Quando il dopo diventa eccessivamente ingombrante, sembra giungere il momento di fare aria nella stanza, di spostare qualche mobile e, perché no, di farsi coraggio e disfarsi di qualche ammennicolo di troppo. Non perché l’ordine sia di per sé rasserenante e consolatorio; neanche per chissà quale virtù terapeutica del vuoto. Ma accade che il presente si faccia soggiogare dal fratello minore, questo scapestrato futuro che, nonostante sia ancora di là da venire, già si atteggia nel ruolo del piccolo tiranno capriccioso. Ed è così che oggi bisogna necessariamente impilare le consegne del domani, ignorando come, di giorno in giorno, sia proprio il primo a essere sacrificato sull’altare del secondo.

Una postura diversa

Mi sembra che, per i miei pari, l’essere per strada, in viaggio, sostituisca non soltanto, più generalmente, quella parte di vita che noi, diventati più intellettuali, viviamo solo pallidamente: esso sostituisce in special modo quell’attività dell’istinto puramente estetico che, nei nostri popoli, è venuta quasi completamente meno, mentre era vivissima nei greci, nei romani e negli italiani delle età d’oro e che forse si può trovare ancora in Giappone […]
L’osservazione pura, non turbata da finalità o volontà alcuna, l’esercizio fine a se stesso di vista, udito, odorato, tatto, è un paradiso di cui i più raffinati di noi hanno profonda nostalgia; ed è in viaggio che riusciamo a perseguirla nel modo migliore e più puro.

Il dopo, per essere coltivato prima ancora che avvenga, impone di essere pazienti, operosi e coscienziosi. Comanda di comportarsi come piccole formiche operaie, di essere risparmiatori oculati e consapevoli, di custodire le risorse a disposizione nel nome degli imprevisti, delle eccezioni alla regola quotidiana e delle spese straordinarie. Tanto che queste risorse – tempo, denaro, energia, affetto – vengono investite prima ancora di averle esaminate con attenzione, sono tesori che nemmeno transitano più tra le dita, andando direttamente a incrementare un numero elettronico che si alza e si abbassa seguendo un andamento ancor più misterioso di quello delle maree.
Ogni azione, in tal modo, rischia di diventare finalizzata. Ossia, l’azione stessa diventata sensata solo ed esclusivamente quando conduce da qualche parte, quando possiede almeno un vago sentore di destinazione. Si ha così l’impressione di impiegare bene il proprio tempo, di non buttarlo via. È forse significativo che l’espressione corrente sia proprio “impiegare”, come se gli esseri umani altro non fossero che contabili dell’esistenza, commercialisti dei ricordi e impiegati, appunto, nella ragioneria del cosmo. Ciononostante, dalle maglie di una visione tanto asfittica dell’oggi e del domani, emerge di tanto in tanto qualche impulso provocatorio e ribelle che tende alla rottura di una siffatta catena. Ed è in momenti di sospensione e illuminazione come questi che si fa strada l’idea di sradicare i viticci che hanno stretto in un abbraccio malsano e pungente l’istante che si sta vivendo, di cui si sta avendo esperienza diretta, dalla ramificazione promiscua delle sue conseguenze.
Si mangia con il fine di saziarsi e di ottenere nuove forze, tuttavia si mangia anche per assaporare il gusto del cibo che poi si metabolizzerà. Si legge con l’intento di scoprire nuove informazioni e di arricchire il proprio bagaglio culturale, ma anche per essere intrattenuti e catturati dalla scrittura, che sia saggistica o narrativa. Si viaggia, dunque, sì con l’obiettivo di giungere a destinazione, bensì anche con la speranza di godersi le singole tappe del percorso. Cosa rimarrebbe di una vita interpretata solo in ottica utilitaristica e teleologica? La cronaca stinta di una lunga sequela di faccende domestiche, o meglio, una tabella compilata per filo e per segno da una mano precisa e pulita. Che non si dica che non abbia un suo fascino; che non si menta affermando che sia affascinante.
L’osservazione pura, per dirla con Hermann Hesse, si svincola da queste strettezze. È, innanzitutto, non turbata da finalità o volontà alcuna, è quindi disinteressata e paga del suo semplice esistere. È una lente capace di rimodulare il ritmo con il quale ci si fa scorrere il tempo addosso. Non si osserva, dunque, per rubare con gli occhi il mestiere o per ottenere un altro materiale per costruire gli strumenti del domani, ma per osservare, spassionatamente, l’ambiente circostante. Apprezzare il gusto in bocca, una vista mozzafiato, un odore inconfondibile, una consistenza inaudita e un suono indecifrabile, pur nella consapevolezza che queste esperienze moriranno entro l’arco del loro vissuto. Esperienze che, magari, non verranno condivise, raccontate, scritte. Esperienze che non diventeranno storie, né verranno pubblicate in articoli, riviste, libri. Esperienze che non si trasformeranno in episodi di serie tv, in film, in discussioni entro la cornice di un podcast, di un’intervista o di uno show televisivo. Esperienze che non frutteranno soldi, che non attireranno l’attenzione su di sé e che, purtuttavia, sono avvenute e tanto basta. Esperienze che non sono per questo diminuite, minimizzate o insulse. Anzi, sono esperienze che tradiscono la possibilità di una postura diversa nei confronti degli eventi.

