Nella miglior prosa e nella miglior poesia accade una magia: che il locale si fa globale e il particolare universale. Quanto sembra un piccolo indizio, quale potrebbe essere una firma sbiadita sopra un vecchio documento, si riesce a caricare di sensi profondi, stratificati e tanto potenti da ribadire con forza il fatto che, forse, gli esseri umani non stanno facendo altro che vivere la vita sognata per loro da una divinità cieca e fantasiosa posta in qualche spazio al di fuori e oltre le galassie conosciute e concepite.
Simili, imbizzarriti pensieri capita che trovino la via dell’espressione e diventino storia, narrazione, racconto. Come è avvenuto nell’anno 1972 con la stesura de Il trono di legno a opera di Carlo Sgorlon.
Vagabondi
Li invidiavo per il fatto che tra pochi giorni avrebbero riattaccato i cavalli, spento i fuochi, e se ne sarebbero andati chissà dove. In certi momenti ero perfino ripreso, per un istante, dall’antica paura-desiderio di essere rapito da loro.
Giuliano è un ragazzo nativo del paese friulano di Ontàns. È orfano di padre, di madre e, probabilmente, anche di una cultura nazionale nel senso più ampio del termine. È un bambino piuttosto selvatico, sebbene non selvaggio, che cresce all’interno di una villa abbandonata lontana dal centro abitato del villaggio di pianura circondato da un bosco primitivo. Le sue giornate sono scandite dal gioco senza tempo di un bambino alle prese con la scoperta del mondo che lo circonda: animali, piante, rocce, minerali e quelle rare presenze umane che fanno capolino in quell’edificio che tanto ricorda un eremo medievale.
Con Giuliano vive Maddalena, una giovane donna che il protagonista reputa sia sua madre, a torto. È lei una sorta di domestica ninfa che si colora di tutta una tavolozza quando, in determinati momenti della settimana, deve sparire, abbigliata alla meno peggio nonostante la scarsità dei mezzi, per poi ricomparire con qualche denaro da spendere per mandare avanti la vita caotica che i due conducono assieme.
Cacciatori, carradori, contadini e montanari, queste sono le figure che ruotano loro attorno, senza dimenticare gli zingari, i vagabondi che tanto suscitano la fantasia del piccolo Giuliano che in loro vede una minaccia – quella di esser rapito e portato via come un sacco di noci – e una promessa – quella di poter viaggiare in luoghi lontani e di poter vivere avventurosamente, cacciando, predando e ululando alla luna riscaldato dal focolare di un bivacco improvvisato.
Ogni stimolo, ogni avvenimento, ogni nuova informazione viene recepita dal protagonista come la puntura di uno spillone. La scoperta lo agita, lo avvita su sé stesso, lo porta a fremere al punto da evocare in lui energie nascoste, misteriose, che lo proiettano di continuo su sfondi esotici, fumosi e irraggiungibili. Benché selvatico e privo di una qualsiasi forma di istruzione formale, Maddalena si preoccupa di fornire a Giuliano dei libri sui quali farlo studiare in autonomia. Ed è così che l’Ismaele del Moby Dick di Melville, Il Pifferaio di Hamelin e il Cesare assassinato durante le Idi di Marzo diventano per lui compagni inseparabili, veri e propri alter ego che sono vissuti, vivono e vivranno con lui perché la fantasia, fin dalle prime pagine, si capisce che nel corso della storia ha una sua autonomia fiabesca e fantastica, tale da renderla concreta quanto la semplice considerazione che un sasso lanciato in avanti, prima o poi, cadrà a causa della forza di gravità.
