La letteratura è costituita sicuramente da un sapiente miscuglio di forma e contenuto. Quando l’argomento si sposa perfettamente con il tipo di intreccio che gli dà vita si raggiunge un risultato di cui essere fieri, o quantomeno soddisfatti. Tuttavia, questa descrizione potrebbe essere valida per un testo qualsiasi. Un libretto delle istruzioni, il bugiardino di uno sciroppo, il volantino di un supermercato, il cartello che ricorda ai gentili pazienti di non alzare la voce nel reparto pediatrico.
Cosa distingue queste produzioni testuali dalla letteratura? Basta citare una lunga serie di figure retoriche elaborate? È sufficiente parlare di epanadiplosi, zeugma, iperbato e parallelismi? Oppure bisogna ricorrere a temi sempreverdi come l’amore, l’odio, la guerra, la pace – e in tal caso parlare di chiasmo ammiccando?
La risposta empirica è no. Esistono opere composte magistralmente, capaci di una sofisticatezza formale e contenutistica da capogiro, che, purtuttavia, rimangono inerti. Come se la loro alchimia interna – i chimici perdonino l’espressione oscurantista – fosse fallace e fallisse nel collegare dei raccordi, delle corrispondenze segrete alla Baudelaire, indispensabili per poter respirare l’inchiostro della pagina stampata. È qui il caso, probabilmente, di correggere il tiro. Quest’opera magistrale e inerte non può definirsi non letteraria. Purtroppo, però, non entra nel novero di quelle storie capaci di assumere il valore di classico: ossia quella capacità onomaturgica di plasmare nuovi orizzonti narrativi a discapito del tempo, del luogo e della cultura di appartenenza.
A volte, invece, c’è un di più. Un di più sottile e rarefatto bello al pari di un funambolo che, dopo aver rischiato di cadere in numerose occasioni, alla fine porta a casa la sua pellaccia dura tra gli applausi.
Antefatto
E ora quel ricordo orribile… […]
Mi ridestai di colpo, riacquistando pienamente la coscienza e, a un tratto, riaprii gli occhi. Era in piedi accanto al tavolo e aveva in mano la rivoltella. Non si avvide che mi ero svegliato e che la stavo guardando. A un tratto vidi che veniva verso di me con la rivoltella in mano. Chiusi subito gli occhi e finsi di dormire profondamente.
Esattamente nel mezzo de La mite di Dostoevskij il protagonista-narratore dà voce a un ricordo orribile. Egli, a questo punto della sua rievocazione, è già sposato con la giovane ragazza che ha dato vita al bisogno di raccontare la storia e l’idillio coniugale si è volatilizzato da tempo. Marito e moglie dormono nello stesso letto, ma il rapporto è diaccio e glaciale così come le loro effusioni e interazioni ridotte al minimo indispensabile. Ciò porta il protagonista a insospettirsi delle recenti fughe da casa della ragazza, che si allontana per periodi prolungati senza esplicitare i suoi progetti. Finché l’uomo scopre che un suo vecchio commilitone, uno dei suoi detrattori più feroci e sarcastici, si è interessato alla moglie e fa di tutto per partecipare di nascosto a un incontro clandestino dei due. Ciò gli riesce corrompendo una delle zie della moglie che, ancella del possibile tradimento, fa il doppiogioco interessata solo alla posta in palio: ossia chi può farla arricchire di più. Il protagonista si arma di una rivoltella, si nasconde in un punto della stanza da cui poter assistere all’incontro e attende l’inevitabile.
Eppure, cosa accade? Che si commuove per la strenua resistenza della moglie alle moine del soldato fanfarone. Ella non si concede, anzi, par rifiutare con sprezzo e alterigia le richieste dirette e brutali del galantuomo gallonato. Per il protagonista è una gioia incommensurabile, tale che giunge a rivelarsi, a uscire dal nascondiglio, per prendere la moglie per il braccio e riportarla a casa, commosso e riconoscente per quella dimostrazione di fiducia. La scena è descritta in modo parziale, registrata dalla pupille piuttosto miopi e ingenue del protagonista, tanto che al lettore viene il sospetto che il gioco delle parti costituito dall’offerente deluso e dalla giovane orgogliosa non sia altro che un divertimento malizioso per accrescere il desiderio. Fatto sta che, una volta a casa, il proprietario del banco dei pegni posa la rivoltella sul tavolo contento di non aver avuto bisogno di vendicare il proprio onore.
