Secondo (in realtà terzo) assaggio di Sciocche tutte queste congiunzioni. Il primo racconto, Stufomarcio, appartiene al gruppo dei racconti più estrosi (per non dir nevroticamente scagliati contro tutto e tutti), il secondo, Sabbia e polvere, appartiene al gruppo dei racconti più intimi, esistenziali e placidi (in cui una discreta dose di avventura si stempera spesso e volentieri nell’accettazione panica dello scorrere di tutte le cose … in sostanza, senza salire in cattedra con pomposità astruse, sono storie che parlano di epifanie istantanee e realizzazioni semplici e facilmente accessibili) mentre il terzo, che qui vi presento, L’intruso, vorrebbe introdurvi tra le fila dei racconti di genere, in questo caso un breve scritto che si accampa tra il thriller e l’horror (ma senza indagine e senza orrore. Sì, sembra strano in questi termini. Sarà meglio che ve ne facciate un’idea in prima persona).
Have a seat. Feel free.
Ché il pasto l’ha offerto la casa.
Sei nel tuo letto, le gambe intorpidite sotto il peso delle coperte. Fuori fa freddo, l’inverno bussa pesantemente alle finestre. Sferza il vento. A volte un ramo, forse di un platano, magari di un tiglio, colpisce con le sue nocche nodose la superficie lucida della finestra della stanza, bagnata dalle precipitazioni atmosferiche. La sveglia è sul comodino, è un vecchio modello e ancora ticchetta, anche se il dubbio che sia l’orologio che hai chiuso nel cassetto della scrivania ti assale, ti ghermisce, infine ti lascia stare. La notte funziona così, è un continuo saliscendi, una costante montagna russa di attacchi e ritirate.
Sulla sedia al centro della stanza, era troppa la fatica di riporla al suo posto, campeggiano i vestiti della giornata, le spoglie dei tuoi panni da teatrante, la mise da cittadino modello, quantomeno attivo, operoso, come una piccola ape. Sei nella tua celletta, nel tuo rombo scavato all’interno dell’alveare. Paghi la tua quota mensilmente, i messaggi dei tuoi vicini non sono di congratulazioni, non sono bigliettini per sincerarsi delle tue condizioni. Sono memorandum, post-it che ricalcano in anticipo i passi della giornata.
Luce e gas, riportano. Acqua e saldo totale, asseriscono. Riunione condominiale, scolpiscono.
Tu, con le gambe strette al petto non per la paura, non per il gelo, ma per una banale questione meccanica, il letto è corto per il tuo metro e ottanta, non riesci a prendere sonno. Si affastellano le immagini della giornata le une sulle altre. È un rincorrersi di frasi che avresti potuto formulare e intonare diversamente, uno sfoggio di inutile capacità mnemonica.
Sei preso nei tuoi pensieri della veglia quando, dal corridoio che separa la camera da letto dalla cucina, senti un suono inaspettato, irregolare, inconsueto. Si è aperta la porta dell’appartamento, qualcuno è entrato e si è richiuso la porta alle spalle. Lo sai perché riconosceresti il suo cigolio ad orecchie chiuse. Eppure, sei convinto di aver sigillato dall’interno l’entrata, ricordi il momento in cui hai girato la manovella d’ottone per rinserrare le difese della casa.
Ciononostante, senza il minimo sforzo o attrito, la porta è stata aperta e richiusa.
Adesso, hai l’orecchio incollato alla parete, non vuoi perderti nessun passo, nessuno strascichio di questo intruso indesiderato. È nel tuo territorio, nello spazio della tua intimità. È un estraneo e in quanto tale una figura losca, da tenere a distanza, da allontanare. Potrebbe essere pericoloso, un poco di buono, addirittura un ladro. Hai fatto del male a qualcuno? Te lo domandi timidamente, affondando la testa nel cuscino. Non ne sei sicuro, durante ventiquattro ore si agisce così tanto, è alta la probabilità di sbagliare, di irritare qualcuno.
