Quante figure mitologiche popolano il nostro immaginario e quanto, come specie, fatichiamo a raccoglierci attorno a un’unica sensazione, un unico momento isolato del tempo. Nella Grecia antica, si usava distinguere il chronos, cioè il tempo quantitativo e misurabile, dal kairos, ossia il tempo qualitativo. Quindi, millenni prima del grande filosofo francese Bergson, questa differenza sostanziale era stata non solo sottolineata, ma resa grande sottoforma di storie, narrazioni e leggende immortali.
Benché queste due dimensioni temporali non siano antitetiche, poiché possiedono la squisita capacità di coesistere – si può apprezzare e vivere l’istante, l’attimo del carpe diem, senza per questo scioglierlo dall’inesorabile linea del tempo scandita in secondi, minuti e ore –, ben di rado si riesce a focalizzarsi sul qui e ora senza essere distratti, strattonati e infastiditi da un nugolo di zanzare elettroniche che farebbero invidia ai grossi insetti tropicali.
Tuttavia, che piaccia o meno, siamo tempo stratificato. Che sia consapevolmente vissuto o inconsapevole, che sia accettato come rifiutato.

Il maestro e il discepolo

Ci volle circa un mese perché dalle considerazioni, originalissime sempre ma generiche da parte di lui, si passasse agli argomenti indiscreti che sono poi i soli a distinguere le conversazioni fra amici da quelle fra semplici conoscenze.

La sirena è un racconto dello scrittore e nobile italiano Giuseppe Tomasi di Lampedusa, penultimo principe della sua casata, estintosi ormai da parecchi decenni, nel 1957, a Roma, lontano dai possedimenti degli avi. L’autore del Gattopardo, opera ben più celebre dei suoi racconti nonché vincitrice del Premio Strega, possedeva una vena malinconica e lucida che ben si sposava con il suo essere un tipo piuttosto solitario e taciturno, spesso immerso in infaticabili e disparate letture, e La sirena non fa eccezione a sé.
Un giovane giornalista siciliano, esponente di un’antica famiglia nobiliare dell’isola, i Corbera, a loro volta legati ai Salina, cioè alla casata protagonista del Gattopardo, si ritrova nella Torino sabauda negli anni del Ventennio e qui, tra articoli insipidi a causa della pressante censura fascista e una delusione amorosa dovuta all’incontro di due amanti contemporanee, per passare il tempo si imbatte in un locale alquanto squallido e popolato da un’umanità di poco successo. Sono persone, queste, che guadagnano a fatica i propri pochi spiccioli e che, di sovente, li scialacquano proprio nei bar facendo nottata e tentando di dimenticare le ristrettezze della propria esistenza. La frequentazione di un simile luogo è quindi per il protagonista una discesa nell’Ade; lui, abituato a ben altro stile di vita, consuona con la bettola per il semplice fatto di volersi abbandonare a un oblio degradante per uscirne, paradossalmente, purificato e rinnovato.
Vuole, si direbbe oggigiorno, bere per dimenticare, confondersi con gli sconosciuti per fare in modo che il chronos scorra rapidamente senza infastidirlo.
Tuttavia, un cliente abituale attira la sua attenzione. È un uomo silenzioso, dal borbottio facile, che non scambia parole con nessuno. Solitamente prende il suo espresso, scribacchia qualche appunto sul suo taccuino e legge il giornale scuotendo la testa come se quella attività gli sia stata imposta a forza dal medico. Poi, se ne va senza salutare nessuno, benché si capisca che tutti lo conoscano lì nei dintorni. Il Corbera, nonostante queste caratteristiche che fanno spiccare l’anziano, non avrebbe mai parlato con lui se una coincidenza non li avesse fatti avvicinare. Una sera, portando con sé una copia di un giornale siciliano, l’anziano chiede al protagonista di poterla leggere. Si dichiara siciliano egli stesso, benché viva in una specie di esilio volontario da più di cinquant’anni, ed è curioso di sfogliare delle pagine inchiostrate che parlino della sua terra. Va da sé che, a causa della solerte attività del Minculpop, tutti i giornali sono identici per volere del regime, ma l’esca è stata gettata e il pesce ha abboccato all’amo.
Da questo momento, i due personaggi, senza darsi appuntamento alcuno, prendono l’abitudine di trascorrere le serate assieme, di fare qualche passeggiata nei dintorni e di scambiarsi vaghe e tremule informazioni che, sebbene interessanti, risultano comunque depersonalizzate, intellettualmente stimolanti quanto sterili sul piano umano ed emotivo. Eppure, la frequentazione, divenendo sempre più assidua e partecipata, riesce ad avvicinare questi due individui così lontani per formazione, cultura e principi, come a dimostrare che il chronos non fa solo danni, ma regala anche sorprese benevole. Difatti, l’anziano è il senatore La Ciura, un docente universitario di greco, universalmente noto per la sua erudizione, competenza e passione per la cultura antica. Un fiore all’occhiello, insomma, dei tristi tempi contemporanei alla vicenda, benché dotato di un carattere arcigno e respingente che, a tratti, solo la riverenza a metà tra sacro e profano del Corbera riesce a smussare e addolcire senza patire il bisogno di troncare la conversazione e la frequentazione di netto.
Dopo un mese, i due possono definirsi amici. O meglio, vi sono un maestro, nel senso antico del termine, e il suo discepolo uniti in una relazione asimmetrica ma non per questo sgradevole o non significativa. La domanda sorge però spontanea, cosa spinge un tale studioso, un uomo famoso in ogni punto cardinale, a frequentare luoghi e persone simili? Tantopiù che, ogni volta che ne ha la possibilità, si distingue dalla massa con disprezzo, reputandola stolta, ignorante e superficiale.

