La vera rivoluzione filosofica di Henri Bergson non è tanto da ritrovare nei concetti di elain vital o nelle pur illuminanti definizioni e fenomenologie della risata quanto nell’abusata scoperta, o per meglio dire dissotterramento, dell’esistenza di modi dissimili di vivere il tempo. In concomitanza con le scoperte della fisica di inizio Novecento, ecco che dalla schiera dei filosofi giunge la freccia scoccata con precisione diabolica nel cuore delle certezze umane: è insostenibile l’idea di un tempo unico, monolitico e oggettivo. Ciò significa che ha molteplice facce e che, l’esperienza insegna, spesso quella che più ci influenza ha a che vedere con la durata. Perché un’ora trascorsa nella vasca delle palline colorate sembra per un bambino tutt’altra cosa rispetto alla stessa ora tra le grinfie di un dentista? Perché il tempo oggettivo (una linea retta tendente all’infinito che per praticità abbiamo incasellato nel quadrante di un orologio rendendolo circolare) non corrisponde con il tempo soggettivo (una matassa di nodi, bivi, divagazioni, rotatorie e dolcetti deliziosi).

In narratologia si distinguono diverse tecniche per manipolare il tempo. Innanzitutto, la stessa differenza che sussiste tra la fabula e l’intreccio ha carattere cronologico. La prima corrisponde all’ossatura della storia, alla sequenza di fatti, eventi e dialoghi nell’ordine d’accadimento. La seconda invece è la rilettura personale che l’autore fornisce di suddetti dati. Ancora, come per il tempo oggettivo e soggettivo della vita di tutti i giorni, esistono due tempi all’interno di un racconto: quello del discorso e quello della storia. Il primo riguarda il modo in cui scorre il tempo all’interno del testo che stiamo leggendo (dire che “Lucia sta convivendo con il fratello del suo patrigno da tre anni” significa ammettere in una sola frase uno scorcio temporale di circa tre anni) e il secondo è legato al tempo concreto, effettivo, che il lettore impiega nella lettura del brano preso in esame (in questo caso meno di sei secondi). L’autore è libero di giocare con queste strutture per creare degli effetti distorcenti e accattivanti. È il principio alla base delle anacronie, dell’analessi (flashback, il mitico retrolampo) e della prolessi (flashforward o anticipazione). In più, c’è da dire che non serve scomodare i viaggi nel tempo per concepirne una sua intrinseca manipolazione. Quando il tempo del discorso (bevete un cicchetto ogniqualvolta ripeterò la parola tempo) è uguale a quello della storia (TD = TS) si parla di una scena. Nella scena il lettore si trova davanti a un quadro in movimento, come la pellicola che svolge i fotogrammi di un film, e la situazione si evolve in tempo reale. Quando TD è minore di TS si ha il sommario (ciò accade per esempio quando il narratore riassume il contenuto di un intero evento in poche battute) mentre nel caso in cui TD fosse uguale a zero si avrebbe un’ellissi (simile all’esempio precedente di Lucia in cui tre anni trascorrono in un baleno). Al contrario, quando TS è minore di TD si parla di analisi e quando TS è nullo di pausa. Tutto ciò, lungi dall’essere uno sterile elenco di artifici tecnici è parte integrante della narrazione di ogni singola storia perché ne detta il ritmo narrativo. Ciononostante, la mia carrellata di nozioni da qualche parte voleva arrivare, ossia a Tre volte all’alba di Baricco.

