La vita è un resoconto parziale e imperfetto. Si stende come un campo in lontananza e si presume di avere l’accuratezza del paesaggista, o meglio, del fotografo d’assalto. Al contrario, i casolari posti a sentinella delle colline sono sbiaditi e diroccati come ruderi disabitati, le risaie sono prosciugate e i pascoli ingeriti, metabolizzati e riciclati dall’efficienza della natura. Colori, odori, sapori, sensazioni tattili e suoni sfumano nell’indistinto oppure si solidificano, quasi a formar diamanti, che sotto l’occhio attento dell’orefice (o del falsario) sembrano quello che sono: contraddizioni e insiemi anacronistici. Eppure, là, sul ciglio di quella distesa verde e gialla puntellata di papaveri rossi, campeggia pur sempre un casolare. L’indagine puntuale della ragione può affermare quel che preferisce, ma nulla può contro l’intensità della visione. Memoria, cara memoria, sembri progettata per far comprendere all’umanità la sfumatura più nascosta del termine agrodolce. Registri, in maniera fallace. Rileggi, da posizione parziale. Giudichi e arbitri, fingendo di avere in tasca giusti criteri. In fondo sei un refolo di vento che sussurra di un mondo irraggiungibile. Sei la campionessa, forse l’amante, la cicisbea, del Passato. E tu, che Oggi non puoi esistere, tutto raggiungi e tutto sfiori donando alle cose un tono d’arancio e poi d’azzurro. La verità si è persa nel mezzo delle peripezie sebbene, a conti fatti, non sia mai stata parte dell’equazione.

Riassumere gli eventi di una vita senza snaturarli e distorcerli è impresa ardua e ardita. Fior fiore di biografi hanno tentato di stabilire regole, pedaggi e tecniche ottenendo risultati disparati. Alcuni efficaci, altri ridicoli. Così è tutto quel che riguarda l’intelletto umano: una lunga scia di tentativi disseminata di splendide e disturbanti rovine. Ebbene sì, del percorso ricordiamo la maestosità degli alberi, l’austera bellezza degli edifici, delle luci artificiali e dei salotti confortevoli, prediligendo la vista del rassicurante agli infiniti fallimenti che lo hanno reso possibile. Una regola assoluta non esiste, nemmeno per la stesura di una materia tanto circoscritta quale dovrebbe essere una singola vita umana. Non ci sono patti narrativi che reggano il confronto con il qui-e-ora, nulla appare credibile se non l’idea stessa di cosa sia credibile. È un’astrazione, una specie di idea dell’idea. Ma non è un torto nei confronti della verosimiglianza, tutt’altro. Si configura altresì come il tentativo cosciente di dar forma al movimento benché, è piuttosto lineare, sia concettualmente impossibile. Ecco che, allora, ci si focalizza su alcune diapositive. Si raccolgono i materiali qualitativamente adeguati, si applica un filtro, si consuma una scelta. Il punto di vista autoriale seleziona, condanna e promuove. Qualcosa di importante rimane sempre fuori, qualcosa di futile viene sempre ammesso all’interno della storia. La situazione non cambia in presenza di un’auto-narrazione. Le autobiografie sono fiction tali e quali alle biografie e ai racconti di fantascienza. Si potrebbe discutere sul diverso grado di credibilità e attinenza al reale ma, prenderne atto è sinonimo di maturità intellettuale, sono tutti esempi di come la fantasia rimaneggia e ricombina i segmenti presenti nel suo inventario. Non sono la stessa cosa, nemmeno lontanamente, ma impallidiscono entrambi di fronte all’esigente figura impossibile della Verità (un grave caduto al suolo dopo un lancio è vero; l’impressione di avere avuto un’infanzia serena e spensierata è già più difficile da dimostrare).

Cosa significa chiedere a un caro di comporre le proprie memorie? Innanzitutto, lo si mette a confronto con sé stesso. Gli si ingiunge di riscoprirsi criticamente senza fare sconti all’ingenuità, all’ipocrisia e alla simulazione. Lo si costringe a redigere un bilancio dell’esistenza e a scoperchiare quesiti che non è detto debbano venire alla luce. Piace pensare che tutto quel che è profondo debba trovare una via per manifestarsi: è un pregiudizio come l’idea semplicistica di un dolore che, di per sé, porta sempre e comunque giovamento.

