Il periodo Barocco corrisponde, mas y menos, al Seicento. Accantonando la fondamentale distinzione tra epoca reale e periodizzazione a posteriori e rifacendoci a un nutritissimo gruppo di critici e studiosi, possiamo affermare con una certa baldanza che il diciassettesimo secolo sia stato il teatro di quest’estetica funambolica che fu il barocco.
Barocco, nella lingua quotidiana, è per molti entrato a pieno diritto nella sfera del pacchiano. Se camminando per le vie di una città qualsiasi ci si imbatte in un uomo o in una donna vestiti come se abbiano appena cacciato e scuoiato uno struzzo dalle penne turchesi e magenta si tende ad associare questo eccesso a una non meglio precisata estetica barocca.
Andiamo alle radici della questione. Abbiamo delle ottime spiegazioni per quanto riguarda la nomenclatura affidata a diversi periodi storici: l’età preistorica corrisponde a quel periodo in cui l’homo sapiens ha affinato le sue capacità naturali dando vita a società complesse, scoprendo la lavorazione delle ossa e dell’argilla e i miracoli dell’allevamento e dell’agricoltura. Termina, tradizionalmente, con l’invenzione della scrittura a opera dei Sumeri. Ciò perché la storia propriamente detta inizia nel momento in cui qualcuno decise di documentarla e di dotarsi di un sistema di regole astratte per concettualizzare e imbrigliare il mondo, la natura, il cosmo e, molto più verosimilmente, la quantità di legna posseduta e il numero di maiali nel recinto. L’età classica prende il nome dalle due civiltà che hanno insieme costruito l’ossatura dell’occidente per come lo conosciamo oggi: la Grecia Antica e il popolo romano. All’inevitabile caduta della società economico-culturale classica succede il Medioevo (così definito dai successivi umanisti in quanto periodo oscuro, di mezzo, che intercorreva tra l’aurea armonia degli antichi e l’argentea riscoperta umanistica), al Medioevo succede l’Umanesimo (civile entro la metà del quindicesimo secolo, cortigiano nella seconda metà. L’essere umano torna al centro dell’universo precedentemente dominato dalla visione cristiana della realtà tutta basata sulla vita extra-terrena), all’Umanesimo il Rinascimento (sebbene la distinzione possa risultare inutile il Rinascimento porta a compimento le ambizioni umaniste e ne preannuncia l’irrigidimento e la fine con il Manierismo) e al Rinascimento, finalmente, il nostro buon soggetto, il Barocco. Perché il Barocco è l’unico periodo tra quelli citati che non garantisce un’immediata decodificazione del proprio nome? Volendo leggere questo interrogativo con occhi moderni e un po’ di parte si potrebbe affermare che è un’importante notazione di poetica.
Questo periodo, già nel nome, contiene un manifesto culturale schierato e dai confini ben precisi. Sono state proposte due ipotesi per spiegarne l’oscura etimologia: il barroco è il nome portoghese di una perla imperfetta, lontana da quella che possiamo considerare la perla prototipica bianca, lucida e perfettamente liscia. Ma barocco è anche il nome di un procedimento logico, in particolar modo di un sillogismo apparentemente solido sebbene fallace, tipico degli insegnamenti retorici della filosofia Scolastica. Quale dei due sembra più attendibile? Non è dato saperlo, non al momento, ma ciò non ci risulta di troppo impaccio. Come nel topos del nomen omen, ossia del nome che racchiude in sé il destino della creatura che designa, il Barocco nasce all’insegna di un dubbio, di un’irregolarità e di un’immagine capace di sfidare le norme della tradizione. Del resto, il Seicento fu un secolo particolarmente turbolento in cui due delle culle della civiltà Rinascimentale, la Spagna e, ancor di più, la penisola italiana, si ritrovarono a fronteggiare una delle crisi peggiori della propria storia. La Spagna, ma sarebbe meglio dire gli Asburgo di Spagna, ottennero il controllo della penisola italiana al costo di vedere la propria influenza internazionale rosicchiata dall’emergere di nuovi stati: la Francia assolutista dei Luigi; l’Inghilterra prima elisabettiana, poi repubblicana e infine forte della sua monarchia costituzionale