Abitare il proprio corpo è un atto di coraggio e rispetto verso sé stessi. Lo si potrebbe facilmente abbandonare e lasciare indietro, sul ciglio della strada, magari, in balia degli agenti atmosferici e dei ghiribizzi degli sconosciuti. È anche un cliente con il quale a volte è difficile ragionare: bisogna sopportarlo, pazientare e attendere il momento in cui, ormai stanco di ribellarsi o di tenere il broncio, è pronto per uscire dal locale e affrontare le vie notturne della città.
Il corpo, come la mente, ha delle sue prerogative. Vive di stimoli e impulsi elettrochimici al pari del ben più considerato sistema nervoso. Spesso tende a essere criptico, pur nella sua comunicazione schietta e diretta. Se un mal di pancia, una fitta al costato e una gamba indolenzita sono messaggi facili da decodificare, ecco che la fregola di afferrare un oggetto, il timore di trovarsi in un determinato luogo e il piacere che gli occhi provano nel sostare sopra un soggetto in particolare diventano simili ai messaggi di fumo per i neofiti: certamente stanno comunicando qualcosa, e probabilmente qualcosa di importante, ma cosa?
Eppure, essere presenti a sé stessi, benché sia una sfida di tutto rispetto, è fondamentale. Stare nell’ansia, nel dolore e nella negazione. Stare nell’entusiasmo, nella gioia e nell’accettazione. Stare, in parole povere, in contatto con la carne viva che abitiamo. Non basta, nella maggior parte dei casi, essere connessi. È necessario invece calare la materia grigia e un po’ altezzosa nella materia rossa e un po’ grossolana.
Ci vuole sforzo, è vero, e non meno costanza e consapevolezza. In più, esclude o allontana da ogni forma di maledettismo esasperato o dalle attrazioni di un dolentismo vittimistico che tanto assomiglia a una sottile forma di evasione dalle responsabilità e dal confronto.
Come può, inoltre, una mente che non sa abitare il proprio corpo, godere di un viaggio, qualunque esso sia?
Chi intraprende un viaggio di piacere, dovrebbe in realtà sapere cosa fa e perché lo fa. Il cittadino che oggi si mette in viaggio invece non lo sa. Parte perché d’estate in città fa troppo caldo, Viaggia perché, con il cambiamento d’aria e la vista di luoghi e di gente diversi, spera di trovare sollievo dalle fatiche del lavoro. Va in montagna perché è tormentato da un oscuro desiderio che lo spinge insistentemente e incomprensibilmente verso la natura, verso la terra, verso il verde; va a Roma perché sente un obbligo culturale. Ma soprattutto viaggia perché tutti i suoi cugini e i suoi vicini viaggiano, perché poi se ne può parlare e farsi belli, perché è di moda e dopo ci si sente così bene quando si è di nuovo a casa propria.
La citazione è tratta da un articolo dello scrittore Hermann Hesse intitolato Sul viaggiare, del 1904. La data che albeggia all’inizio del secolo passato dà da pensare. La riflessione dello scrittore, un amante del vagabondaggio che coglieva degli spostamenti più gli scorci spirituali che non quelli concreti, ricorda da vicino quanto un qualunque abitante del nuovo millennio potrebbe pensare di certi eccessi, un esempio su tutti quello dell’overtourism. Il viaggiatore tipico del tempo di Hesse, quindi un essere umano vissuto circa centoventi anni fa, in piena Belle époque e distante una decina d’anni dal primo conflitto mondiale, appare come un cittadino stanco della routine che desidera ritagliarsi del tempo altrove per scaricare la tensione e sollevare i propri nervi. È, sempre adoperando dei termini contemporanei, un individuo che soffre di burnout, un esaurito, un essere la cui condotta quotidiana è minacciata costantemente dal grigiore della ripetizione e della noia. Pertanto, allora come oggi, l’esotismo delle nazioni straniere con la loro promessa di intrattenimento doveva apparire un valido rimedio contro il cartellino da timbrare in ufficio.
Le motivazioni profonde del viaggio si possono riassumere nell’allontanamento dal proprio Io quotidiano. L’albergo con i suoi servizi a domicilio, la mancanza di stoviglie e pavimenti da lucidare, l’offerta sempre nuova e costante di esperienze di cui approfittarsi. Musei, chiese, opere d’arte, cascate, foreste, montagne dai picchi innevati. Il viaggiatore, armato magari di una guida turistica, si ritrova così confuso nella marea tutta umana composta da coloro che hanno operato la sua stessa scelta. Non è mai solo, bensì condivide il suo spiluccare gli elementi del paesaggio assieme a numerosi sconosciuti altrettanto esauriti dal monotono vivere giorno-dopo-giorno.
