C’è poco di più impattante della prospettiva all’interno di una situazione. Non solo il contesto, salito agli onori della cronaca come termine passe-partout per sciogliere ogni tipo di nodo, ma anche l’angolazione, la distanza, le lenti di chi guarda, la sua formazione e il sistema delle sue aspettative modificano immancabilmente gli eventi e i loro esiti. Ciò può essere dimostrato dal fatto che leggere la storia sfruttando una focalizzazione diversa consente spesso e volentieri di portarne alla luce dei dettagli insospettabili e al contempo cruciali.
Chi racconta e come lo sta facendo? Perché racconta e con quale scopo? Non sono quesiti-orpello da addetto ai lavori, ma conoscenze fondamentali da acquisire per comprendere e apprezzare un qualsiasi tipo di testo.
Un esempio piuttosto caricaturale aiuta a immaginare la differenza che la prospettiva può esercitare: si provi a raccontare la folgorazione di una zanzara prima dal punto di vista di un essere umano armato di racchetta elettrica e poi da quello dell’animale, tentando in entrambi i casi di rispettarne fedelmente le caratteristiche principali.
Un matrimonio come tanti
Ma questa è la gioventù! Proprio questo pensai allora di lei con orgoglio e gioia perché in ciò, infatti, v’era anche della grandezza d’animo, come a dire: sebbene tu sia sull’orlo della rovina, tuttavia le grandi parole di Goethe risplendono. La gioventù, sia pure soltanto un briciolo e sia pure in senso distorto, è pur sempre magnanima.
La mite è un racconto lungo scritto dal celebre autore russo Fedor Dostoevskij.
La vicenda ruota attorno a due personaggi: il titolare di un banco dei pegni e quella che sarà la sua giovane sposa. È, a tutti gli effetti, la storia di un matrimonio come se ne potrebbero trovare molti nella letteratura di tutti i popoli e in tutte le lingue. Nella fabula, dunque, non c’è niente di originale o sconvolgente: un quarantenne russo congedato con disonore dall’esercito, dopo aver sposato una giovanissima ragazza di poco più di sedici anni, conduce con lei un’esistenza grama e caratterizzata dalla severità, dal disamore – ammesso che un amore vicendevole ci sia mai stato – e dal silenzio che, tuttavia, avrà vita breve a causa della morte precoce di lei.
Quel che potrebbe svolgersi come un racconto classico sulle disavventure coniugali, sulle incomprensioni tra uomini e donne, come spesso accade grazie alla penna di Dostoevskij, diventa un pretesto per scandagliare l’animo umano in azione. Benché gli eventi vengano narrati dal protagonista negli istanti successivi al suicidio della moglie – è quindi quasi un unico e compatto flashback ciò che il lettore si trova davanti – e ciò potrebbe facilitare una ricostruzione in vitro, laboratoriale, di tutta la vicenda, l’uomo, pur di capire le motivazioni profonde che lo hanno condotto in quel preciso momento della sua vita, si lancia in una ricostruzione a ritroso che infine ne svela le mancanze come gli errori di giudizio e valutazione.
Innanzitutto, perché ha sposato questa ragazza? Non saprebbe dirlo con certezza, anzi, è credibile esclusivamente quando ammette di non avere una risposta soddisfacente. Si può pensare: perché poteva farlo. Perché sapeva di avere una posizione di vantaggio nei suoi confronti, essendo dotato di un’attività e di abbastanza soldi per condurre una vita serena, sebbene laboriosa. Oppure si potrebbe dire: un colpo di fulmine di cui il protagonista si accorge solo con il passare del tempo – il che andrebbe in qualche modo a contraddire il concetto stesso di colpo di fulmine. Fatto sta che, seguendo una pulsione interna che si ciba di un vago senso di generosità e rivalsa nei confronti della società intera, l’uomo fa di tutto per sposare la ragazza la quale, assediata dalle proposte di un vecchio mercante che trova ripugnante, si ritrova ad accettare per riconoscenza quest’offerta matrimoniale piovuta un po’ dal cielo, ma con la puntualità di un deus ex machina.
Lui, ex ufficiale dell’esercito, offeso dai suoi pari non meno che dalla propria ingenua viltà di un istante, si ritrova a ospitare nel retrobottega questa ragazza che, orfana di entrambi i genitori, era stata costretta a vivere a lungo come tuttofare presso delle arcigne zie per le quali non valeva alcunché. Le premesse per un’unione felice ci sono: entrambi agognano un riscatto materiale e morale che sentono come dovuto e sono alla ricerca di un risarcimento necessario per mettere una pietra sopra il passato e concedersi alla speranza di un futuro migliore.