Illuminante e bruciante

I ricci, spaccati, mostravano le loro carni ferite, sanguigne, stranamente compartimentate […] Li degustava con avidità ma senza allegria, raccolto, quasi compunto. Non volle strizzarvi sopra il limone. “Voialtri, sempre con i vostri sapori accoppiati! Il riccio deve sapere anche di limone, lo zucchero anche di cioccolata, l’amore anche di paradiso!”. Quando ebbe finito bevve un sorso di vino, chiuse gli occhi. Dopo un po’ mi avvidi che da sotto le palpebre avvizzite gli scivolavano due lagrime. Si alzò, si avvicinò alla finestra, si asciugò guardingo gli occhi.

La Ciura ha bisogno di un testimone, più che di un amico. Necessita di qualcuno di abbastanza sensibile per accogliere la sua storia. Non il passato nella sua interezza, costituito fondamentalmente da studi, lezioni, convegni e ricerche specialistiche, ma l’elemento che lo ha reso quel che è, l’evento che più lo ha influenzato, colpito e trasformato. In poche parole, La Ciura vuole consegnare a un eletto un brandello di divinità, un frammento inestimabile di tempo, di kairos.
Corbera e La Ciura iniziano a vedersi anche al di fuori della bettola e del suo quartiere. Si invitano vicendevolmente a cena ed è questo un pretesto gustoso per mostrare tutte le differenze che possono intercorrere tra un giovane aristocratico spiantato e un anziano popolano erudito. Corbera, che prova un sentimento di gratitudine e affetto nei confronti del senatore, tenta di scoprirne i gusti per accontentarlo e donargli degli istanti di felicità. Così, si stupisce del fatto che un uomo tanto raffinato e saggio come lui desideri e ricordi con intensità oggetti e scenari semplici: la vista del mare da un promontorio, il colore di una certa spiaggia semiabbandonata, il sapore dei ricci di mare appena pescati. Sfruttando contatti e mezzi a disposizione, Corbera imbandisce un banchetto con le leccornie desiderate dall’anziano che, burberamente grato, si commuove per tanta dedizione, senza però abbandonare il suo piglio scontroso e cattedratico. Anzi, ciò gli dà l’occasione per una ramanzina esemplare volta a criticare la maggior parte dei suoi contemporanei. Il bersaglio dell’arringa è la necessità di confondere le sensazioni le une con le altre, come se gli umani non fossero più in grado di soffermarsi sui singoli elementi dell’esperienza. Non vi può essere riccio senza limone, zucchero senza cioccolata o amore senza paradiso perché l’avidità di vita porta a ingozzarsi di quanto andrebbe gustato con più calma e attenzione. Le emozioni, a detta di La Ciura, vengono ormai ingollate come l’ammazzacaffè perché lo spazio deve essere lasciato libero a una nuova scossa da sostituire alla precedente. Cosa rimane, quindi, tra le dita? L’insoddisfazione di voler una maggiore quantità di quel che si spreca quotidianamente.
Discorsi e reprimende a parte, di quale ricordo il professore vuole parlare? Parrà strano giunti a questo punto, ma si tratta di un ricordo d’amore. Ebbene sì, l’unica esperienza amorosa dell’ellenista, avvenuta quando aveva poco più di vent’anni e che ha reso inconsistente la possibilità futura di averne delle altre. Un evento totalizzante, illuminante e bruciante. Una divina e pagana tabula rasa.