I passi dello sconosciuto si fermano subito prima di varcare la soglia della stanza nella quale ti trovi. Trattieni il fiato, ti fai piccolo contro l’inferriata metallica. Scopri così, dopo tanti anni di lunghe menzogne, che la tua coperta non ha il potere di proteggerti dagli agenti del male. Sei rannicchiato, ingobbito, hai le mani che ti sudano, la fronte imperlata di tante minuscole gocce. Le palpitazioni ti martellano nelle orecchie, a ritmo con la pioggia incessante che c’è fuori. Deve essere suggestione, ma nella bocca senti il sapore ferroso del sangue, nell’aria l’olezzo dolciastro di un corpo in putrefazione.
Chiudi gli occhi, ma lo straniero non entra. Sub-limen, non varca la linea che delimita la tua salvezza.
Fa dietrofront, anche se non lo vedi, fa dietrofront ed entra in una stanza casuale. Deve essere la stessa cucina, è quella più vicina, oppure il minuscolo anfratto che il padrone di casa chiama sgabuzzino e che aumenta la metratura della casa di quel tanto che basta per farti saltare uno scalino e pagare di più.
È entrato e ha accostato la porta. Non hai sentito lo scatto della maniglia, nessuna serratura ha cigolato. In compenso, ha ripreso a camminare. Avanti e indietro. Avanti e indietro.
Non sai se sta cercando qualcosa nello specifico e nemmeno come abbia fatto ad entrare. E se fosse una persona conosciuta? Chi ha le chiavi di casa oltre a te? Qualcuno ci dovrà pur essere. Tuo padre, chiave numero uno, AB23 a detta del ferramenta, tua madre, chiave numero due, AC01, e tua sorella, in viaggio d’affari nella lontana Germania, chiave numero tre, AC02. L’idea che sia una persona conosciuta, magari amica, un parente, ti inquieta ancora di più.
Perché non ha avvertito? Quale bisogno c’è di entrare di soppiatto, senza dire nulla, nel cuore della notte? Ti domandi, le mani strette sul lembo superiore del lenzuolo bianco, le nocche altrettanto spettrali.
Lo senti come se avesse iniziato a parlottare tra sé e sé. Sono mugugni deboli, brontolii rochi, borbottii interrotti quelli che a fatica attraversano quei miseri cinque metri che vi separano. Qualche monosillabo gutturale giunge al tuo orecchio. Spaventato decidi di stringere gli occhi come se potessi sparire nel nulla, volatilizzarti. Spingi l’arcata superiore contro quella inferiore e le sopracciglia arrivano quasi a toccarsi. Un solco arato nella fronte te la spacca a metà, tanta è la concentrazione.
E, infine, per l’immensa stanchezza, senti la coscienza abbandonarti pian piano, scivolare via in un movimento fatto di sussulti e singulti.
Quando riapri gli occhi è mattina, l’appartamento è deserto, il sole splende fuori dalla finestra con il suo grigio sorriso invernale e la porta d’ingresso è chiusa dall’interno, esattamente come ricordavi.
Non vuoi fermarti a casa più del dovuto. Fai una rapida colazione, una doccia, indossi i primi vestiti formali che incappano nel tuo cammino ed esci. Ti senti subito più leggero quando ti lasci alle spalle l’alta figura del condominio. Nella metropolitana, per una volta, riesci anche a trovare posto a sedere. Ti confondi nella calca, nella massa, nel mezzo di quel volgo sempre in movimento, sempre a caccia, in procinto di affondare le zanne nel prossimo impegno. È così che consumi la tua giornata, le ore di luce che separano una veglia dall’altra. Una cappa scura è già calata sulla città quando torni, c’è un manto uniforme di nuvole a velare la luna, ma tu questo non lo sai. Hai incontrato persone, hai stretto delle mani, hai venduto dei prodotti con un sorriso cordiale e al contempo glaciale, di circostanza. Sei contento di te stesso quando, stanco e soddisfatto, fai per andare a dormire.
