Imbrigliare il daimon non è affatto un compito semplice. Tutt’altro, a volte è complicato anche solo riconoscerlo, scontornarlo dall’indistinto e credere in lui come a qualcosa di diverso rispetto a una banale allucinazione sensoriale. In base alle diverse opinioni che nella storia si sono avvicendate si potrebbe affermare che nessuno ci ha davvero capito un granché della sua natura.
Il daimon è un essere a metà tra la vita terrena e la vita divina, in questo senso è un tramite, un intermediario che conduce sulla soglia del sublime. Eppure, il daimon è anche l’origine etimologica del ben più noto termine demone, ossia una creatura sì superiore e potente, ma dalle influenze negative, infernali, in sostanza luciferine. Alcuni, tra cui il filosofo greco Socrate, sgomitando all’esterno del conflitto tra la luce e l’oscurità, tra un Dio Buono e un Avversario Malvagio, indicano nel daimon una guida personale, un nume tutelare dell’individuo che, di sovente, veste i panni del talento, della predisposizione e della genialità. Infine, seguendo un sentiero meno fragrante e pittoresco, ma non per questo da classificarsi come vicolo cieco, si può sostenere che il daimon altro non sia che un modo curioso per dar voce a quella che, in saecula saeculorum, è stata definita inclinazione naturale.
Le grandi altitudini
Siamo in pieno inverno, la neve si alterna al fohn e il ghiaccio al fango, i sentieri di campagna sono impraticabili, si è tagliati fuori dal mondo. Il lago, nel gelido mattino, esala bianchi vapori e forma un bordo di ghiaccio fragile come il vetro: ma al primo vento caldo ondeggia di nuovo nero e vivo e verso est diventa azzurro come nelle più belle giornate di primavera.
E io sono seduto nel mio studio ben riscaldato, leggo libri inutili, scrivo articoli inutili e faccio pensieri inutili. Qualcuno dovrà pur leggere alla fine tutte le cose che vengono scritte e pubblicate di anno in anno, e dato che non lo fa nessuno, lo faccio io, appunto, in parte per interesse e solidarietà verso i colleghi, in parte per oppormi come schermo critico e come paraurti fra il pubblico e le valanghe di libri. Molti libri sono effettivamente belli e intelligenti e degni di essere letti. Ciononostante mi sembra a vote che la mia attività sia del tutto superflua e la mia volontà diretta a scopi assolutamente sbagliati.
Non tutti gli esseri umani possiedono la stessa inclinazione e non tutti la seguono, una volta trovata, con la stessa intensità. Il divario che si apre tra coloro che ne possiedono due antitetiche o distanti oppure che seguono i passi della stessa, ma in modi dissimili, è sconcertante. A volte, ci si può stupire delle discussioni che nascono tra due amanti della musica che sostengono musicisti, generi o addirittura interpretazioni diverse dello stesso spartito. Ciò avviene perché il daimon, inteso nell’ultimo dei sensi prima elencati, ha un je ne sais quoi di tirannico e autoritario nel suo premere con forza ora in una direzione, ora in un’altra. Strattona, poi ammorbidisce con parole caute e gentili. Illumina, poi spinge affinché la via venga percorsa con meno timidezza, più ardore e passione.
Hermann Hesse ha condotto due vite parallele e fondamentalmente scollegate: quella dello studioso, del lettore, del recensore, dello scrittore e divulgatore culturale e quella del viaggiatore, del vagabondo e dell’ingenuo esploratore delle meraviglie del mondo. Nei suoi scritti teorici o autobiografici discute spesso di questa dicotomia che lo anima, come la molla di un vecchio giocattolo, e, da saggio bonario quale pare essere dai suoi scritti, ne ride traendone nuova energia.
Tuttavia, anche le anime più limpide attraversano periodi torbidi, che siano lunghi o fugaci. Hesse, a volte, seduto al suo scrittoio, in una stanza ben riscaldata, non poteva che chiedersi se i suoi sforzi avessero davvero senso. Lui, che sognava le grandi altitudini, di solcare il cielo su un aereo monoposto oppure di scrutare dall’alto il rimpicciolirsi dei villaggi e dei rilievi montuosi da un dirigibile Zeppelin, poteva sprecare e bruciare il suo tempo chino sulla carta inchiostrata? Poteva continuare a leggere libri inutili, scrivendo articoli inutili e producendo quindi pensieri inutili mentre al di fuori del suo rifugio la vita accadeva, incessante, depositando sulle cose un velo di vivido e sgargiante interesse?
