Ogni essere umano possiede l’invidiabile capacità di descrivere il proprio mondo interiore con una tale vividezza di colori da sbigottire. Chiunque, non si tratta qui di essere più o meno colti, più o meno polverosamente eruditi, se stimolato con la dovuta pazienza e interesse, è in grado di dare voce, odore e consistenza tattile al modo tutto particolare con il quale il suo ragionamento nasce, si sviluppa e dipana in più direzioni. Può, altresì, essere un dolce esperimento mentale attraverso cui lambiccarsi il cervello mentre l’acqua nella pentola inizia a bollire e, a fianco, il sugo comincia a borbottare.

Le strade di sabbia è un graphic novel disegnato e sceneggiato da Paco Roca, una delle matite più apprezzate del panorama artistico degli appassionati del genere.
La fabula del volume è chiara, ma tutt’altro che lineare: un uomo qualunque, che si perde facilmente nei meandri della propria fantasia, si dimentica un importante appuntamento con la propria compagna. Allora, facendosi convincere dall’urgenza nella voce di lei, decide di rimediare in qualche modo, affrettandosi verso il luogo convenuto. Senonché, e dopo aver trovato il tempo di non scontentare un amico bevendo con lui una birra per scambiare due chiacchiere, si rende conto che, per quanto possa correre, non farà mai in tempo. Questo è quel che pensa quando gli si prospetta un’alternativa, ossia prendere una scorciatoia che attraversi il quartiere vecchio della città.
Si giunge qui alla rottura dell’equilibrio iniziale: il protagonista, quelle strade, non le conosce. Non è in grado di orientarsi al loro interno. Mentre cammina osservando il cielo con una certa preoccupazione, si accorge non solo di aver mancato l’appuntamento, ma anche di essersi perso e di essersi ritrovato in un vicolo sconosciuto, di notte, senza lo straccio di un’indicazione. Ebbene, è giunto nel luogo chiamato Le strade di sabbia, un quartiere fittizio all’interno di un quartiere reale, abitato da individui incapaci di abbandonarlo per ragioni profondamente personali, quando positive e quando negative. Da qui, fino alla fine della storia, il protagonista tenta in tutti i modi di tornare da dove è venuto esplorando, attraversando e respirando la vita quotidiana e surreale degli abitanti del luogo entrando a far parte della loro bizzarra comunità.

La vita nel quartiere è scandita da una ritualità che non segue le logiche del mondo reale. Qui, come nel Paese delle meraviglie di Carrol, razionalità e buonsenso viaggiano su binari diversi da quelli attesi. Non sono diametralmente opposti, né tantomeno vicini: si trovano in un luogo visibile a occhio nudo, ma distanti quel tanto che basta da far assumere loro le sembianze di un miraggio nel deserto. Per questo, oltre a essere un luogo, Le strade di sabbia sono un personaggio a tutti gli effetti. Pare identificare un cuore pulsante o, per meglio dire, un cervello alla ricerca della chiave per comprendere sé stesso. È un organo estremamente dotato e sensibile, si trova a cavallo tra genialità e follia, purtuttavia è costantemente messo in scacco dalla mancanza di una risposta definitiva, da quel tassello che, unico tra gli unici, sarebbe in grado di completare il mosaico permettendo di vedere il disegno nella sua interezza. Cosa ricorda, tutto ciò, se non il modo di pensare del nostro protagonista con la testa tra le nuvole? Eppure, il viaggio dell’eroe è tutto da compiere. Allontanatosi da una quotidianità sfibrante e depersonalizzante – fatta di orari stringenti, impegni lavorativi e mancanza di ludica fantasia – deve trovare il modo di convivere con l’ambiente che lo circonda, pena un finale di pirandelliana memoria. Ebbene, la maschera è stata strappata, tra l’altro da un Doppelganger, ossia un sosia, un doppio, ma con cosa sostituirla?
È necessario conoscere da vicino alcuni degli inquilini del quartiere-labirinto.