che le avrebbe consentito di controllare i traffici marittimi di tutto il mondo fondando il più grande impero coloniale della storia; le Province Unite (gli attuali Belgio, Olanda e Lussemburgo con qualche approssimazione). Gli Asburgo d’Austria tentarono di custodire le vestigia del Sacro Romano Impero senza farlo collassare su sé stesso (e ci riuscirono abbastanza bene, considerando che cadde solo sotto i colpi del fatidico Napoleone I) e la Chiesa Cattolica dovette confrontarsi con la scissione protestante che creò una spaccatura rivelatasi insanabile tra il Nord e il Sud dell’Europa. In questo contesto storico cosa doveva pensare un intellettuale barocco della vita? Tutto andava a catafascio. L’Impero perdeva terreno nei confronti dei nuovi regni, la Chiesa postridentina sembrava attorcigliata su sé stessa come un famelico drago astioso capace di bruciare con un soffio di fuoco (Inquisizione e Indice dei Libri Proibiti) qualunque cosa e i prosperi, seppur piccoli, Principati italiani diventavano sempre più i vassalli di signori più potenti, quasi come se il Medioevo fosse tornato in scena con un poderoso colpo di coda. La tipica libertà di azione e di pensiero del periodo umanista era tramontata. Le corti diventarono luoghi di corruzione, clientelismo, vuote esaltazioni e sudditanza stucchevole. Le accademie, a eccezione delle nuove entità che proprio nel Seicento aprirono i battenti, da luoghi di scambio del sapere e di fondazione terrena di una repubblica di letterati e filosofi e artisti divennero centri oscurantisti e refrattari al cambiamento. In sostanza, quale spazio rimaneva all’intellettuale? Avrebbero fatto tutti la fine di Tasso, precursore dolente delle imminenti contraddizioni barocche?
Eppure, c’è di più. C’è sempre di più.
Il Barocco è un periodo caratterizzato non solo da sconvolgimenti geopolitici e culturali, bensì anche scientifici e filosofici. L’uomo, nel Cinquecento, aveva delle sicurezze incrollabili. La terra era immobile nel cielo sempiterno descritto dalla teoria aristotelica-tolemaica, la Luna era perfetta come una bellissima perla, non esistevano molti pianeti nel cosmo (racchiuso tutto nel Sistema Solare che, a conti fatti, era per loro Terrestre), esisteva un Sopra e un Sotto (quindi un Divino e un Diabolico, un tragico e un elegiaco, uno stile alto e uno basso e via discorrendo) e tutto, in un’ottica vagamente finalista, era tarato sul sistema di riferimento umano. La Terra, in un certo qual modo, era il parco giochi della creatura prediletta del Signore. Con volontà, ardore, capacità e impegno era possibile plasmare qualunque cosa. I ferri del mestiere potevano modellare il destino stesso.
Ed ecco che, come nelle migliori storie, arrivano le peripezie. La Terra è un piccolo sassolino orbitante nel vuoto. Il Sole è immobile e la Terra si muove su sé stessa e attorno alla stella. La Luna è imperfetta, ha dei crateri vistosi che le butterano la faccia. Esistono infiniti pianeti e infiniti Sistemi Solari. L’antropocentrismo cade sotto i colpi della scienza di Copernico, Galileo, Keplero e Newton. Non esiste più un vero e proprio Sopra, non ha più senso parlare di un ristretto e rigido Sotto.
Il mondo per come è stato sempre concepito tenta di reagire. Condanna al rogo Giordano Bruno. Obbliga Galileo ad abiurare. Osteggia ogni tipo di sapere non dogmatico (vedesi: rogo delle streghe e di qualsiasi tipo di minoranza non benaccetta). Ma il danno, ormai, è fatto. Il dubbio si è insinuato in coloro che vengono a conoscenza di queste nozioni. Certo, il contadino analfabeta non subisce cambiamenti nella sua routine, ma quello non sarebbe successo nemmeno se qualcuno avesse scoperto, da qualche parte, i segreti della fusione nucleare.
L’intellettualità è in fermento. Condizionata dal Manierismo, il controrinascimento e la nuova sensibilità della crisi. Attraverso cosa si manifesta l’intimo sentimento di una rottura che non pare avere soluzione o rimedio?
Il concetto, la metafora, l’analogia e il formalismo.
Photo by Birmingham Museums Trust





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