Il divario tra chi possiede molto e chi possiede poco si amplia giorno dopo giorno. Nell’epoca storica dell’abbondanza, del benessere e del progresso tecnico-scientifico, numerose aree del mondo si ritrovano ancora a patire problemi millenari quali la fame, la sete, la povertà endemica, i disagi socio-igienico-sanitari e le guerre per i più diversi motivi, da quelli futili a quelli sofferti come identitari. La forbice si apre sempre più spalancando agli occhi degli spettatori contemporanei un burrone profondo che pare strutturato come l’antico Inferno dantesco. Ogni balza, ogni girone, ogni superficie, mano a mano che si scende, mostra un’umanità che sopravvive in condizioni diverse e il fondo dell’abisso, come recita il proverbio, non solo è stato da tempo raggiunto, ma da periodi immemori sono iniziati i lavori di scavo. Purtuttavia, con un’efficacia che ha del magico, tutti gli abitanti di questo sottosuolo immaginario sognano la stessa uscita, la stessa fune, lo stesso filo di ragno per scappare dalla trappola.
Il divario aumenta, il crepaccio viene colonizzato, solo una volta al giorno il sole transita sopra la bocca del pozzo.

Una copia in minuscolo e sgrammaticata

«Cosa ne vuoi sapere tu, cafone ignorante e senza terra? La guerra sono i cafoni che la combattono, ma sono le autorità che la dichiarano.»

Ignazio Silone, antifascista costretto all’esilio durante i tristi anni del fascismo, ha consegnato alla storia e alla letteratura un romanzo, Fontamara, che, lungi dall’essere esclusivamente un documento o una testimonianza di una realtà effettiva spesso misconosciuta o insabbiata, possiede una tenacia narrativa, un’ironia pungente e una forza attrattiva indiscutibili.
Fontamara, nelle parole dell’introduzione dell’autore, è un piccolissimo villaggio delle montagne abruzzesi. Un luogo dimenticato da Dio, si potrebbe dire, benché è tutto fuorché isolato e lontano dalla società che lo circonda. Le case di Fontamara sono piccole e basse e alcune delle pareti sono ricavate dalla nuda roccia. I vicoli che separano le abitazioni sono stretti, le finestre si gettano sul terriccio, sul fango e sulla polvere. L’unica via principale collega i fontamaresi alla Valle del Fucino, una terra promessa, un Eden fertile e rigoglioso che gli abitanti delle dure e aspre montagne non possono che sognare. Ciò perché la composizione demografica di Fontamara è facile da intuire: ci troviamo negli anni Venti del Novecento e oltre alle massaie, ai bambini piccoli e agli anziani ormai inadatti a ogni forma di lavoro, ci sono solo braccianti, contadini e umili artigiani. È impensabile che qualcuno, a Fontamara, sappia leggere, scrivere e fare di conto. Non ci sono scuole, non ci sono strutture pubbliche, non c’è niente all’infuori della chiesa – chiusa da tempo – e di una locanda. Il destino della terra è quello di essere spaccata dal sole e il destino degli uomini è quello di cercare disperatamente di irrorarla con la poca acqua che un ruscello dona loro da millenni. Al contrario delle ricche e prospere terre del Fucino, i campi di Fontamara sono irti di spine e sassi, in pendenza al punto che le piogge salvifiche che ne dovrebbero alimentare le coltivazioni spesso si trasformano in perfide alluvioni che sradicano il sudore e la fatica di mesi di duro impegno.
A Fontamara la situazione non è rosea, tutt’altro. A Fontamara vige il regime della miseria e dell’eterno ritorno della fame, delle tasse imposte da funzionari invisibili e della ricorsività di un futuro che sarà sempre, immancabilmente, una copia in minuscolo e sgrammaticata del passato. Ma questo, i cafoni, cioè gli abitanti delle zone rurali, al di fuori delle città, lo sanno bene. Perché i cafoni di tutto il mondo si assomigliano e patiscono le stesse sventure, che avvengano sotto la bandiera dei Savoia, sotto quella dei Borbone oppure sotto la dinastia del Giappone imperiale.
Tuttavia, anche a Fontamara irrompe la storia. Storia, stavolta, maiuscola. Fatta di leggi, di istituzioni, di gerarchie e, infine, di nuove e ineluttabili autorità.

