La fermata di una metropolitana, la fila che si forma dietro uno sportello qualsiasi – poste, banca, supermercato, negozio d’abbigliamento, sala giochi – e il momento che precede l’ingresso dell’ago nella vena tanto ricercata dall’infermiere di turno sono istanti privilegiati, a volte, da una consapevolezza che giunge e si allontana con la velocità e la leggerezza di una libellula.
Cosa ci faccio qui?, è possibile ricostruire tra le piroette delle ali fragili dell’insetto ormai scomparso alla vista.
Sì, perché la voce metallica che annuncia di discostarsi dalla linea gialla, le parole attutite dal vetro che separa venditore e acquirente e le piastrelle bianche di un immacolato pavimento sospendono il ritmo tumultuante degli avvenimenti. Vengono essi spezzati, interrotti, ostacolati da un tipo di attesa tra il guardingo e il luminoso che si osserva allo specchio.
Cosa ci faccio, qui, io?, puntualizza infine la libellula che, a quanto pare, non si era allontanata poi troppo.

Lisa e il Sans Souci

Come sempre quando arrivavo là fuori vedevo il Sans Souci con le sue finestre e le colonne inghirlandate. Mi sembrava che i suoi abitanti avrebbero dovuto essere soltanto felici, ma non perdevo tempo a chiedermi perché non lo erano. Ricordavo invece le parole del fanciullino arabo che mi aveva accompagnata per strada il giorno in cui ero andata per la prima volta da Lottie “Bada, è gente cattiva,” e poi era fuggito.
“No, nessuno è cattivo,” pensavo, e mi tuffavo per sciacquare anche il mio cervello o il mio cuore. “Sono i destini che s’incontrano e si attraversano, diceva la zia Albina, e quasi sempre si disturbano”.

Il vento sulla sabbia è un romanzo scritto dall’autrice italiana Fausta Cialente. Fa parte delle sue opere “levantine”, ossia ambientate, ispirate o scritte durante il lungo soggiorno della scrittrice in Egitto.
Lisa è una ragazza che della vita conosce più i rovesci delle fortune. Benché sia giovane, non le sono state riservate molte gioie nell’infanzia e nella fanciullezza. Le figure maschili sono sempre state perlopiù assenti e, quando invece non svanivano come fantasmi, si trattava di spettri lamentosi capaci solo di scaricare il barile degli impegni e degli imprevisti sugli altri, lavandosene le mani. Nonostante sia nata in Italia, Lisa non prova un grande attaccamento per il suolo natio, tantopiù che il fascismo non le ispira simpatia, anzi, le appare come una lunga penitenza che la penisola sta scontando per motivi insondabili. È quindi, nei suoi occhi da ingenua e incolta, una punizione piovuta dal cielo e contro la quale bisogna stringere i denti e armarsi di pazienza.
La sua vita si trasforma radicalmente quando la sua ultima tutrice, una sorella della madre chiamata Albina, passa a miglior vita lasciandola priva di appigli materiali. La pensione che la donna riceveva da un suo corteggiatore, infatti, si volatilizza e solo un pugno di anticaglie e di mobili anacronistici formano l’eredità della ragazza. Lisa è costretta a rivolgersi all’unico parente con il quale abbia mai avuto un qualche rapporto, Filippo, un uomo d’affari molto abile con l’ossessione della musica avanguardista, della polemica e delle idee politiche di sinistra. Egli, assieme alla moglie Malvina, riesce a trovare una sistemazione alla giovane: il Sans Souci, una ricca villa in stile coloniale che si trova a pochi metri dalla spiaggia e quindi dalle coste del Mediterraneo.
Lisa, fin dall’inizio, ha tutte le caratteristiche di un pacco non indesiderato, ma superfluo. Ella si sente così e l’ambiente che la circonda non si impegna per sconfessare questa impressione. La sua stessa esistenza è appesa a un filo molto sottile tenuto in mano da persone che, a eccezione di qualche stilla di sangue, non hanno nulla in comune con lei, figurarsi degli obblighi. Pertanto, diventare la segretaria della signora Frida, tenutaria del Sans Souci, è per lei un modo come un altro per accaparrarsi un tetto sulla testa, quattro pareti solide e la possibilità di tergiversare fino a quando non capirà cosa farne della propria vita.
Tra gli inquilini della struttura è fuori posto. Lei, abituata alle ristrettezze di chi è costretto a far di tutto economia, mal si adatta alla presenza costante di servitori, domestici e scampanellii in grado di far apparire ogni bendidio su un vassoio laccato. Il suo lavoro stenta a decollare, le sue mansioni sono anzi sospese dalle precarie condizioni di salute della signora Frida, una donna tedesca, gioviale, schietta e rude che suscita in lei una subitanea simpatia. Trascorrere del tempo sembra quindi l’imperativo di Lisa, l’unico scopo del suo soggiorno nella villa accanto magari alla possibilità di mettere da parte qualche risparmio. Se non fosse che i rapporti umani che legano i personaggi che la abitano sono misteriosi e, sulle prime, insondabili.
Se è vero che Frida è un uragano di energia espansiva, Stefan, suo marito, è un compassato borghese così di buone maniere che svanisce nella carta da parati se non gli si tengono addosso gli occhi di continuo. La questione potrebbe chiudersi qui, con un soggiorno tra la fiaba e il decadentismo, sullo sfondo delle alte dune di sabbia e scivolare verso la conclusione con facile musicalità, quella tipica sensazione che si potrebbe ricevere da un romanzo d’intrattenimento o d’appendice. Eppure, nella villa, benché in un garage non collegato all’edificio principale, abita anche Lottie, una pittrice dall’aspetto fatato e attempato che con la sua ambiguità riesce a catalizzare l’attenzione come un’iridescente tela di ragno.