La risposta, prove alla mano, è sì. Hesse ha continuato a scrivere lungo tutto il corso della propria vita nonostante i suoi rovelli. Ha per questo smesso di viaggiare e di assecondare le sue fantasie da avventuriero? No, anche qui, prove alla mano, in un periodo in cui gli incidenti aerei erano più frequenti dei successi, salì su un aereo godendo del saliscendi delle viscere nel suo corpo in fondo inadatto al volo.
Egli, nonostante tema di condurre un’esistenza superflua, rispetta le sue due inclinazioni, a costo di spaccarcisi la testa a furia di riflessioni, sacrifici, privazioni e, diciamolo, grandi soddisfazioni. Batte il ferro finché è caldo grazie al fatto che non è stato riscaldato da un agente esterno, bensì dal fuoco innato della sua stessa determinazione. Ovviamente, la formazione spirituale, umanistica, letteraria e professionale di Hesse non è giunta già confezionata dall’alto dei cieli perché lui era un eletto o un predestinato. Anzi, le preoccupazioni circa la sua attività testimoniano il grande sforzo profuso dallo scrittore in quanto andava costruendo tassello dopo tassello.
Euforia bacchica
Poiché crediamo di sapere che di tutte le cognizioni ed esperienze, possono essere ben meritate e soddisfacenti solo quelle a cui dedichiamo di buon grado la nostra vita.
Ciò consente anche di inoltrarsi brevemente in un meandro spettacolare quanto scomodo: quello della bellezza. Morale ed estetica sono concetti impossibili da definire con puntualità scientifica, tanto che, pensatore in cui ci si imbatte, definizione che si trova. Eppure, entrambe esistono e, con buona pace di ogni qualsivoglia dibattito, bisogna prenderne atto e comportarsi di conseguenza.
Hesse lamentava la possibilità di svolgere un lavoro superfluo e inutile. Le parole da lui impiegate sono esemplarmente rivelatorie, specie gli ultimi due aggettivi.
Come si può definire inutile un’occupazione che, oltre a dar da mangiare a sé e alla propria famiglia, riempie il petto di pacato orgoglio e fa scorrere il tempo come in preda a un’euforia bacchica? Cosa c’è di superfluo nel donare sé stessi sull’altare delle proprie intime convinzioni? Non si sta qui affermando che le pulsioni istintuali vadano seguite senza se e senza, bensì che, pur se negative, in loro di superfluo non c’è niente.
E se la bellezza, uno dei templi più agognati e fantasticamente frequentati da poeti e scrittori quali Hesse, si nutrisse di questa stessa inanità apparente, di questa superflua inutilità? In essa c’è qualcosa di disinteressato e spassionato che avvicina all’opera d’arte pura, pensata-plasmata per il soave gusto di creare e non di assecondare le bizzarrie capricciose di un pubblico specifico. È questa una bellezza anti-economica, anti-consumistica, anti-editorialcapitalistica e, in sostanza, anti-utilitaria e anti-pragmatica? Parrebbe di sì, ma ciò non ne squalifica in alcun modo la grandezza.
C’era in loro [gli aviatori] qualcosa di quel grande desiderio che ci spinge a vagabondare e a viaggiare, che rende ingrato il lavoro al tavolino, che niente può placare e che dopo ogni appagamento torna a crescere più ardente e profondo che mai.
Il cultore della bellezza, l’ammiratore del proprio daimon, non conosce vero appagamento.
Chi avrebbe il coraggio di affermare che il vento non è un fenomeno naturale affascinante e spettacolare solo per il fatto che il suo viaggio non va davvero a finire in una certa destinazione?
Il vento che, scendendo dalla Alpi tanto ammirate da Hesse, scuote la superficie del lago ghiacciato portandone alla vista le onde nere sottostanti per poi sbattere su di esse cessando di esistere, senza lasciare traccia di sé, non è forse magnifico?
Dettagli
Photo by Adrien Olichon
Tutte le citazioni sono tratte da: Voglia di viaggiare e In aeroplano, in Il vagabondo, H. Hesse, Newton Compton, 1995.
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