Non-credibili

I cosiddetti fascisti, a varie riprese, come si udiva raccontare, avevano bastonato, ferito e anche ucciso persone contro le quali la giustizia non aveva nulla da dire e solo perché davano noia all’Impresario, e questo poteva anche sembrare naturale. Ma i feritori e gli assassini erano stati premiati dalle autorità, e questo era inspiegabile. Si può dire insomma che tutti i guai che da qualche tempo ci capitavano, esaminati a uno a uno, non erano nuovi e di essi si potevano trovare numerosi esempi nelle storie del passato. Ma il modo come ci capitavano era nuovo e assurdo e non sapevamo darcene una qualsiasi spiegazione.

Che il potente schiacci il debole è scontato. Che se ne approfitti, anche. I cafoni questo lo sanno e, con la tenacia di un organismo il cui unico imperativo è Sopravvivere!, lo rispettano come una legge del Creato, naturale. L’istruito, con i suoi sofisticati ragionamenti, bacchetta e indirizza le braccia rozze e muscolose dell’analfabeta. Di tanto in tanto gli aumenta una tassa, per la concessione di una terra o per la vendita di qualche prodotto, e di rado si mostra nei suoi abiti sgargianti per ricordare e marcare una differenza atavica. Il cittadino ha l’acqua corrente in casa e d’inverno non mangia solo pane di granturco e minestra di legumi. Il cittadino influente, inoltre, usa la carta per ingannare chi di essa non sa servirsi. A Fontamara l’apparizione di un foglio bianco è sinonimo di grande sventura, agitazione e nervosismo. Il linguaggio è lo strumento dei signori, il mezzo degli inganni e delle beffe, solo la fatica è sincera e schietta. Tuttavia, le distinzioni sono semplici, benché a danno dei più bisognosi. Il bandito è il bandito, il potente è il potente, il cafone è il cafone e la legge è la legge.
Cosa accade, dunque, quando il bandito, il potente e la legge si sommano in un’unica figura? Che i fontamaresi non sono più in grado di interpretare gli eventi che li circondano. La legge non è un’invenzione delle camice nere, esisteva al tempo dei liberali piemontesi e, ancor prima, dei Borbone e dei baroni spagnoli. Era difficile avventurarsi nel suo territorio, certo, servirsene per i propri scopi. I fontamaresi dovevano necessariamente affidarsi a qualcuno della città che la sapesse interpretare, utilizzare e applicare con rigore. Ma la legge era la legge, un baluardo.
Poi arrivano i nuovi graduati della milizia fascista, le nuove gerarchie, i podestà che sostituiscono i sindaci e gli squadristi. Successivamente ecco che i soprusi, le minacce, le estorsioni, le violenze e le rapine non solo non vengono attenuate, fermate e ostacolate, bensì vengono premiate in pubblica piazza come gesti di alto eroismo e patriottismo. La difesa degli interessi dei potenti diventa la giustificazione per compiere qualsiasi nefandezza. Ed è così che gli scioperati, i senza mestiere, gli infidi arrivisti scoprono nel colore che sfina, il nero, la veste di un’esistenza più gaia e predatrice.
Ma questo, a Fontamara, pare incredibile. Alla lettera, non-credibile. Perché la legge e il Governo premiano saccheggiatori, stupratori e ribaldi?

Ciambellani un po’ ridicoli e grotteschi

«Voi dimenticate, a me sembra», osservò il prete in tono risentito «ch’è stato Iddio a stabilire: tu ti guadagnerai il tuo pane col sudore della tua fronte.»
Il malcapitato don Abbacchio non sapeva di aver messo con quelle parole il piede in un vespaio. […]
«Magari», fece Berardo «magari fosse il mondo regolato secondo quella sentenza.»
«Perché? Tu trovi invece che non è così?» gli domandò il prete sorpreso.
«Magari», insisté Berardo «magari io guadagnassi il mio pane col sudore della mia fronte; in realtà io guadagno soprattutto il pane di quelli che non lavorano. […] Dice: tu guadagnerai il tuo pane. Non dice, come in realtà succede: tu guadagnerai la pastasciutta, il caffè e i liquori dell’Impresario.»