Uno scandalo insulso che vale tre vite


Frida ha incontrato Lottie mentre dipingeva in una capanna nelle profondità della Selva Nera, in Germania, e da quel momento tra le due donne è sorta una profonda quanto contraddittoria e mutevole amicizia. Se all’inizio l’entusiasmo era reciproco, tanto che Frida l’aveva resa sua maestra di pittura, con il tempo i grandi ardori andarono a spegnersi lasciando alle spalle braci e tizzoni tiepidi. Frida, da un lato, rappresenta la trasparenza di chi è abituato a prendere di petto gli avvenimenti, di chi sa che a volte il toro va preso per le corna e condotto nel suo recinto. Al contrario, Lottie è l’evanescente bellezza che, nelle condizioni opportune, può far perdere la testa anche alla creatura più salda sui suoi piedi.
Ed è così che Lisa, ignara degli eventi che hanno caratterizzato la relazione decennale di Frida, Stefan e Lottie, si ritrova, inesperta e dubbiosa, a districarsi tra le maglie di sottintesi e convenzioni che non può capire appieno. Lei, giunta dall’altrove, fresca anima della nuova generazione, è l’intrusa-spettatrice di una vicenda che non le compete e nella quale sente di non dover mettere lo zampino.

Non ero soltanto confusa e perplessa di fronte allo svolgersi di avvenimenti che superavano la mia attesa e fors’anche la mia curiosità; cominciavo ad essere angosciata perché sentivo che una grave perturbazione sconvolgeva in profondità il vivere apparentemente quieto delle persone che mi circondavano.

Frida, l’algida e austera donna che dipinge un solo soggetto – dei gigli bianchi –, in passato ha probabilmente amato Lottie. Chissà, ne potrebbe aver scorto il battito maliziosamente inconsapevole delle ciglia oppure la piega deliziosa di un sorriso destinato a nessuno in particolare. E Lottie, fata con il terrore della vecchiaia, sempre leggiadra nei suoi atteggiamenti da ninfa fuori dal tempo, deve aver corrisposto il sentimento della sua mecenate. Senonché, tutto quanto è dolce, bello e fuggevole deve avere una fine.
Quella polvere d’oro sulle dita deve essere stata lavata via dall’abitudine, forse, o dal sorgere di nuove passioni. Entra così in scena Stefan, dimesso artista dalla voce fioca, che pur nel suo non essere mai presente davvero – come a dire che il suo corpo non è mai dove si trova la sua mente – si frappone tra le due donne come una spada di Damocle che ne segnerà la fine. Egli, spaurito fantasma, marito di Frida e amante di Lottie, renderà senza volerlo il Sans Souci una barzelletta. Sì, la farsa, il teatrino di una ricca famiglia lontana dai problemi reali del mondo che sguazza nei propri patemi altolocati – fatti di feste, banchetti e ricevimenti – mentre nella vicina Europa germogliano i semi della futura Seconda guerra mondiale. A sentire le voci di corridoio, le opinioni dei garzoni ma anche degli ospiti della villa, quel che lì si consuma è uno scandalo talmente insulso da essere buono solo a riderci dietro. Eppure, quello stesso scandalo rappresenta la vita intera di tre individui: è ciò che, pur avendoli resi tristi e chiacchierati, ha dato un colore definito alla loro esistenza, sfumatura sicuramente distante dalla bianca purezza dei gigli che tante volte, e sempre senza successo, la signora Frida aveva provato a ritrarre.



Occorre esser lapidari.
Quando Lottie matura l’idea di fuggirsene dal Sans Souci accompagnata da Stefan per abbandonare definitivamente Frida, si ammala. A vegliarla, consapevole del piano, sarà la stessa Frida che, benché malata a sua volta, non può permettere a un risentimento lungo vent’anni di farle abbandonare la sua schietta carità, il suo cuore immacolato.
Tuttavia, la conclusione, quasi a farsi beffe del destino, troncherà di netto i lacci di questa loro maledizione. Ciò perché il vento sulla sabbia trascinerà le fiamme di un piccolo fuoco sul garage nel quale entrambe erano assopite, chissà se rimproverandosi nel sonno di essersi condannate a vicenda all’infelicità. E da quel fuoco, non purificatore, non catartico, solo un elemento sopravviverà: la testimonianza di Lisa, l’intrusa-spettatrice, che consegnerà la vicenda nelle mani del lettore sulle ali di una piccola libellula.


Dettagli

Photo by Samuel Bryngelsson
Tutte le citazioni sono tratte da Il vento sulla sabbia, F. Cialente, nottetempo edizioni, 2023, Milano

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