Il Carnevale sta perdendo terreno. È una festa che piace ai più piccoli, a questi esserini che ancora assomigliano alle fatine irlandesi, e che coinvolge gli adulti in quanto spettatori e, spesso, semplici accompagnatori.
La dimensione del gioco è tutta da riscoprire e, per fortuna, in questo periodo per motivi di forza maggiore le persone stanno ampliando i propri orizzonti arrivando a concepire il valore ludico delle attività. Vestirsi in maniera eccentrica e andare a una fiera del fumetto non è più visto come un tabù da nerd di quarta categoria, bensì come un’uscita diversa dal solito che gradualmente è diventata pop (in quanto popolare) quanto ritrovarsi al pub dopo il lavoro oppure al chiosco sulla spiaggia con la musica ben calcata nei timpani. Giocare spesso viene associato al “far finta di” e ciò è erroneamente legato a doppio filo alla sfera semantica dell’infanzia. La domanda che sorge spontanea è la seguente: cosa dice di noi, noi come comunità di esseri umani adulti, il relegare l’esuberanza del divertimento alla sola prima età della vita? È o non è un modo per condannarci a un’esistenza di continui sacrifici intervallati esclusivamente da soddisfazioni di carattere lavorativo e relazionale? È vero, il gioco è improduttivo. Ed è forse per questo che da un lato genera tanta resistenza e dall’altro ci permette di rilasciare una quantità smodata e ingarbugliata di energia psichica lasciata a lievitare e fermentare.
Abitanti dell’Occidente del ventunesimo secolo, accettiamo una verità incontrovertibile: siamo privilegiati. Non tutti siamo sulla stessa barca (mi duole dover aggiungere un’osservazione del genere per evitare che qualcuno si inviperisca), alcuni solcano il mare della modernità su una zattera e altri varcano le spuma dell’oceano a bordo di una nave da crociera, ma resta il fatto che non siamo stati gettati dal caso e dalla natura in mezzo alle onde, o peggio, nelle terrificanti e vaste profondità marine. La perdita del valore ontologico del Carnevale risiede per l’appunto nella nostra situazione: comoda (sebbene non eccessivamente), sicura (sebbene sempre da difendere) e stabile (sebbene minacciata da tutto quel che abbiamo messo sotto al tappeto nel corso dei decenni). In sostanza, non è per noi fondamentale celebrare il rovesciamento della società. Viviamo nell’era della velocità, dei salti informatici tra un continente e l’altro e della mobilità sdoganata. Chiunque, con qualche mese di duro impegno e una disciplina volenterosa, può comprare un biglietto per scappare dall’altra parte del globo. Chiunque, previa presa di coscienza, è messo nelle condizioni di aprire un chiringuito sulle spiagge dorate dei Caraibi (sulla sanità mentale degli individui che decidono di operare queste scelte non mi esprimo, qui mi interessa accettare la fattibilità di questi propositi). Ergo, non abbiamo bisogno di affermare il desiderio di veder mutare le cose attorno a noi. Ben diverso era il punto di vista della popolazione del medioevo, schiacciata tra dogmi religiosi e apocalittici e la ristrettezza mentale data da una vita condotta all’insegna della mera sussistenza. Il Carnevale, per questi individui martoriati dal lavoro, dalla penuria di risorse e dalla stabilità secolare delle istituzioni costituite, era un momento liberatorio, la concretizzazione di un’istanza profondamente soffocata da uno stile di vita che oggi reputeremmo francamente insostenibile. Ci daremmo la morte, ci fionderemmo giù da un crepaccio come tanti lemuri se ci trovassimo nella stessa condizione.
