore dell’infinito numero di stelle colmava il cielo di un sorta di tenuissima vibrazione di corda d’arpa.
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Photo by Jeremy Thomas
Tutte le citazioni sono tratte da Stella meravigliosa, Y. Mishima, Feltrinelli, 2025.





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