I. Un contenuto breve

Tempera
è una rivista online no-profit che ospita interventi perlopiù relativi alla letteratura. Ci sono racconti e poesie – meno di quanti ne desidero – e commenti a opere più o meno famose, più o meno dimenticate. Pezzi argomentativo-espositivi, a metà strada tra la recensione, la prefazione, la critica e l’analisi, che definirei postfazioni se solo qualcuno lo chiedesse.
[Intermezzo Interiore, d’ora in poi I.I.]: Forse, adesso, a parlare è il mio funesto spirito anticonformista, quella voce interiore – ma se l’ho appena chiamato intermezzo! – che nello strano, nel bizzarro e nell’irregolare trova più bellezza che nella norma. Oppure potrei essere solo l’esponente anacronistico di un barocco fuori tempo massimo o di un rococò stucchevole e ridicolo, se non addirittura il figlio misconosciuto di un verista e di un’esteta.
La proliferazione dei dettagli in quanto scrivo ha dell’incredibile, per non dire del patologico. Germinano come piante infestanti, come edera robusta capace di ricoprire la facciata di un edificio imponente.
[I.I.]: Proliferazione, germinazione, per quale motivo utilizzi espressioni simili è difficile stabilirlo. Perché, in fondo, non sia in grado di scrivere come mangio. Un di più di elaborato e complesso pare ammantare il discorso per il puro gusto di fuorviare il lettore. Come se, tra i suoi tanti scopi, la scrittura non avesse anche quello di comunicare un messaggio a un destinatario.
Mi ero riproposto di preparare un contenuto breve, semplice e odiosamente autobiografico. Al contrario, eccomi qui a schiccherare intarsi e a perdermi negli incisi degli incisi, tra parentesi interminabili, pur di celare quel che penso dietro pesanti drappeggi.
[I.I.]: Drappeggi, sul serio? Drappeggi. Tendaggi. Stracci. Potevo semplicemente scrivere stracci. Ma tant’è.

II. Diciotto punture

Tempera
è una rivista online no-profit che mi dissangua. Mi prende tempo, fatica e preoccupazioni. Si ciba di quel che leggo, studio e vivo. Sì, perché da qualche tempo a questa parte, a discapito di certe pose da topo di biblioteca, ho deciso che un po’ di vita ci voleva per rianimare le membra e portarle verso destinazioni sconosciute e potenzialmente interessanti.
Tuttavia, questo espediente truffaldino per non gettare alle ortiche dei pensieri che altrimenti mi infesterebbero la testa come gli spettri di una casa stregata ha una sua genesi antecedente. Un’origine che, sorprende anche chi scrive in questo momento, ha una data ben precisa: il 17 febbraio del 2014.
Cosa accadde in quel dì lontano di dodici anni fa?
Che un adolescente evidentemente disturbato, il perché sarà presto svelato, decise di tentare la via del diario personale. Di affidare alcuni pensieri alla carta, o meglio allo schermo di un computer, sperando che in tal modo potessero fiorire in maniera graziosa. Eppure, un problema deve essere sorto in questo remoto tempo mitologico: per scrivere un diario bisogna essere diretti, sinceri, confidarsi e affidarsi a lui e alla sua saggia capacità di ascoltare l’inascoltabile e ricevere l’irricevibile, in sostanza è necessario possedere delle qualità di cui il nostro buon protagonista era sprovvisto.
Quel che più fa sorridere è il titolo di queste pagine fittizie: Ma parliamone.
Ci tengo a dissezionare la mia follia, trovo che sia un’esperienza da non lasciarsi sfuggire. Innanzitutto, la congiunzione iniziale. Ma, una pillola avversativa. Come se, già dall’inizio, ci fosse una polemica pregressa da cui prendere le mosse. Non era un E parliamone, che potrebbe rimandare a una bonaria e popolare esclamazione da osteria, più conciliante nel suo esser copulativa, ma proprio un Ma perentorio, stentoreo, da inguaribile rompipalle. Sfido un qualunque essere senziente a farsi un’impressione positiva di un individuo che inizi ogni frase con questo antipaticissimo Ma.
Subito dopo, ecco calata la briscola. Parliamone. Noi, parliamone, di questo, di cosa?, alla prima persona plurale. Parliamone insieme, dunque, in gruppo, in cerchio, a ferro di cavallo, poco importa. Purché se ne discuta, purché l’idea si faccia strada nell’uditorio e rimbalzi tra le scatole craniche dei presenti. È inguaribilmente umoristico che di due parole non ve ne sia una coerente con il contesto. Difatti, che io sappia, quei piccoli, striminziti e imbarazzanti contributi scritti non hanno mai lasciato l’ovile, non si sono mai avventurati per il mondo, figurarsi ricevere dei commenti e suscitare dei dibattiti!
[I.I.]: Ma parliamone! Di cosa?, ci si domanda ancora una volta. Di niente, pare la sola e unica risposta accettabile.