Senonché, vuoi per la grande differenza d’età, vuoi per intrinseche differenze caratteriali, l’idillio si consuma velocemente come lo stoppino di una candela di basso costo e tutti gli impetuosi slanci iniziali, specie da parte della ragazza, intiepidiscono e ghiacciano.
Disillusione, mancanza di prospettive comuni e di reciprocità, totale assenza di comunicazione: sono solo alcuni degli ingredienti fatali che porteranno la giovane a lanciarsi dalla finestra con il solo conforto dell’abbraccio di un’icona della Madonna.
Sognatore del vuoto
Usai invece, per così dire, l’orgoglio, ne parlai quasi tacendo. Io sono un maestro del parlare tacendo, ho parlato tacendo per tutta la mia vita e ho vissuto delle vere tragedie dentro me stesso tacendo.
Se il lettore contemporaneo è in grado di estrapolare le informazioni oggettive dal racconto soggettivo del narratore non deve comunque dimenticare che la cronaca dei fatti è sempre, dall’inizio alla fine, affidata al protagonista stesso.
Egli è tormentato da una rigidità mentale e caratteriale tale da fargli ammettere candidamente di esser sempre risultato antipatico a tutti. Si vocifera che il suo difetto più grande sia la codardia, ma è l’incapacità di adattarsi alla vita ciò che lo condanna alle pene dell’Inferno. Ogni suo proposito si scioglie come neve fresca al sole perché non ha gli strumenti per plasmare il proprio destino.
È uno spettatore di sé stesso, un sognatore del vuoto. È intimamente convinto del fatto che il silenzio possa trasmettere più delle parole e delle azioni. Anzi, non c’è conquista più grande, per quanto lo riguarda, di dimostrare con il contegno quanto potrebbe essere provato con i fatti. Lo giudicano un vile per non aver difeso il suo superiore durante un buffet? Poco importa, sono queste beghe da gente di basso rango. Cosa sono, del resto, delle battute fuori luogo al confronto con la prospettiva di battersi a duello contro qualcuno? Una beffa vale per caso una vita? Il suo sottrarsi a una simile dinamica non lo rende pavido, bensì accorto e saggio. E che dire dell’atteggiamento che mostra nei confronti della moglie? Ella è giovane, priva di esperienza, dal temperamento malinconico. Cosa potrebbe fare se non educarla con parsimonia, economia e pazienza? Perché non centellinare l’affetto per non sciuparlo, la dolcezza per non renderla ordinaria e stucchevole? L’esempio, sì, ecco cosa ci vuole per dimostrare forza e presenza di spirito. Al silenzio sprezzante si risponde con il silenzio consapevole del giusto, del retto. Al silenzio sofferente e disamorato si risponde con il silenzio paziente e comprensivo. Fatto sta che, di silenzio in silenzio, numerose commedie e tragedie si concludono, ma nello spazio irraggiungibile della mente del protagonista.
I suoi nobili intenti, perché ammantati di una grandezza d’animo nutrita di privazioni e sacrifici, naufragano consegnando al mondo fallimenti roboanti. Il suo grande amore – poiché egli, singolarmente e bizzarramente, ama davvero la moglie – è destinato a dimostrarsi impossibile nell’esatto istante in cui si bendispone per accoglierlo, crescerlo e coltivarlo. Eppure, il cambiamento è troppo radicale e tardivo. Lo è al punto da apparire ridicolo, patetico e, soprattutto, spaventoso. Un fiume di parole dopo la siccità più arida. Un’onda di emotività dopo una lunga carestia di affetto. È troppo, troppo da accettare per quella che è ancora una ragazza che non ha avuto modo di piantare i piedi nel terreno e di affermare a gran voce: eccomi, io sono io e desidero questo.
E dato che lei era troppo integra, troppo pulita per acconsentire a un amore come quello che occorreva al bottegaio, non ha voluto ingannarmi. Non mi ha voluto ingannare dandomi un mezzo amore o un quarto di amore fingendo che fosse amore vero. Siamo troppo onesti, ecco come stanno le cose, signori miei!
Dettagli
Photo by Zoriana Stakhniv
Tutte le citazioni sono tratte da La mite, F. Dostoevskij, Garzanti, 2019, Milano.
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