Sono un lettore accanito, uno studioso di filologia e linguistica e un fautore delle discipline umanistiche in genere. Da ciò si presume che io abbia un bagaglio piuttosto zeppo di storie, aneddoti e narrazioni da proporre al primo che passa. In pieno stile venditore ambulante dovrei cacciar fuori dal pesante pastrano tanti bigliettini con su scritti destini, esiti e motivazioni di personaggi mitici, storici o inventati di sana pianta. Il che, in una certa misura, è vero. Tendenzialmente, se mi si chiede di raccontare qualcosa riesco a farlo in scioltezza e tranquillità. Eppure, la vita si è dimostrata come al solito superiore alle mie capacità di prevederne il corso.
Ad un certo punto, stretto nei miei panni e seduto al tavolo in cui stavo consumando il pranzo, mi sono trovato nella condizione di dover raccontare qualcosa che non solo sapesse intrattenere e coinvolgere, ma soprattutto alleggerire l’interlocutore. Alleggerirlo momentaneamente da un peso inscalfibile di quelli che, come il masso lanciato nell’acqua, tende a sprofondare sempre più. Facile, mi son detto, devo solo scartabellare il mio vasto repertorio per trovare una narrazione adatta. Speranzosa, divertente e corroborante. Inutile dirlo, ho faticato moltissimo per trovare qualcosa che corrispondesse a questa definizione. Sul momento, forse è difficile a credersi, è stato un duro colpo da digerire. Ma come, io che divoro un libro ogni due-tre giorni, ho in tasca due lauree in ambito umanistico e trascorro la vita a informarmi, compendiare e scrivere, non riesco a trascinare fuori dal cilindro una singola colomba che sia al contempo buffa e interessante? Alla fine, ho ripiegato su qualche aneddoto bizzarro di storia reale, o presunta tale. Del soldato giapponese rimasto in una giungla durante la Seconda guerra mondiale e convinto che la guerra non fosse ancora finita dopo decenni d’attesa e del giovane principe che dopo aver vissuto nella corte del re suo padre da viziato bamboccio quale era, fece esperienza della vita fuor del palazzo e scoprì, mendicando, le caleidoscopiche vie del viaggio umano su questa terra. Per la cronaca, quel tale era colui che venne in seguito chiamato Buddha.
Suscitai il riso, irretii l’attenzione, giunsi quindi al mio scopo. Ma la domanda di fondo rimase attaccata ai miei calcagni mentre fissavo il fondo vuoto del piatto. I residui di sugo (non quello manzoniano), probabilmente in compagnia di qualche pezzo di guanciale, riportavano la mia attenzione su quell’atavica questione. È, in fondo, la letteratura basata sulla tragedia e sulla narratio di un intreccio che ha di per sé bisogno di prendere per mano il dolore, lo spaesamento e traviamenti vari ed eventuali?
L’idea che tuttora abbiamo dell’intellettuale è di derivazione petrarchesca. Francesco Petrarca si impegnò per diventare egli stesso un modello in vita, un exemplum, capace di assommare le qualità che reputava in grado di innalzare l’essere umano nei confronti di Dio e della storia. È una visione superata, che tradiva l’appartenenza del poeta d’Arezzo (e non di Firenze) alla schiera dei medievali. Forse l’ultimo, sicuramente uno dei più grandi e al contempo precursore degno e maestro dei futuri umanisti, ma comunque legato al suo tempo dalla contingenza e, in parte, dalla cultura.