Secondariamente, dopo il momento del confronto, interviene il lungo periodo dell’affronto. Ricordarsi è sempre conflittuale, sebbene lo scontro si consumi sotto la superficie placida di quello che sembra un lago immobile. Affrontarsi è come duellare con un individuo di cui si conoscono a menadito i punti deboli e quelli di forza. Solo attraverso uno sforzo superiore, un’agnizione risolutiva, è possibile uscire dall’impasse e proclamare con orgoglio di aver, quantomeno, agito al meglio delle proprie facoltà.

Spesso è sufficiente, ancora più di frequente non basta. C’est la vie.

Norton Perina è un dottore che, nella finzione narrativa costruita da Hanya Yanagihara ne Il popolo degli alberi, taglia il traguardo più prestigioso al quale uno scienziato può ambire ottenendo il Premio Nobel. I suoi studi, basati su alcuni viaggi in compagnia di un antropologo misterioso, Paul Tallent, lo conducono a una scoperta sensazionale: esiste un popolo micronesiano che, a dispetto di qualunque cognizione logica, pare capace di vivere tanto a lungo da superare agilmente la tripla cifra anagrafica. Norton è un personaggio illustre e rispettato ma, come sempre accade per gli individui che godono di una certa notorietà, non è esente da critiche d’ogni tipo. Giunto a un’età avanzata, ma ancora vigorosa e in forma, viene accusato di abusi sessuali da uno dei suoi innumerevoli figli adottivi. Il processo dura qualche anno e, alla fine, Norton viene giudicato colpevole e incarcerato. Durante la prigionia un collaboratore e amico gli chiede di fornire una versione completa e sincera sui fatti che l’hanno portato a essere un rinnegato e un appestato. Questa richiesta consente al dottor Perina di dare sfogo al progetto latente di comporre le proprie memorie e al contempo di fornire un altro punto di vista su quanto accaduto. È l’incipit del romanzo, il motore di tutta la narrazione. Attraverso gli occhi del protagonista, e le note a piè di pagina del suo collaboratore, il lettore viene a conoscenza della vicenda avventurosa dello scienziato americano: dal villaggio sperduto nel Midwest nel quale è nato e cresciuto fino alla fitta giungla di Ivu’Ivu, una piccola isola considerata inaccessibile dagli stessi indigeni che popolano le isole adiacenti.

Ciononostante, nulla è come sembra. O meglio, viene tutto raccontato nei minimi dettagli e Norton non si presenta sotto la luce radiosa del colonizzatore-studioso dall’animo buono e comprensivo. Al contrario, mette in mostra le sue ombre quasi volesse ostentarle e, alla luce del finale, il motivo di questa scelta assume un’importanza tutta diversa. Basta concludere sottolineando un unico artificio sfruttato dal collaboratore (quindi da Yanagihara stesso) per tendere fino alla fine la corda della suspence: durante lo scioglimento decide di eliminare una parte delle memorie arbitrariamente. Il salto temporale colpisce il lettore ma, a conti fatti, lo turba ben poco. La situazione è chiara ai suoi occhi e aspetta semplicemente di riporre sulla libreria un volume davvero singolare e interessante. Eppure, con un colpo da biliardo sensazionale, queste “pagine censurate” vengono inserite a vicenda conclusa, a mo’ di post-epilogo. Giocare con la percezione, la fantasia e la suggestione è un’attività intensa in modo disarmante. Chissà quante varianti di noi stessi esistono all’interno di questo involucro limitato nello spazio che definiamo corpo.

Photo by McGill Library

6 risposte a “En garde, villano d’un me stesso”

  1. sembra interessante. Lo cerco subito… ma non so quando e se riuscirò a leggerlo (più per la pigna di libri in attesa sulla scrivania, neh)
    merci beaucoup, Aureliano

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    1. (sicuro che il titolo sia “il popolo della foresta” e non “il popolo degli alberi”? La trama è quella che hai citato tu… )

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      1. Tu guarda che sbadato, ho effettivamente ciccato il titolo del libro. Che imbarazzo. Grazie per avermelo fatto notare 😉

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    2. Tanta la pigna, tanto l’onore! Giusto per fare il verso a un tal sottosopra

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  2. Siamo sconosciuti a noi stessi.

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    1. Per una parte sì, di sicuro. Dico io: forse la più interessante? Chissà

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