Giuliano impara a leggere da solo, aiutato dalla febbre che lo costringe a letto e da una manciata di piselli secchi per disegnare le lettere dell’alfabeto sul pavimento, e continua a sovrapporsi agli eroi del suo immaginario. Sogna di essere un esploratore polare, un cacciatore di orsi, un vagabondo mai sazio delle incredibili bizzarrie del globo. Tuttavia si arrovella anche alla ricerca delle proprie origini, si domanda chi sia stato il padre, chi i nonni e, quando per bocca del cacciatore Luca scoprirà che Maddalena era solo un’amica della madre – e non la madre stessa – il suo microscopico universo viene messo in crisi, sballottato di qua e di là alla ricerca di una nuova collocazione e, soprattutto, di un nuovo centro. Pertanto, l’idea che Giuliano si costruisce del mondo è quella di un Paese dei Balocchi che bisogna imparare ad attraversare, un luogo fatato in cui la morte altro non è che l’ennesima fiaba raccontata di notte per conciliare il sonno e la crescita solo il naturale svolgimento del corso degli eventi che, per loro virtù intrinseca, dovrà andare a sfociare da qualche parte.
Senonché, la regolare, meditabonda e geografica maturazione di Giuliano viene sconvolta dall’ingresso di un nuovo personaggio nella sua vita: Flora, una coetanea che ha il vento sotto i piedi, lo scroscio delle cascate tra i denti battenti e il volatile fascino di un’attrice tanto spontanea da dimenticare di star recitando. L’amore che scocca è grande e la scintilla si trasforma in incendio divampante. L’orizzonte del ragazzo viene tutto compreso entro lo sguardo di lei, nei suoi gesti, nelle sue aspettative, nei suoi capricci. Eppure, volatile che si è mostrata la prima volta, Flora è cangiante e irrefrenabile come una foglia trasportata dal mistral e non può fermarsi a lungo in nessun luogo. Sazia di Ontàns, di Giuliano e di tutto quanto rischia di stagnare, fermarsi e immobilizzarsi in una forma cristallina, evade di continuo cercando nuove case, nuove compagnie, nuovi amori.
Il ragazzo selvatico scopre che l’abbandono della gemma calda che gli aveva riempito il cuore fino a quel momento lo ha reso irrequieto, smanioso e nervoso. I vecchi sogni d’avventuriero si destano di nuovo e Maddalena, rendendosene conto, cerca con discrezione di aggirarlo lievemente, senza spingerlo in nessuna direzione. Lei, che ha per Giuliano l’affetto materno che il creato non le ha concesso, si fa a brandelli l’anima pur di non incastrarlo in un luogo o in un’idea che al giovane non appartiene. Lei, unico appiglio che ancora lo tiene nei pressi di Ontàns, non può che completare la propria parabola per consentire al figlio adottivo di spiccare il volo, o meglio, di cominciare l’inseguimento di Flora.
Il villaggio della quiete
Forse la terra e la vita non era sorprendenti avventure, ma sogni frastornati e senza senso, miraggi che sempre sparivano e sempre si riformavano.
Giuliano, fattosi adolescente e poi giovane adulto, seppellisce Maddalena stroncata da una polmonite fulminante. Nulla gli rimane da fare nel paese natio e una stella polare da seguire ce l’ha nel taschino: l’amore radioso e scottante per un’anima tremula come le lingue di fuoco dei tanto amati bivacchi.
Si mette in viaggio, con la prospettiva di andare anche in capo al mondo qualora servisse, e, ironicamente, si ferma alla prima tappa. Il treno su cui si trovava, a causa della neve, blocca il suo cammino e, per puro caso, Giuliano si ritrova a parlare con uno studente olandese ossessionato da Flora. Quando il ragazzo si rende conto della coincidenza decide di seguire i vaghi indizi raccolti dal rivale per raggiungere Flora e si incammina, in una gelida giornata invernale, per raggiungere una vallata in cui dovrebbe trovarsi la casa della famiglia dell’amata.