Petrarca reputava la letteratura la somma arte (tra quelle liberali) e disprezzava quelle manuali. Credeva nell’importanza dell’otium letterario (la meditazione costante e attiva sulle opere dei predecessori), nell’impegno civile del letterato (da non confondere con l’impegno politico in prima persona di un Dante, ma più con la capacità di influenzare i signori con i propri assennati consigli) e nella sostanziale superiorità della cura dell’anima su quella del corpo (sebbene, ma sarebbe troppo esoso approfondirlo in questa sede, avesse un rapporto ambiguo e contraddittorio con la gloria terrena, l’adulazione e l’amore fisico). L’intellettuale petrarchesco è quindi un saggio-studioso che si reputa superiore in virtù della sapienza che possiede e del suo ruolo di tramite e insegnante nei confronti delle successive generazioni. È l’individuo che, mentre stai per cadere nella stessa fossa per la seconda volta, ti adagia una mano sulla spalla e ti rimprovera con gli occhi mentre la bocca è atteggiata a un sorriso un po’ compassionevole e un po’ sardonico. Lungi dall’essere un sostenitore della solitudine assoluta era il campione della compagnia tra elette genti, tutte parimenti degne di intrattenersi le une con le altre. Anche nella sua avventura sul Monte Ventoso sente il bisogno di portar con sé qualcuno, in questo caso l’amato fratello Gherardo, e numerose sono le epistole (rigorosamente in latino, che la puzza sotto al naso l’aveva eccome) in cui trasmette tutto il bisogno di essere reputato grande e quindi riconosciuto dal consesso di quegli individui che reputava, se non sommi quanto lui, di sicuro eminenti e meritevoli. Ciò comporta l’insindacabile ruolo di guida dell’intellettuale, ma anche il suo carattere elitario. Studiare e comporre al punto di diventarne uno necessita di tempo e di una vita retta da solidi principi. Come a dire, in termini più semplici e meno escludenti, che se tutti fossero intellettuali nessuno lo sarebbe davvero e, ci tengo a sottolinearlo, va bene così.
Da una parte, quindi, tensione spirituale-meditativa, cura delle lettere e della cultura, rigore morale e continua ricerca del sé (pochi autori medievali furono inquieti e dubbiosi quanto lo stesso Petrarca ed è, a mio avviso, il suo aspetto più affascinante) e dall’altra, ambizione, sottaciuta passione e ferma divisione di ciò che è alto, tragico, da ciò che è mezzano, comico, e basso, elegiaco. Giunti fin qui sarà facile indovinare il suo registro prediletto, anzi, l’unico a cui conferiva il merito di dimostrare l’ingegno umano e le sue vere potenzialità (specchio di quelle possibilità inscritte dal Signore nella sua creatura prediletta). Ecco il bivio sorprendentemente antico che ha indirizzato i canoni culturali dell’Occidente e, tra questi, quello italiano in particolar modo. È alto, cioè importante, sublime, migliore, quel che può essere racchiuso nel recinto della produzione tragica. È parimenti degno di nota, sebbene inferiore, il resto. La tradizione ha per caso seguito un po’ troppo alla lettera questo precetto (al modo dei medievali che reputavano la filosofia tolemaico-aristotelica infallibile ed esatta)?
A partire dallo stesso Duecento chi ricordiamo maggiormente (ossia, chi le istituzioni ci fanno studiare sui banchi di scuola …) tra la direttrice che collega la Scuola Siciliana ai Siculo-Toscani e allo Stilnovismo e le altre tendenze letterarie, fervide di altrettanto ricchi, come quella religiosa di Francesco d’Assisi e Iacopone da Todi, quella comico-realistica di un Rustico Filippi, Folgòre da San Gimignano, Bindo Bonichi, Meo dei Tolomeni, Pietro de’ Faitinelli, Cecco Angiolieri, quella giullaresca di un Cielo d’Alcamo, Matazone da Caligano, Ruggieri Apugliese e il più tardo Cenne delle Chitarre? Lo so, sono nomi perlopiù sconosciuti per i non addetti ai lavori ma, proprio per questo, credo possa servire allo scopo di quanto vado sostenendo. È insita nella mentalità accademica questa tara difficile da accantonare: ancora attaccati alle gonnelle dei “grandi”, degli autori classici e delle Tre Corone, siamo spinti naturalmente a pensare che “tragico è meglio” e comico-elegiaco inferiore. Lungi da me stravolgere questa impostazione critica, che sennò la polizia accademica mi strappa le lauree, ohi lasso, tapino me, proporrei di sfilare delicatamente il lungo bastone che abbiamo incastonato nel corpo (parlo della spina dorsale, giuro!) e di giudicare la materia letteraria nel suo particolare, senza premiare aprioristicamente la tragedia sulla scorta di idee nutricatesi in un mondo che non esiste più.
P.S. Mi rendo conto di parlare spesso di religione, spiritualità e cristianità. Lo faccio in ossequio al pensiero originale degli autori di cui discorro. È una deformazione da filologo. Io, di mio, non sono certo un frate.
P.P.S. È infine giunta la polizia accademica. Mi hanno tolto i poteri letterari così come in quel capolavoro di Scott Pilgrim vengono sottratti a Tod quelli vegani.
Photo by Sandy Millar





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