Umani in attesa degli alieni

No, in fondo è sempre l’Umano che andiamo cercando dappertutto, è dell’Umano che abbiamo sete. […] e in viaggio ci godiamo con particolare fervore proprio questa forza, questa giustificazione del nostro anelito verso un senso, una profonda unità, un’immortalità della cultura umana, anche se non ce ne rendiamo completamente conto.

Del resto, a detta di alcuni rappresentanti non proprio incompetenti della specie umana, queste esperienze sembrerebbero il motivo principale per il quale trasciniamo in giro questo corpo che ci è dato di abitare. Più ancora dell’accumulazione compulsiva di oggetti, ninnoli e ricchezze; più dell’idea superomistica di avere responsabilità oceaniche e di far dipendere il destino degli altri dalle nostre cognizioni; più ancora di lasciare un segno indelebile del nostro passaggio sulla faccia dell’amata Terra, la ricerca dell’Umano, che alberga in ognuno, dona senso e riconnette a una profonda unità che ci rende esponenti, rottamatori e costruttori, della cultura umana.
Questo proposito, benché possa naufragare nel silenzio di un disastro al largo dalla costa, potrebbe essere quindi importante di per sé, senza dover scomodare alcun elemento accessorio.
È la rivincita dell’ora che si scopre immortale per i fuggevoli istanti del suo accadimento. È la profanazione di un mausoleo di gente viva, vegeta e che ha ancora tanto, terribilmente tanto, da dire.
Quindi, si può viaggiare per il gusto di viaggiare.
Scolpire per il gusto di scolpire.
Amare per il gusto d’amare, sotto le lenzuola e sopra, fuori e dentro, da Nord a Sud, da Est a Ovest.
Scrivere per il gusto di scrivere, benché questi testi appaiano come i segnali lanciati nello spazio siderale in attesa di una risposta aliena.

L’idea di progresso che implicava, l’idea che il dopo potesse spiegarsi in funzione del prima, si è in qualche modo arenata sugli scogli del XX secolo, con la scomparsa delle speranze o delle illusioni che avevano accompagnato la grande traversata del XIX secolo.

Augé, antropologo e filosofo francese, questo affermava in un suo saggio fondamentale del secondo Novecento, Nonluoghi. Se è vero quanto affermava, possiamo dunque definirci sconfitti?
La storia ci insegna piuttosto il contrario: non c’è traversata che non possa essere ripresa.


Dettagli

Photo by Michal Pechardo
Tutte le citazioni sono tratte da:
1) Il vagabondo, H. Hesse, Newton Compton, 1995.
2) Nonluoghi, M. Augé, eléuthera, 2024.

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