Il senso dell’avventura si arricchisce grazie alla partecipazione di molti altri simili. Ed è come se di ogni ambiente si potesse prendere un sassolino e lo si potesse custodire in una tasca segreta e perfetta, capace di mantenere inalterata l’immagine desiderata. La collina è un supermercato di fiori, caprioli e ruscelli; la montagna vende scivoli di ghiaccio, chiome di conifere e orsi in letargo da puntare con l’indice sporco di maionese; la pianura è il trionfo dell’esplorazione cittadina, al centro di quell’occhio del ciclone che cancella la casualità là dove ci si potrebbe perdere, e con molto più profitto, facilmente. Le tappe dell’itinerario vengono consumate come una marcia forzata in cui il troppo si accompagna al ridicolo. Di cinquanta quadri se ne immortalano venti, di questi venti se ne stamperanno per l’album cinque di cui forse se ne ricorderà soltanto uno. Quando si è in grado di accorgersi che non è l’attività in sé a esser fallata, ma il modo nel quale si sta affrontando, spesso si sta già strappando il biglietto del ritorno.
La fuga dall’Io quotidiano è così diventata una rotta e il ritorno assume gli aspetti di un agognato riposo. Si vede il proprio salotto, il proprio letto, e ci si sente come mossi da una commozione primitiva che cancella la ricerca di una natura incontaminata entro cui sotterrare gli schedari, l’inchiostro e i fumi di scappamento della civiltà moderna. Ma come, non ci si era allontanati proprio per staccare la spina e rifiatare?
Saltando di obbligo in obbligo, ecco che il viaggio è diventato uno degli anelli della lunga catena dell’insoddisfazione, in sostanza un imperativo da rispettare sull’attenti mentre si svuotano gli zaini dai souvenir accumulati strada facendo e spesso comprati storcendo le labbra al momento del pagamento.
Ciò che cerchiamo nella religiosa accumulazione delle testimonianze, dei documenti, delle immagini, di tutti i «segni visibili di ciò che fu», è la nostra differenza, e «nello spettacolo di questa differenza l’improvvisa esplosione di un’introvabile identità. Non più una genesi, ma la decifrazione di ciò che noi siamo alla luce di ciò che non siamo più».
Il viaggiatore non è nel chilo di sabbia che ha rubato alle spiagge sarde, né tantomeno nella calamita a forma di testa ciclopica sicula o nel vestito etnico di quella “gente strana ma così particolare” che ha allietato una serata in riva a un lago mentre la luna mostrava l’appetito di gettarsi nell’acqua lacustre.
Il viaggiatore è in sé stesso, nel suo corpo e nella predisposizione al viaggio. È nella deviazione, nell’abbraccio della casualità e nelle perdite di tempo. Non in coda per l’attrazione di grido, non per osservare una scultura idolatrata da tutti quelli che non l’hanno vista mai. È nell’imprevisto, nella conoscenza frettolosa di un controllore del treno che, per ascoltare la nostra storia e tentare di aiutarci, perde ridicolmente la vettura che avrebbe dovuto sorvegliare. È nella scelta, meditata, riflessiva e, soprattutto, partecipata, di una meta significativa per motivi personali e non perché sponsorizzata attraverso paillettes e brillantini.
Viaggiare è calarsi nel territorio e imparare a comprenderne il linguaggio segreto a orecchie disattente. È, in fondo, perdere un po’ qualcosa di proprio per accogliere qualcosa di diverso. Ribaltando la prospettiva ci si potrebbe domandare: se il souvenir si ottenesse con un di-meno, con la minuscola e dolce perdita di un proprio pugno di atomi?
Infine, se è vero che la nostra smania di vagabondaggio e di vita errabonda è in gran parte amore, erotismo… in quali lidi del piacere può condurre la fretta, l’omologazione, l’assenza di ignoto?
E quasi sempre nel ricordo l’esperienza ingenua e improvvisata ha la prevalenza su quanto era stato accuratamente progettato.
Dettagli
Photo by Andrew Stutesman
Tutte le citazioni sono tratte da:
1) Sul viaggiare, H. Hesse, Newton Compton, 1995.
2) Nonluoghi, M. Augé, eléuthera, 2024.
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