Senonché, di notte, ecco sopraggiungere il ricordo orribile della citazione iniziale. Proprio quella rivoltella, simbolo della pace coniugale e della fiducia reciproca, torna nei suoi panni originali di dispensatrice di morte.
Tra realtà e allucinazione
Lei si accostò al letto e si chinò sopra di me. Sentivo tutto; sebbene fosse sopravvenuto un silenzio di morte, sentivo anche quel silenzio. A questo punto si verificò un movimento convulso e io a un tratto non riuscii a trattenermi e, contro la mia volontà, aprii gli occhi. Lei mi guardava diritto negli occhi e la rivoltella era già accanto alla mia tempia. I nostri occhi si incontrarono, ma ci fissammo per non più di un attimo. Con uno sforzo richiusi gli occhi e in quell’istante decisi con tutte le forze della mia anima che non mi sarei più mosso e che non avrei riaperto gli occhi, qualunque cosa potesse accadermi.
La luce, nella stanza, è pressoché assente. La mente di chi registra i fatti è alterata sia dal dormiveglia che dalla forte impressione di quanto sta avvenendo. Si è qui nel regno della distorsione, a metà tra onirismo e trauma. Eppure, il protagonista afferma di sentire tutto.
Quando si accorge che qualcosa, repentinamente, si è avvicinato a lui, non riesce a trattenere l’impulso di aprire gli occhi. Quel che vede lo atterrisce, benché la visione sia fuggevole e breve: la moglie, proprio quella moglie capace di resistere alle insistenze del commilitone, ha tra le mani la rivoltella ed è pronta a puntargliela contro. Ma come? Dopo aver difeso indirettamente la sua reputazione, è così che si comporta nell’intimità della casa? Quale forma di perverso e complicato tradimento è mai questo?
Qui, forse, al lettore torna in mente che, nella scena precedente, il protagonista potrebbe aver letto male la situazione e aver invece interrotto i preliminari di un tradimento più classico e carnale.
Sta di fatto che la tensione viene a crescere nell’esatto momento in cui egli decide di richiudere gli occhi. Vale a dire quando si comporta nel modo più illogico a disposizione, in un certo modo favorendo il dito che, premendo un piccolo grilletto, avrebbe mietuto una vita con estrema facilità. Il pathos del ricordo è incardinato su questo atto di volontà, sulla sfida tutta mentale e solipsistica che il protagonista ingaggia con sé stesso.
[Un lettore pragmatico, a questo punto, potrebbe sbuffare e trovare la scena ridicola. Perché la sospensione dell’incredulità, qui, vacilla e rischia di spezzarsi. La credibilità del racconto si trova sul filo del rasoio e viene salvata proprio dal carattere arbitrario della scelta dell’uomo minacciato dalla morte].
Il suo, in fondo, è l’ennesimo proposito silenzioso portato avanti contro la società intera, è il grido soffocato di chi, perdente ma giusto, si percepisce come defraudato. Cosa gli rimane? Orgoglio e volontà. Quindi, per non addossare sulla giovane moglie delle responsabilità titaniche e per dimostrarsi al contempo superiore, non può che chiudere gli occhi di fronte al pericolo più grande. Pur di vincere la sfida con sé stesso, che gli appare l’unico motivo per rimanere in vita, deve esattamente lottare contro l’istinto di sopravvivenza e abbandonarsi alla mercé altrui.
Lei poté decisamente supporre che stessi effettivamente dormendo e che non avessi visto nulla, tanto più che è assolutamente inverosimile che una persona, dopo aver veduto quello che avevo veduto io, richiuda gli occhi in un istante come quello. […]
Lei, tuttavia, avrebbe anche potuto indovinare la verità. […]
Se aveva indovinato la verità e sapeva che non dormivo, in tal caso (sentivo) l’avevo già annientata con la mia prontezza ad accettare la morte e ora le sarebbe potuta tremare la mano. La sua precedente risolutezza poteva infrangersi contro quella nuova straordinaria impressione.