Ed ecco che l’insonnia ti coglie impreparato. Per la seconda notte di fila. Solitamente hai bisogno di una mezz’ora per addormentarti, l’insonnia non fa parte delle tue tante tare mentali. Ogni tanto, proprio questo argomento, l’hai usato come battuta per attaccare bottone con il prossimo.
Guardi il soffitto e non puoi non pensare alla sera precedente. Sposti la linea di fuoco ad abbracciare l’intera stanza e non ti colpisce nulla di quello che scorgi. Un poster consunto di una band che ascoltavi da adolescente, la giacca che hai indossato in quella stessa giornata e la gruccia storta che hai piegato nel tentativo sbrigativo di lanciarla nell’armadio. Un paio di libri, una penna che non scrive, bollettini sparsi di vario tipo.
Il sonno non si decide ad arrivare e quando pensi sia giunta l’ora di prepararsi una tazza di camomilla senti la porta dell’ingresso aprirsi. Ti immobilizzi, ghiacciato sul posto. Il viaggio dell’ombra è quello della sera precedente, cammina fin quasi ad arrivare nello spicchio di corridoio che potresti vedere poi, di botto, si interrompe e vira verso un’altra stanza. Riavvia il suo parlottio, che ricorda una lingua pronunciata al contrario. Emette un rumore che sembra l’accartocciarsi di un foglio di stagnola. Quasi un’interferenza, ti comunicano i tuoi neuroni sovreccitati.
Dovresti alzarti e affrontarlo? Cos’hai a portata di mano? Ma, ancor prima di questo, saresti in grado di farlo, sei quel tipo di persona? La risposta, non incoraggiante sebbene dal sapore di giustizia, è no. Devi fare come con gli orsi, fingerti morto sperando che se ne vada, lasciando tutto immutato come per la visita precedente. Il tuo pensiero ha imboccato una strettoia e da lì non sa uscire. È il tunnel dell’ansia, la via del disagio. Non ti domandi nemmeno perché, perché stia succedendo a te, o quale sia la natura del fenomeno. Sai che sta succedendo, lo percepisci attraverso i pori della pelle. Ed è quando la tensione è arrivata al massimo che culmina nel tuo sonno nervoso e nei tuoi sogni altrettanto disturbati. Ti ha sconfitto per sfinimento, un’altra volta.
Quella sera non accade nulla, nemmeno in quella successiva.
Passa una settimana ed è come se fosse stato tutto frutto della tua immaginazione. Non ne vuoi parlare in giro, te ne vergogni. Quando la voglia di confessarti si affaccia, abbassi la cornetta, chiudi la chiamata. Non sei più tanto sicuro che sia accaduto sul serio eppure una mattina, spazzando, hai trovato nello sgabuzzino una chiave vecchia, arrugginita, ròsa. Non hai idea di cosa significhi, di chi possa averla persa proprio lì.
E se avessi incontrato solo uno spirito errante, un fantasma, un’emanazione di qualcosa? Se tu, proprio tu, non fossi altro che una variante casuale, una comparsa nella vicenda ben più importante di qualcun altro? La vita in sé cos’è se non la continua intrusione nelle storie degli altri, degli sconosciuti poi conoscenti poi amici e infine chissà?
Provi un imbarazzo molto strano quando, nelle notti più lunghe, allunghi l’orecchio per sentire se l’intruso farà o meno capolino nella tua piccola realtà, nel tuo appartamento.
All’imbarazzo si aggiunge il pensiero di essere sciocco e, ma solo alla fine, un sonno perfettamente quotidiano, nella norma. Quell’esperienza ti è rimasta viva nella mente, ma non ti ha insegnato nulla. Ti ha lasciato in eredità la misera ricompensa di una domanda: la vita è solo il susseguirsi di momenti simili?
P.S. Questo non ha vinto niente, tranquilli
Photo by Stefano Pollio





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