III. Scorte di bianco inchiostrato

Dal 2014 al 2021, anno di fondazione della benemerita rivista che prima, con fare più umile, chiamavo blog personale e aveva un altro nome, la Trincea Gentile, sono stati redatti diciotto Ma parliamone. Un bottino piuttosto magro, si penserà a ragione. Diciotti schiaffi, diciotto burle, diciotto pizzicotti sulle guance arrossate dal freddo. Diciotto punture che fanno da sfondo ai quasi trecento articoli che, invece, della rivista costituiscono oggi il cuore pulsante.
[I.I.]: Cuore pulsante, quale espressione melodrammatica, diciamo pure il nucleo, l’ispirazione, il corpo martoriato da una serie di aspettative malriposte.
Tuttavia, dalle falangi di questo grafomane quale sono, mi sorprendo della costanza profusa nel corso degli anni in questa indefessa e fallimentare attività. Si vede che, alla fine della fiera, tanto fallimentare non è stata. O meglio, dipende dai parametri utilizzati per classificarla e valutarla.
È fallimentare un prodotto commerciale che non vende nemmeno ai parenti degli stessi investitori? Certamente, ci ritroveremmo di fronte a un fiasco clamoroso e non colmo di corrusco vino.
[I.I.]: Corrusco, dannazione, corrusco, devo smetterla di frequentare il vocabolario.
È altresì fallimentare una pagina di pessima grammatica e miserrima ispirazione che, a distanza di dodici lunghi anni, fa ancora parlar di sé consentendo di dire quel che non ancora era stato detto e di arricchirne l’autore? Si direbbe di no.

Mi trovo, in conclusione, in una posizione alquanto scomoda.
Ho una montagna di romanzi, poesie e racconti nascosti nei cassetti, assiepati tra calzini, mutande e impacchi scaduti di lavanda inodore, inediti e che probabilmente mai vedranno la luce. Una parte di quel che ho scritto è addirittura stato pubblicato nella somma e giusta indifferenza del cosmo.
Ciononostante, con la caparbietà del mio animale guida – il maestoso stambecco – continuo ad aumentare le mie scorte di bianco inchiostrato, di naufragi e insuccessi editorial-economici con la gaiezza di un bimbo che va a scegliere i regali di natale da inserire sulla lista di fine anno.
[I.I.]: Come dicevo poc’anzi, c’è del patologico in tutto questo. Forse anche del talento, ma del talento nel complicarsi la vita specchiandola attraverso cocci di cristallo per far ridere un pubblico di topi e rane parlanti.
Quella gaiezza, quella gioia di creare e comporre, se ne infischia e frega. Frega il tempo, che mi ruba dal taschino, dalle mani, dai piedi e dalle gambe da Pinocchio. Frega i ricordi, che spesso rende storie, mistificazioni, palesi e infingarde bugie d’autore. Eppure, è lì, titanica e bambina, fiera ed eminentemente bastarda.
Tanto che temospero che durerà ancora a lungo e che continuerà a infestarmi con il solo scopo di farmi uscire allo scoperto attraverso un linguaggio che dir sibillino sarebbe dargli dell’acqua limpida.


Dettagli

Photo by Thomas Park

Ma parliamone n°1; Testo originale e riprovevole del 17/02/2014.

Il mondo è malato. Molti vogliono che cambi, pochi vogliono farlo veramente.
Pigrizia psicologica? No, paura ed impotenza. Dai mezzi a qualcuno che veramente vuole fare e ti ribalterà il mondo, dai possibilità a chi ne ha veramente bisogno e analizza il suo percorso. Il potere corrompe le persone, concetto che anche un bambino di due anni metabolizza, ma non tutti sono uguali. C’è chi ci ha provato una volta arrivato in cima a rimanere controllato. Hanno tutti fallito. Pensare al presente non ci piace, pensare al futuro ci mette i brividi e pensare al passato ci fa comprendere, nel migliore dei casi, che la storia è un circolo infinito dove gli avvenimenti si ripetono in continuazione. Facendo due calcoli è questo circolo vizioso che sta facendo marcire il mondo e con esso tutto ciò al suo interno. Noi stessi siamo parte di questo grande sistema incontrollabile o quasi. Rompere questa sequenza ripetitiva di morte, strage, disperazione? Qualcuno ci ha mai provato? Sì e pensando di cambiare le cose ha ripetuto gli stessi errori del passato. Vedere cosa hanno combinato i dittatori, hanno creato i loro mezzi e li hanno sfruttati per cambiare qualcosa, ma purtroppo hanno impiegato il loro enorme potere per la fama, la voglia di essere ricordati per sempre, perché lo saranno e non per bei motivi.
Mi chiedo se mai qualcuno riuscirà a rompere questo equilibrio.

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