In questo libro breve, lo si legge in poco più di un’ora, l’obiettivo dichiarato dell’autore è quello di narrare tre incontri tra due persone nel corso della loro vita. Tre incontri che, al contrario di quello che si potrebbe immaginare, non rispettano i canoni classici dello scorrere del tempo. Nel primo a frapporre l’uomo e la donna non vi è l’età anagrafica, bensì i diversi panni che si trovano a vestire in quel momento i due protagonisti. Fuggiasco lui, pronto a scappare e a far perdere le proprie tracce per calmare le acque. Poliziotta lei, con il compito di temporeggiare e guadagnare tempo affinché i colleghi arrivino e lo arrestino dignitosamente.
Nel secondo racconto l’uomo ha poco più di sessant’anni ed è un portiere di notte in un albergo senza troppe pretese mentre la donna è un’adolescente di sedici anni alle prese con una relazione violenta con un ragazzo piuttosto brutale e rozzo, dalla lingua volgare e i gesti bruschi. L’uomo, che racconta di essere stato in prigione colmando la lacuna finale del racconto precedente, prova una subitanea attrazione nei confronti della ragazza. Non è però un sentimento facilmente identificabile. Non è brama per il suo corpo giovane e affascinante e non è riconoscimento dell’anima gemella. È, semplicemente, un’infatuazione neutrale, il riconoscimento d’essere stato pervaso dall’idea di trovarsi di fronte a una creatura deliziosa. Creatura che, quindi, va tutelata da quello che l’uomo scambia per un aguzzino e non per un partner ideale e adatto. L’uomo e la donna non hanno un terreno in comune per stabilire un rapporto duraturo. Scambiano poche battute che trasmettono l’incapacità di superare il varco che li divide. L’obolo, la moneta, la merce di scambio che possono condividere consiste nel flebile legame instaurato in un altro tempo e in un altro spazio nell’alba precedente, quella del primo racconto. Lui le promette di raccontare la storia della sua incarcerazione e del motivo che l’ha portato a uccidere un uomo a patto che lei, subito dopo, esca da quell’albergo senza metterci più piede. Il portiere non ha altri mezzi per farla evadere da una situazione evidentemente più grande di lei. I due, attirata l’attenzione del “bruto”, sono costretti a scappare per le vie di una città impersonale che non ha il tempo di essere messa a fuoco. Le strade sono strade, le svolte svolte e nulla di più. Finché, tallonati dalla macchina del ragazzo, l’uomo è costretto a far salire la donna su un autobus diretto chissà dove (ancora, le coordinate mancano del tutto perché siamo sulla soglia di un’ennesima sparizione, sulle esuvie di un rapporto impossibile da concretizzare), ma prima di scoprire, proprio per bocca del giovane volgare, che la ragazza sia incinta. L’alba arancione si staglia nel cielo. Il portiere non può che chiedersi quale sia l’unità di misura di un mattino.
Il terzo racconto si svolge a parti invertite. La donna è una poliziotta che sta per andare in pensione mentre l’uomo è un bambino di tredici anni che ha appena perso la casa e i genitori in un incendio. Ciò che li lega, atavicamente, è qualcosa che è emerso nel primo racconto ma è rimasto solo potenziale e abbozzato. Il tempo rimescola le loro vite, le cambia, ma non le snatura. Gli incontri avvengono durante delle tappe centrali del corso della loro esistenza ma, esattamente per questo, non possono evolvere in altro. Erano, sono e saranno snodi separati e non comunicanti. Eventi avvenuti, centrali e fondamentali che non parleranno mai la stessa lingua. La donna decide di portare l’orfano da una sua vecchia conoscenza, quello che definisce “l’uomo della mia vita”. Uomo con cui, a conti fatti, non ha mai davvero vissuto. È un individuo sullo sfondo, l’adempimento della figura del protagonista. Lei, in quella casa, non può restare. È un porto sicuro, un possibile rifugio, ma non può permettersi di infrangere il sipario cristallino del tempo, del grande e titanico Crono che, croce e delizia, è sia condizione necessaria per l’incontro dei due protagonisti che proemio della loro definitiva separazione.
Alla prossima alba, sembrano dire durante il commiato.
Ma il lettore sa, intimamente, che significa alla prossima vita.

Photo by Frank McKenna

4 risposte a “Tre per te”

  1. Interessante analisi sul tempo, che, a differenza dello spazio a cui è legato indissolubilmente e cade direttamente ai nostri occhi, ai nostri occhi è invisibile; come gli spiriti a cui i medium dicono: -se ci sei, batti un colpo- e il colpo lo manifesta, rimanendo invisibile, così continuando ad essere un bel sconosciuto: si sa che c’è ma non si sa cos’è!

    Anche il tempo manipolato in letteratura è interessante: ne farò uso per i prossimi romanzi che leggerò.

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    1. Il vecchio adagio tra il manifesto e il non manifesto: quel che non si vede esiste comunque!

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  2. Da Baricco c’è da aspettarsi di tutto giacché tutto – in termini di letteratura – lui può. Okay, lo ammetto, sono una baricchiana incallita e di lui ho letto e riletto praticamente tutto.
    Tre volte all’alba è il seguito, o meglio i tre bivi, di una storia contenuta nel suo Mr Gwyn: un ritrattista singolare.

    (🤫penso, tra l’altro, che sia stato lo spunto se non proprio un collegamento con il suo capolavoro autorale “La sposa giovane” dove l’alba occupa un ruolo importante🤫 )

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    1. Per pura coincidenza io ho scoperto Baricco esattamente con La sposa giovane. Tra l’altro trovato nella piccola libreria del paese dove vivo. Sono segni del destino questi!

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