Alla fine, ci scherziamo sopra. Suvvia, siamo dei perdenti scagliati sul pianeta senza mezzi fisici per fronteggiare l’ambiente. Animali sociali dal manto poco spesso e dalla manutenzione tediosa e costosa. Fantocci su due gambe che si scontrano tra loro, incapaci di razionalizzare il fatto che, incredibile a dirsi, si potrebbe far più attenzione e smetterla di andare a sbattere in ogni dove. Siamo vinti dalla natura se non ci associamo in qualche forma di comunità e siamo vinti dai nostri simili quando, nelle suddette comunità, dimostriamo di possedere una caratteristica sgradita. Siamo sudici, sgraziati e ci crogioliamo nel fango dell’orgoglio e della supremazia, nelle chimere del dominio e della grossolana arte dello spadroneggiare. È innegabile, siamo tutto questo. Ma se questo gruppo di screanzati è riuscito anche solo a concepire di viaggiare nello spazio, bonificare paludi e acquitrini, sconfiggere mutazioni genetiche e trovare divertente il cricket significa che ha il potenziale per raggiungere grandi traguardi.
Alla fine, siamo deboli e ci scherziamo sopra. Intanto, la nostra bandiera è sulla Luna.

Nella Sicilia postunitaria, quella del brigantaggio e della povertà, delle nuove tasse prima sconosciute e della leva militare obbligatoria per i giovani, quella della faccia di Vittorio Emanuele che passa da essere il volto dell’invasore all’egida dell’ordine e del mondo continentale lontano perché distante è già la realtà delle città più sviluppate, toccate nei secoli da sprazzi di gloria straniera, in questa Sicilia, dunque, vive una famiglia di pescatori che di cognome fa Toscano. Immagino non dica nulla alla maggior parte di voi, ma se completassi le informazioni senza tirare la corda mi seguireste meglio. Come è uso nelle province, nelle piccole cittadine, nei paesini e talvolta tra le fila del popolo nelle grandi città, i suoi membri sono conosciuti attraverso un epiteto, un soprannome. Per tutti, loro, non sono i Toscano, bensì i Malavoglia. I Malavoglia di Aci Trezza, per la precisione, a qualche ora di distanza (in carrozza) da Catania. Un’altra particolarità dei “nomi d’arte” popolani consiste nel frequente rovesciamento del loro significato. Al contrario di quanto si potrebbe intuire, i Malavoglia si sono guadagnati questo appellativo con il sudore della fronte e il guizzo forzuto dei bicipiti. Sono considerati grandi lavoratori, persone d’onore (alla lettera gentiluomini, che in Sicilia riecheggia sempre altro) e, soprattutto, oneste. Di padre in figlio trasmettono le abilità del mestiere. Sono pescatori provetti abituati al respiro salato del mare e agli scrosci improvvisi di onde alte anche qualche metro. Solcano con la loro barca, la Provvidenza, la costa sicula alla ricerca del pane quotidiano che conquistano lanciando reti, riparando nasse e imparando a pazientare sotto il cocente sole del Mezzogiorno. Ad Aci Trezza sono rispettati e la loro attività è tenuta in gran conto. Tanto che Padron Cipolla, il più ricco degli abitanti, si fa solleticare dall’idea di maritare il suo unico figlio, un broccolone al secolo Brasi Cipolla, con la deliziosa Mena, detta Sant’Agata per l’abilità nella tessitura, la dedizione alla famiglia e l’adorazione quasi ascetica del riserbo. Eppure, anche loro, come tutti gli altri abitanti del globo, devono sottostare alla legge più forte di tutte: quella del caso. Il caso, con lo scaltro zampino del sensale Piedipapera e dello strozzino zio Crocifisso, si manifesta sotto forma di lupini. Padron ‘Ntoni, abile e poderoso capofamiglia dei Malavoglia, si decide ad acquistare una partita malandata di lupini per commerciarla fuor dall’isola così da raggranellare ulteriori danari. Inutile a dirsi, la burrasca si porta via il carico “fradicio” già di suo, il figlio Bastianazzo (buonanima servile e mite come un asino) e il figlio della Locca del paese, un tal Menico che solo la vecchia continuerà ad aspettare vita natural durante. È l’inizio della decadenza. L’onorata famiglia dei Malavoglia viene tartassata da ogni lato senza soluzione di continuità. Prima il debito dei lupini, poi i costi dell’avvocato per intentare una causa e capirci qualcosa nel mare magnum della legislazione unitaria e ancora l’ipoteca sulla casa del nespolo, proprietà della famiglia da tempo immemorabile, la dote di Mena rosicchiata dagli interessi e dal mare che non collabora, ‘Ntoni che, nel momento del bisogno, finisce prima per vestir gli armenti del soldato e successivamente, tornato al paese, si riscopre amante del dolce far niente e della bottiglia di vino, Luca, secondogenito del compianto Bastianazzo e sua immagine sputata, che durante la leva obbligatoria affonda a Lissa, in guerra per il re, durante la Terza guerra d’indipendenza e il trasloco in una casa modesta e piccola, la morte della nuora di Padron ‘Ntoni, colpita dal colera e … ma l’elenco potrebbe non finire mai. Ogni volta che la laboriosa famiglia tenta di risollevare le proprie sorti qualcosa va storto e deflagra in un nulla di fatto. Nel corso della vicenda alcuni momenti di ripresa illudono il lettore che, in fondo al tunnel, potrebbe esserci una luce. Ma tale luce, immancabilmente, viene spazzata via da un nuovo colpo di vento, una nuova tragedia, che sradica anche le energie di coloro che rimangono. Il romanzo non si chiude con una nota dolente, o meglio, non chiude alla possibilità di un nuovo splendore della famiglia. L’ultimo maschio dei Malavoglia riesce a riscattare la casa del nespolo e inizia a viverci con la moglie e la sorella, ricostituendo quel nido tanto celebrato dal Pascoli e che, per Verga, sembra quasi una maledizione atavica dal gusto dolceamaro.