Mentre il gelo gli irrigidisce gli arti e la mente e pare abbattersi su di lui una fine triste e prematura, viene salvato da alcuni cacciatori che si trovavano lì per coincidenza. Essi lo conducono a Cretis, un villaggio montano, e lo ospitano fino a quando non potrà riprendere il cammino da solo. Tuttavia, Giuliano, pur nello stupore infantile di chi si sente il protagonista di un gioco iniziato dal Destino stesso, si ritrova, dopo aver sbagliato strada, esattamente nel luogo corretto. In più, a salvarlo sono stati proprio il nonno e la sorella di Flora, personaggi che ricordano da vicino le presenze concrete e al contempo sfuggenti dei miti antichi.
In questa nuova fase della sua vita, Giuliano giunge ad amare Lia, la sorella di Flora, a entrare a far parte della famiglia e a diventare parte integrante di quella comunità solida e ristretta che si era abbarbicata sulle Alpi da chissà quanti secoli. Per Cretis, Giuliano è una giovanile ventata d’aria fresca: insegna a leggere e scrivere ai pochi bambini rimasti, organizza imprese e passatempi fuori dall’ordinario e coinvolge l’intero paese nella preparazione di uno stupendo carnevale in maschera come ai tempi della Serenissima. Il suo vitalismo è sempre venato da chiazze di irrequietezza, da un costante lavorio interno che lo porta a mettere in discussione tutto, dal passato al futuro. In un giorno si vede chiaramente nelle vesti del patriarca di Cretis, del salvatore della sua gente e della luce in grado di portare nuova linfa a una popolazione come addormentata in un sogno scomodo e tranquillo; in altri è invece l’animale in gabbia – benché sia dorata – che non si decide ad abbandonare le ultime vestigia della fanciullezza. Dove sono finiti i suoi sogni d’avventura? Dove le sterminate imprese da compiere oltreoceano? Davvero è tutto qui quello che lo attende per il resto dell’eternità? Un amore tenero, sensuale e quotidiano, un rifugio accogliente, caldo e stabile e un futuro limpido, sonnacchioso e scandito dagli intagli nel legno e dalle passeggiate nei boschi?
Potrebbe adattarvisi, sì. Potrebbe vivere come l’erede di Pietro, il nonno di Lia e Flora, egli sì un grande viaggiatore a riposo in grado di attraversare tutti i continenti lasciando la propria semenza a germogliare senza posa.
Eppure, sì, eppure. L’attesa di un evento risolutore, di un evento in grado di scombinare le carte in tavola, di mostrare una nuova, splendida e soverchiante prospettiva non muore mai. Giuliano, giunto nel villaggio della quiete che gli ha donato una seconda nascita e una prima famiglia, non riesce a domare il senso di vuoto e di vertigine che prova quando si chiede: è davvero tutto qui?
Il Grande Giocatore
La vita era soltanto una fiaba arruffata che qualcuno ci raccontava nell’orecchio e che stavamo ad ascoltare, incapaci di sottrarci alla sua attrattiva; un illusorio tunnel delle meraviglie che egli aveva attraversato come un viaggiatore incantato, lasciandosi attirare da tutto, ma senza legarsi veramente a nulla.
Maddalena è morta, Luca lontano come Ontàns. Il Pifferaio di Hamelin, Ismaele e Cesare suonano il loro corno fascinoso dispersi chissà dove, sicuramente dove è possibile udirli, ma senza essere mossi all’azione. La neve si posa sui sentieri in modo uniforme: spietata, metodica, bellissima. Flora torna a casa e vi trova Giuliano assieme alla sorella Lia.
L’orologio biologico si riavvolge, le tappe della crescita si sfaldano diventando argilla da modellare di nuovo. Giuliano, che ama entrambe le donne, sa, intimamente, di essere destinato a una scelta terribile. Ha in mente cosa dovrebbe fare per rimanere nel campo dei giusti, dei buoni e dei virtuosi. Dovrebbe annegare e scacciare l’attrazione che prova per la sua fiamma dell’adolescenza. Dovrebbe accogliere la pacata resistenza di Lia a ogni possibile separazione e assumersi le responsabilità di un adulto fatto e finito, con i piedi ben saldi a terra e la bussola morale a portata di mano. Eppure, non v’è morale nel desiderio. Il desiderio è impulsivo, è ora, è magnetico. La morale ghiaccia in un bellissimo vetro di Murano qualunque slancio: ha bisogno di tempo per operare la sua magia.