Il lettore non sa cosa stia passando per la testa della giovane. Di lei, concretamente, non sa nulla. È un fantasma descritto dall’occhio narrante e, chissà, forse evocato sottoforma di tragica allucinazione. Pertanto, una battaglia tutta materiale – la canna di una pistola contro una tempia – può trasformarsi in uno scontro psicologico. Il protagonista confida nel fatto che, avendone intuito il coraggio estremo, la moglie si ricreda. La speranza è flebile, gli esiti probabilmente negativi. Eppure, egli si attacca disperatamente all’idea che la moglie capisca, intuisca, che l’abbandono che sta dimostrando non sia vigliaccheria, bensì magnanimità. Il motore dell’azione e della resistenza è quindi la passività, ma una passività ambigua che, a seconda della prospettiva, ondeggia sullo spettro dell’onore e dell’infamia.
In fondo, quel che lui chiede è solo che il mondo si sforzi di comprenderlo e che vada oltre il velo della convenzionalità.
[Qui, tornando di gran carriera, il lettore pragmatico potrebbe lamentarsi apertamente. Tutto perché sta tenendo gli occhi chiusi! Tutto retto da questa azione inspiegabile!]
Il silenzio si prolungava e a un tratto avvertii il freddo contatto dell’acciaio contro la tempia, sui miei capelli. […]
Perché, allora, accettavo la morte? Ma a mia volta vi chiederò: a che cosa mi sarebbe servito vivere dopo che l’essere da me venerato aveva alzato la rivoltella contro di me? […]
Ma voi mi porrete un’altra domanda: perché non l’ho salvata dal commettere un delitto? […] stavo per perire, io stesso stavo per perire, come facevo, dunque, a salvare qualcuno?
Il colpo da maestro, la palla numero otto imbucata con perizia sul tavolo da biliardo, sposta il centro dell’attenzione in un luogo ancor più remoto e astratto. Dopo la volontà, si viene dunque a scomodare la morale, prima, e l’etica, dopo.
Mentre la rivoltella è ancora premuta sulla tempia, il protagonista ha il tempo irragionevole di sentirsi deluso dal comportamento della sposa, l’essere da lui venerato. Prima ancora che si abbia modo di soffermarsi sull’incongruenza evidente tra le parole e gli atti che egli dedica alla moglie, ecco che il discorso si eleva fino alla vetta di un esasperato altruismo. Il protagonista non è quindi un uomo malvagio o inetto per quanto si sa sul suo conto, bensì perché, in procinto di essere assassinato, non è in grado di anteporre la salvezza dell’assassino alla sua propria sopravvivenza. La sua colpa, in quest’ottica stroboscopica che sarebbe comica se non fosse melodrammatica, è quella di essere troppo buono.
Lei era sempre china su di me, ma a un tratto ebbi un sussulto di speranza! Aprii in fretta gli occhi. Ormai non era più nella stanza. Mi alzai dal letto: avevo vinto e lei era stata sconfitta in eterno.
Il sipario inizia la sua lenta chiusura. Un sussulto di speranza trionfa nel petto dell’uomo. Dovuto da cosa? Ispirato da che? Apre quindi gli occhi e spezza l’incantesimo. La donna, china su di lui fino a un attimo prima, è svanita dalla stanza. C’è mai stata? Oppure è stato solo un delirio del dormiveglia? L’uomo non si chiede alcunché, tutto quel che è stato narrato è per lui oggettiva, calda verità.
Verità come il fatto che è vivo, che ha vinto e ha sconfitto la morte con un semplice atto di volontà. Se solo qualcuno se ne fosse accorto!
Gaio e giulivo, benché silenzioso e ombroso con la consorte, quella sera stessa si occuperà di comprare un letto singolo per lei. Il matrimonio, simbolicamente, è ormai sciolto.
Dettagli
Photo by Arnav Singhal
Tutte le citazioni sono tratte da La mite, F. Dostoevskij, Garzanti, 2019, Milano.
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