I Malavoglia è, a detta della critica e della storia letteraria, uno dei capolavori del Verismo italiano. Il buon Giovanni Carmelo Verga apparteneva al ramo cadetto di una famiglia la cui nobiltà poteva esser fatta risalire ai tempi della Guerra del Vespro. Era uno scrittore dotto, un individuo raffinato e un gran letterato.
Nel romanzo che apre le porte al cosiddetto Ciclo dei Vinti, propone una vicenda realistica e credibile fin nella polvere dietro gli usci delle case attraverso un linguaggio mimetico e alla completa retrocessione dell’autore a figura impalpabile, presente esclusivamente nel piano regolatore che scandisce gli eventi dell’intreccio. Il movimento che consente alla trama di srotolarsi con dosata calma è quello del cicaleccio del paese. Le giornate sono scandite dai turni di lavoro che iniziano all’alba e terminano al tramonto. Ad Aci Trezza domina la chiacchiera ed è alternata solo brevemente all’esperienza diretta della pesca in mare. Comari e padroni intrecciano la loro vita grazie alla cronaca orale di quel che accade quotidianamente. Non c’è notizia che venga tralasciata, nessuna azione, men che meno intenzione, sfugge dall’occhio sempre attento della collettività. Ogni giorno costituisce l’anello di una lunga catena che, alla fine dell’anno, viene tirata tutta assieme per vedere cosa se ne può fare. La vita procede dettata dalla sussistenza. Non esistono lussi né tantomeno è possibile allentare la cinghia attorno al borsello per concedersi un colpo di matto e sentirsi, almeno per una volta, padroni del proprio destino. E forse, benché venga nominato poco, è il destino a regnare in queste pagine. Il destino degli umili, della brava gente lontana dal fulcro dell’attenzione e delle persone comuni che, distanti dai grandi palcoscenici della storia, sono costrette a far dell’esistenza un’arte paziente e stoica. Si abbassa il capo nei confronti dei potenti sebbene ci si opponga ai soprusi più evidenti, si snocciola il rosario prima di peccare (e, signora mia, ci son rimasti solo il cibo e il piacere della carne per evadere da questa prigione immutabile!) e, nei fatti, si rimane estranei ai grandi cambiamenti in atto. I mutamenti giungono come forze oscure e irresistibili, anatemi da scongiurare. I detti popolari danno il ritmo all’incessante fatica di uomini e donne che, parimenti, si occupano con ostinazione della salute della propria famiglia. Esiste però una condizione necessaria e sufficiente affinché questo marchingegno non ruzzoli giù dalla collina: non bisogna farsi domande sulla propria natura subalterna. Ed è quello che condanna ‘Ntoni all’esilio dal concerto degli onesti, che lo porterà sulla via dell’alcolismo, della dipendenza da terzi, del contrabbando, della prigione e, infine, dell’esilio volontario. ‘Ntoni, giovane promessa dei Malavoglia, primogenito del compianto Bastianazzo e di Maruzza la Longa, svela l’inganno della società e lo mostra con tanto d’occhi a tutta la famiglia. Lui, che ha visto uno sprazzo di mondo durante la leva obbligatoria, sa che la vita di Aci Trezza è misera e non soddisfacente. Qualora crollino i pochi pilastri sui quali è costruita non può far altro che farsi vedere per quel che è davvero, desolata. Perché dovrebbe lavorare sei giorni su sette, dalla mattina alla sera, per gli interessi d’altri? Perché deve vivere consegnando i suoi migliori anni a entità che mai vedrà nella vita, che mai gli tenderanno la mano nel momento del bisogno? Perché non gli rimane altro che fame dalla sua fatica, amarezza dal suo amore e preoccupazione dagli sguardi accorati di chi da lui dovrebbe dipendere? Cosa dovrebbe spingerlo a rompersi la schiena ogni santo giorno per stringere, alla fine della giornata, un mucchio di sabbia? Tanto vale sciupare tutto, bere, bere e ancora bere finché il barile non si vuota. E quando il soldo manca e la Santuzza lo caccia dall’osteria ecco che si presenta l’idea della furberia. Nei panni di un misero Robin Hood pensa che rubare ai ladri non sia poi peccato (la sua anima cattolica ne risentirebbe, sebbene ponderi l’omicidio e la violenza) e che, a questo mondo, in qualche modo bisogna attrezzarsi. Ma il trucco, la gabola che rovescia le carte in tavola, la prestidigitazione dello scaltro, sono artefici del potente e del ricco. Quella di ‘Ntoni rimane la scorrettezza di un bambino che va a sbattere contro il caso, l’ingiustizia, la notte e l’impossibilità di cambiar stato e condizione.
Altri, continuando a rompersi la schiena, ce la faranno. Ma son pochi, la casa del nespolo passa per disabitata a lungo. È un finale che potrebbe consigliare di non mollare mai, di proseguire nella strada pur faticosa perché qualcosa di buono ne verrà. Ma, in tutta coscienza, vien difficile vederci questo in quel di Aci Trezza.
Alla fine, ci scherziamo sopra.