Quell’adolescente sorrideva, una leggera piega scostava le labbra pallide e lasciava intravedere dentini aguzzi e bianchi, come quelli dei cani. Non era però uno di quei sorrisi come se ne vedono fra voialtri, sempre imbastarditi da un’espressione accessoria di benevolenza o d’ironia, di pietà, crudeltà o quel che sia; esso esprimeva soltanto se stesso, cioè una quasi bestiale gioia di esistere, una quasi divina letizia.

Il giovane La Ciura doveva sostenere l’esame per diventare professore di greco. Per farlo, si dovette rinchiudere in casa per studiare e, al contempo, dava ripetizioni per finanziare il suo stile di vita cittadino. Durante un’afosa estate, un amico lo incontrò quasi svenuto e caracollante lungo le vie della città e gli disse che, così, proprio non poteva andare avanti. Allora gli offrì di trascorrere la stagione in una sua abitazione lontana da tutto e tutti, sulla soglia di una spiaggia incontaminata, sicura e tranquilla. Il giovane non se lo fece ripetere due volte. Si trasferì con il suo piccolo bagaglio e cominciò a vivere selvaticamente, pescando, prendendo il sole e studiando.
Senonché, un giorno, sentì la poppa della barchetta venir sospinta verso il basso mentre declamava dei versi in greco antico. Quel che ne emerse lo sbigottì: una giovane ragazza, sui sedici anni apparentemente, bella e ferina e affascinante nel suo mezzo busto umano e con una coda di pesce dalle squame iridescenti. Una sirena.
La Ciura, cultore della grecità classica, non può che lanciarsi all’interno di un amore primitivo con la deliziosa creatura. Ne ammira l’età inclassificabile – vive da millenni pur sembrando giovanissima –, l’appartenenza a un mondo vagheggiato ed estinto, la natura metà umana e metà bestiale e, soprattutto, l’essere una, una sola, non nessuna, non centomila – non novecentesca, penserebbero i maligni. I sentimenti sono forti e reciproci, benché, entrambi ne sono consapevoli, destinati a non durare a lungo. Si godono quel che possiedono senza previsioni. Si sperimentano ed esplorano come la magia impone a chi della vita vuole davvero mordere qualche frutto succulento e pienamente maturo. La sinergia è tale che il chronos si disfa e, nel vortice del piacere e della voluttà, quelli che dovevano essere due mesi vengono percepiti come anni, secoli e chissà quant’altro. Tuttavia, lo stesso kairos si dilata a dismisura. L’attimo pare mangiare e inghiottire tutto il resto, facendo di sé il brillante più incandescente mai visto in precedenza. Ed è tanto luminoso, tanto caldo e rovente, da lambire nelle fiamme La Ciura, lui e tutte le donne che avrebbe potuto incontrare in futuro e verso le quali non proverà che sdegno, disprezzo e amarezza.

Adesso, La Ciura è anziano e sente il richiamo del mare, benché Corbera non possa immaginarlo. I due vecchi amanti si sono scambiati una promessa: quando La Ciura avesse desiderato, ella lo avrebbe incontrato nel mare per riunirsi definitivamente. Così la sirena si comportava e si comporta con tutti i suoi amanti, tutti parimenti rispettati e amati con trasporto divino.
Infine, dopo un commiato inconsapevole d’esser tale, il giornalista e il senatore si salutano. L’anziano deve partire, andare in Portogallo per partecipare a un convegno. Ne è contentissimo, è addirittura su di giri. Perché sa che dovrà arrivarci via mare e sa che, nel punto esatto che poi scoprirà, dopo che si sarà lanciato tra le onde ci sarà lei ad attenderlo.


Dettagli

Photo by Jeremy Bishop
Tutte le citazioni sono tratte da La sirena, in I racconti, G. T. di Lampedusa, Feltrinelli, 2025, Padova.

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