Giuliano, dopo tanto vagabondare con la mente e con il corpo nei boschi di Cretis, non sceglie perché non può scegliere. Si sente giovane e quindi in diritto di attendere che il Grande Giocatore, il destino di cui si sente figlio particolarmente prediletto, faccia la sua mossa e lo trascini, volente o nolente, nelle braccia che gli competono. Tuttavia, quel tempo è poco e le sue idee sul caso imprecise. Trova la casa scompigliata da una recente partenza. Trova armadi aperti e valigie sconquassate. Sente che Flora, che pur aveva promesso il contrario, se ne è andata ancora. Ed è in quel momento, senza ragionare, che la insegue di nuovo, senza salutare nessuno, senza neanche rendersi conto di essersi lasciato alle spalle un figlio di là da venire.
Per la prima volta è in grado di raggiungere la ragazza fattasi donna. Vivono assieme, trasferendosi di continuo di città in città, di regione in regione, di stato in stato, assecondando voglie e capricci. Viaggiano su un’automobile scalcagnata dai troppi chilometri, visitano templi e musei, teatri e cinema. Incontrano tante persone da non poterne ricordare il nome. Si chiudono in camera per chissà quante ore. E ancora, viaggiano, si spostano, si consumano, si giocano a dadi e a carte quanto possiedono e quanto ancora resta loro della propria funambolica e incendiaria relazione. Perché Giuliano, quando Flora comincia a dare i primi segni della prossima evasione da lui, prova a farci i conti da solo. Sopporta, si lascia ignorare e sostituire. Ma diventa troppo e perciò deve allontanarsi, definitivamente, dalla sua ninfa dei boschi. Deve fuggire, a gambe levate, strappando una parte di sé per sempre, tutto per evitare di finire di nuovo sotto il suo influsso magico, sotto il suo incantesimo. Alla fine, come sempre, Giuliano è l’eroe di una fiaba senza fine, che si riscrive da sola e che lo porta non dove lui vorrebbe, ma dove dovrebbe essere.
Solo, di nuovo, capisce che è Cretis il luogo unico in cui può ritornare. Ma, ancora una volta, è il tempo a mettersi di traverso. Sono trascorsi tre anni. In casa trova un bambino di nome Ettore che dovrebbe essere suo figlio, Lia è caduta da un burrone in una gelida notte successiva al suo abbandono e la comunità pare più addormentata di prima.
È davvero tutto qui?, continua, dopo anni, a domandarsi. Ciononostante, ha maturato una risposta, un proposito, un obiettivo. Se la vita altro non è che un fuggevole miraggio, il racconto che di essa se ne può fare è la salvezza. Sì, deve raccontare, come Pietro e come Melville. Deve usare la parola – quindi la formula magica – per ottenere tutto quel che ha perso, proprio grazie al fatto di averlo perduto. È come durante l’infanzia, quando pensava che la morte non fosse poi tanto diversa dalla vita. Morte e vita sono coinquiline, vicine di stanza. Quel che esiste è la memoria e la capacità di evocare il passato e il futuro sulla base dell’esperienze universali che gli esseri umani hanno compiuto, compiono e compiranno.
In fondo, Giuliano continuerà per tutta la vita a coabitare con i suoi fantasmi, ma in modo consapevole. Non sono essi spettri intangibili, ma persone che, purché non presenti fisicamente, lo sono in tutti gli altri modi possibili. Non è una sconfitta, forse è una dolente vittoria, ma appare sicuramente come un trionfo di neve.
Dettagli
Photo by Denys Nevozhai
Tutte le citazioni sono tratte da Il trono di legno, C. Sgorlon, Mondadori, 1973.
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