Nell’Alto Medioevo l’Europa ha vissuto uno dei momenti più bassi della sua storia. Mi riferisco qui alle condizioni di vita del popolo, ché delle grandi conquiste dei potenti mi interessa poco. Il culmine di questa decadenza può essere registrato verso la metà del settimo secolo dopo Cristo. Le conoscenze del mondo classico erano ormai state perse e i pochi libri superstiti erano gelosa proprietà dei monaci. La gente non era più in grado di scrivere, comprese le alte cariche dei proto-Stati. Il cibo non veniva stoccato e immagazzinato per fronteggiare le evenienze tanto che bastava un anno di magra, la distruzione di un raccolto, per affamare e uccidere migliaia e migliaia di persone. Il corso delle epidemie era facilitato dall’indigenza e dalle bassissime difese immunitarie (perché, a conti fatti, non esisteva il discount delle medicine e nemmeno un banco dell’ortofrutta o della carne. Anzi, i medici erano dell’idea che esistevano quattro flussi che governavano l’equilibrio fisico del corpo e che il rimedio universale fosse applicare i salassi oppure far ingerire intrugli assurdamente concepiti ai “pazienti” e vedere se Dio avrebbe salvato quelle anime). Infine, le guerre frequenti non aiutavano a rallegrare lo scenario.
Di fatto, le persone comuni, per usare un’espressione popolare, tiravano a campare. Ed è emblematico lo stretto rapporto che nella frase idiomatica si instaura tra la vita e lo sforzo costante (il tirare, per antonomasia una dimostrazione di forza, stabilità e resistenza). Inoltre, a peggiorare le già misere aspettative sul creato, ecco sfolgorare sotto il sole impietoso le insegne dei nobili sulle corazze oppure le divise dei vari ordini in cui erano organizzati i monaci. Tutto era immobile, stagnante. Impossibile anche solo immaginare una via d’uscita. La speranza veniva tutta relegata alla sfera del religioso, confusa con la magia istintiva di stampo vagamente pagano. Le sofferenze erano state concepite dal Signore nel suo infallibile disegno e in quanto tali andavano accettate e, a dirla tutta, accolte come benedizioni. Chi più di un penitente poteva quindi ambire alla porpora celeste, al suo futuro posto alla destra del Gran Padre? (E per penitente si intende un allevatore di buoi che possiede un solo esemplare di ogni indumento, che si rattoppa muscoli e ossa con i fili d’erba e che, durante la messa, fa lo sforzo di inginocchiarsi per il suo padrone lassù, comodamente adagiato sulle nuvole).
È quindi così strano pensare che il sopraggiungere delle feste fosse atteso con tanta gioia e trepidazione? Per giunta le feste carnevalesche (poiché il Carnevale veniva festeggiato per più di una settimana e, in genere, durante l’anno venivano organizzate più fiere ad esso ispirate) avevano il potere di avvicinare i giganti e i nani, i potenti e i deboli, i vinti e i vincitori. Anche se per un periodo limitato e circoscritto, vigeva la regola del contatto fisico e la segregazione delle caste veniva meno. Ecco che la contemplazione lasciava il posto al corpo così a lungo vituperato. La musica suonava alta, i ceti si mischiavano, giullari e buffoni davano libero sfogo alla loro creatività e alcuni, i più audaci, scimmiottavano le alte cariche del tempo imitandone grottescamente modi e usanze. Venivano eletti (eletti, non scelti arbitrariamente per sangue, eredità o nomina imperiale) i roi puor rire, i “re per burla”, e i bisogni fisici deflagravano in un afflato collettivo dal sapore di giorno-del-giudizio. Il Carnevale, lungi dall’essere la bieca affermazione della natura bestiale dell’umano, era la ferma testimonianza del diritto a condurre un’esistenza nel recinto della decenza, ossia una vita capace di prodigare a tutti, insindacabilmente, almeno uno sprazzo di gioia, serenità e soddisfazione.
Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento, Si opponeva ad ogni perpetuazione, ad ogni carattere definitivo e ad ogni fine. Volgeva il suo sguardo al divenire incompiuto. […] Tutto ciò aveva creato un particolare dualismo del mondo […] sembravano aver edificato accanto al mondo ufficiale un secondo mondo e una seconda vita, di cui erano partecipi, in misura più o meno grande, tutti gli uomini del Medioevo.
M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Einaudi, Torino, 1979.
Cosa siamo dunque noi, che non celebriamo il cambiamento e vorremmo ingabbiare la realtà in una serie precostituita di certezze?
Photo by Ethan Hoover





Scrivi una risposta a Aureliano Tempera Cancella risposta