Photo by Fredrik Ohlander

10 risposte a “Ride, lo psicopompo”

  1. Mi hai fatto venire voglia di rileggerlo, quanto mi è piaciuto.
    Grazie Aureliano, un saluto
    Valeria

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    1. Sicuramente un capolavoro senza tempo.
      Grazie a te per il commento 🙂

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  2. Sono d’accordo, ho sempre avuto una passione per Giovanni Verga.
    Grazie a te per la rivisitazione e per aver apprezzato il mio commento 🙂

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    1. Mi piacerebbe anche affrontare il resto del suo vasto repertorio. Sarebbe bello scoprire nuove gemme 🙂

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  3. Sì, sarebbe molto bello.
    Assurdo pensare che alcuni abbiano sostenuto, agli esami di Maturità, che la Divina Commedia l’abbia scritta Garibaldi e che Sergio Mattarella sia un giocatore di calcio ⚽️ per non parlare di chi è convinto che Bixio stia per Biperio, povero mondo 🥸😵‍💫😵

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    1. Questi strafalcioni mi mancavano. Devo dire di trovarli particolarmente divertenti (sebbene preoccupanti). Che dire, mi aspetto di sentir dire che il buon Verga fosse solo un aulico manganello!

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  4. Beh, se non ci fosse da mettersi le mani nei capelli, farebbero ridere. Ricordo che il mio Prof. di Storia e Filosofia una volta ci disse che gli facevamo mettere le mani inter capillos ed ogni volta che doveva ricordare qualche cosa, tirava fuori un fazzoletto, mai lavato probabilmente, faceva senso solo a guardarlo e gli faceva un nodo. Detto, fatto. Era un tipo molto strano, eppure erano materie che amavo, mi piacciono tuttora.

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    1. A conoscerle bene devo dire che raramente le persone sono “perfettamente normali” come cercano di apparire per la maggior parte del tempo. Siamo tutti un po’ dei “tipi”

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      1. Ah, su questo sono assolutamente d’accordo!
        Il concetto stesso di normalità è difficile da inquadrare.
        Siamo tutti dei “personaggi” 😄

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