Quando uno ha fatto il giro del mundo come me, arriva un momento in cui non si ha più voglia di viajar, mi capisci? Ho già visto tutto. Così che, ahora, esco dalla mia stanza solo per dar da mangiare al mio canarino. Bueno… le persone mi portano i biglietti da visita dei negozi della zona. Su alcuni ci sono delle piccole mapas. Anche su certe bustine di zucchero sono disegnate…
Con tutti questi pezzi vado tessendo la mapa del quartiere. E i buchi in bianco li riempio con hipotesis.

In uno dei tanti appartamenti che costituiscono il corpo dell’hotel nel quale trova rifugio il protagonista, una torre di Babele che arriva a superare le nuvole, vive un esploratore sazio d’avventura. Egli, dopo aver mappato il mondo conosciuto attraversandolo in lungo e in largo, ha trovato la sua residenza là dove la materia fantastica convive con quella realistica. È, tuttora, un cartografo, eppure disegna i suoi capolavori senza uscire di casa. In più, sta lavorando a una mappa del quartiere in scala 1:1, come a dire che ogni centimetro di asfalto e polvere deve essere ricopiato su carta.
Nei fatti, ciò rende inutile la stesura di una mappa, il cui compito è quello di fornire uno strumento pratico per orientarsi nello spazio. Ciò non interessa al cartografo che, anzi, si diletta a riempire i vuoti delle sue conoscenze attraverso delle ipotesi del tutto arbitrarie. Quel che ne risulta è una carta interiore in perpetuo divenire, dall’utilità pratica pari a zero. Insomma, per riprendere l’analogia precedente, rappresenta il tentativo titanico di dipingere tutte le strade che i neuroni percorrono all’interno della scatola cranica, tentativo che non può risolversi altrimenti che nella scoperta di aver infine, forse, approssimativamente, disegnato non LA mente, ma la PROPRIA mente.
Quindi, il protagonista, cos’è che vuole da questo cartografo? Non può essergli di nessun aiuto.

Si riempie sempre di polvere. È incredibile. Passo tutto il giorno a pulire.

Che dire del Conte Diogenes, vampiro dalla vita plurisecolare, attanagliato da due crucci: quello di non potersi radere senza tagliarsi le guance – perché ricordiamo che nessuna superficie riflettente può mandare indietro l’immagine di una creatura simile – e quello di essere un accumulatore seriale che, sopravvissuto a tutti i propri cari, si è visto costretto a legare il ricordo che aveva di loro a una miriade di ninnoli e cianfrusaglie che ne stipano la casa-bottega da rigattiere dell’impossibile?
La mappa interiore del Conte, incapace di compiere un passo in avanti senza appesantirsi di un ulteriore carico, prende vita nelle sembianze della sua abitazione: una casa-torre di stampo medievale che ruota su sé stessa grazie a un sofisticato sistema di ingranaggi che la schermano in ogni momento del giorno dalla luce del sole. È, come il cartografo, un irrisolto, ma di diversa natura. Questo perché ogni mente si struttura in forme diverse e segue sentieri arzigogolati che conducono a mete perlopiù inesplorate.

Per quaranta giorni e quaranta notti non smise mai di piovere. Quando poi uscì il sole, il quartiere aveva il suo mare. Costruirono un porto, perché si pensava che sarebbero giunte navi da tutto il mondo. Non ne arrivo mai nessuna, però.
E così il porto venne abbandonato. L’unica cosa che è rimasta in funzione è questa vecchia taverna… piena di marinai che sperano, un giorno, di andare per mare.
Da quel diluvio non è caduta più una goccia.

Credo che questa citazione sia la migliore per raccogliere i vaghi spunti schiccherati sul foglio finora. Nella sua brevità e iconicità identifica perfettamente il meccanismo latente che agita e fa respirare Le strade di sabbia. Qui, come altrove è accaduto, accade e accadrà, è inutile fornire tutte le possibili interpretazioni. Anche perché, come si è forse dimostrato, ogni mente ama seguire i propri indizi e le proprie inclinazioni, pur quando si prospetta, alla fine, un vicolo cieco.
E la nuova maschera del protagonista, dell’Uomo senza nome? Chissà, forse va ricercata proprio oltre quelle nuvole in cui si perdeva la sua mente prima di… perdersi.

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Photo by Benjamin Elliott
Tutte le citazioni sono tratte da Le strade di sabbia, Paco Roca, Tunuè,

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