Il mondo, fuor dai cardini, lo è sempre stato, si potrebbe affermare parafrasando Shakespeare. L’ingiustizia gli è connaturata dal momento in cui un individuo può disporre a piacimento dei servigi e della vita di un altro sulla base di una superiorità materiale, esterna, e non intrinseca. Il danno dei nuovi tempi oscuri viene raggiunto così dalla beffa del tradimento delle vecchie autorità, quelle sì rapaci, ma fondamentalmente galanti. Non buone, non rassicuranti, non corrette, ma rispettose del buon senso e delle norme comuni. Cattive, forse, ma di una perfidia rarefatta che, in date circostanze, poteva apparire addirittura favorevole.
Il prete, il rappresentante politico, gli antichi proprietari terrieri, il sindaco: tutti si piegano al nuovo ordine e di esso si rendono ciambellani un po’ ridicoli e grotteschi. Il potere ha comandato di ballare su una zampa e di scodinzolare al condottiero ed essi eseguono, fidi e ligi.
Come al solito, le parole altro non sono che uno strumento di menzogna. I vecchi adagi non hanno più valore e la coscienza di classe istintiva dei fontamaresi viene calpestata e sfruttata fino a sradicarne ogni seme e possibilità di riscatto. La parola di Dio – lavora, prega e verrai ricompensato – vale quanto una cambiale falsa. La parola del giudice – sii ragionevole, obbediente e corretto – è tale e quale a un insulto velato. La parola del popolo – vorremmo solo contare un altro giorno dopo il chiaro di luna – è silente, strozzata in gola. Questi tre atti locutori hanno un’unica destinazione: le tasche dell’Impresario. Vale a dire la tavola imbandita di chi decide della vita altrui da uno scranno e si sostituisce al Grande Orologiaio.

Le sedi delle banche erano l’una più grandiosa dell’altra, e alcune avevano delle cupole, come le chiese. Accanto a esse vi era un gran vivaio di personaggi e di automobili.
Berardo non si stancava di ammirare.
«Ma hanno la cupola» io obiettavo «forse sono chiese.»
«Sì, ma con un altro Dio» rispondeva Berardo ridendo. «Il vero Dio che ora effettivamente comanda sulla terra, il Denaro. […] La nostra rovina» aggiungeva Berardo «forse  è stata di aver continuato a credere al vecchio dio, mentre adesso sulla terra ne regna uno nuovo.»

Lo scacco matto si materializza nella formazione della testuggine dei legionari romani. Le istituzioni si arroccano sulle posizioni che esse stesse hanno creato e alle quali hanno conferito validità generale. I loro rappresentanti, dal ministro al semplice funzionario esecutore, fanno quadrato e rinserrano le difese, barricano gli accessi e chiudono a doppia mandata i chiavistelli. La fortezza dell’ordine è stata eretta e in ogni bastione degno di questo nome devono trovarsi il Palazzo di Giustizia, il Tempio, la Piazza del Mercato e un Dio da seguire. Durante il banchetto che celebra l’inaugurazione dei Nuovi Tempi, le magnifiche sorti e progressive di leopardiana memoria?, nel punto più lontano dal luogo in cui le prelibatezze adesso sul tavolo sono state coltivate, trasportate e assemblate, il Signore del castello stringe la mano al Sacerdote mentre entrambi indicano il Mercante, già ebbro, e lo invitano a sedersi al posto d’onore sotto l’effigie, l’icona, del Dio Denaro.
Ed è così che la legge dell’interesse soppianta ogni altra forma di diritto ed è così che i fontamaresi continuano la loro discesa senza fine entro il crepaccio.
Perché più ci si muove e più la bocca del pozzo sembra allontanarsi?
È quanto potrebbe essersi chiesto Berardo nella sua cella. Ma questa, forse, è un’altra storia.


Dettagli

Photo by Clark Wilson
Tutte le citazioni sono tratte da Fontamara, I. Silone, Mondadori, 1980.

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