E penso ai marinai dimenticati 
sopra uno scoglio solitario, ai vinti,
ai prigionieri, ed a molti altri ancora. 
Il cigno; Baudelaire 

È metà Ottocento e il fiore del Romanticismo sta diventando materiale da teca. Forse lo si potrebbe trovare in un museo, forse nelle bettole e nelle rivendite di rigattieri e poveri poeti.
L’Ottocento è il secolo dell’esplosione del mercato editoriale di massa. Di giornali, corrieri, gazzette e riviste che inondano i tavoli dei caffè, il salotto buono dei borghesi da bene e la scrivania degli intellettuali resi dallo spirito del tempo giornalisti, poligrafi, professori e imprenditori editoriali. Questo nuovo clima culturale farà vittime illustri e genererà un profondo senso di ansia e inquietudine negli strati più aggiornati della popolazione. Scott, ideatore e grande esponente del romanzo storico, capendo le potenzialità capitalistiche della letteratura di consumo e di moda comporrà capolavori (o capolavori relativi al proprio tempo) e carta straccia a imitazione della letteratura d’appendice (feuilleton e narrazioni “romanzesche”) per morire consumato dalla mole di lavoro. Lui, prima di altri, capì la necessità di legarsi a doppio filo alla nascente industria della carta stampata e per questo divenne non solo collaboratore bensì socio attivo della casa editrice che lo sponsorizzava. Inutile dire che, fallita essa, fallì anche lui. Dopo aver scritto una quantità sorprendente di opere in un torno di tempo ridicolmente corto, perì.
Stessa sorte toccò a Balzac, il grande fotografo della società francese del periodo della Restaurazione, che con la sua Commedia umana volle raggiungere ben quota cento romanzi sulle più svariate figure che gli orbitavano attorno. Inutile dire che il progetto non fu portato a compimento e che lui, come Scott, perì per l’eccessiva mole di lavoro.
Per fare un esempio nostrano si potrebbe citare un autore considerato di gran lunga minore, uno scapigliato, al secolo Igino Ugo Tarchetti, ideatore di un romanzo che, sebbene con tutte le dovute precauzioni della critica, ricopre una certa importanza nel panorama culturale dell’Italia post-unitaria: la Fosca. Volete sapere com’è che finì la sua vita? Per la tisi e il sovraffaticamento lasciò le sue spoglie mortali alla veneranda età di ventinove anni.
Non sembra un’esagerazione che Baudelaire, precursore e grande esponente di quello che avrebbero definito Simbolismo o Decadentismo, riuscì nei suoi versi a cogliere diagnosi, prognosi e anamnesi di questa malattia tanto caratteristica dell’umore romantico-decadente. Il poeta? È come un albatro che, principe del cielo, si ritrova sul ponte di una nave a essere ridotto a macchietta comica dai mozzi che lo scimmiottano. Le sue grandi ali, che nel cielo lo rendono maestoso, agile e portentoso, sulla terra risultano goffe, sciocche e risibili. L’intellettuale, soprattutto nell’ottica dell’arrembante Positivismo, era diventato lo scienziato, il dominatore della materia, l’artista del progresso tecnico-scientifico, delle magie prima al vapore e infine elettriche. Il poeta, il più improduttivo dei vecchi umanisti, ha perso la sua aureola per strada, mentre viaggiava in carrozza e il fango schizzava in ogni dove. Non gli par più il caso di farsi valere e di lanciarsi nella mota: l’esito più prevedibile sarebbe stato quello di ricevere in fronte il colpo di una ruota!   

Le parole, io sono d’avviso,
sceglile con qualche malizia: 
meglio la canzone un po’ grigia
d’Indeciso unito al Preciso. 
Arte poetica; Verlaine

La nascente classe proletaria inizia ad avere coscienza del proprio potere e del proprio valore storico. Si sente una forza sottomessa e progressista, la realizzazione di quel popolo operoso illuminista che, attraverso la fatica, lo studio e l’elevazione, era disposto a rivendicare i propri diritti. Dall’altro lato della scacchiera, la classe borghese, ormai egemone dai tempi della Rivoluzione Francese e della fine dell’ancien regime (non ancora debellato del tutto ma profondamente gettato verso una crisi dalla quale non si riprenderà mai), dopo aver promosso moti liberali e insurrezionali per mezzo secolo decide che è giunto il tempo di raccogliere quel che è stato seminato. Quindi, si chiude nella difesa e tutela dei propri privilegi impedendo ad altri di ottenere le facoltà che essi stessi avevano conquistato con la forza delle idee e delle armi. Proletari e borghesi si trovano sulle sponde opposte del fiume della storia. Eppure, parlano la stessa lingua. Con mezzi diversi ambiscono allo stesso risultato. C’è una forte disparità di strumenti in campo, ma le regole della competizione sono ben chiare agli schieramenti.
E i letterati, gli antichi intellettuali umanisti? I philosophe?
Devono costruire un nuovo linguaggio da zero, che raggiunga il cuore delle cose. La realtà è inconoscibile e l’Io, nei suoi momenti di massima estensione, può inglobare tutto il creato. Il panismo si associa al titanismo, al vittimismo, al maledettismo sfociando in registri sempre nuovi. Al centro v’è la parola. L’inizio di una formula magica, di un incantesimo. Se il mondo è costituito dall’interazione di segrete corrispondenze vana è la pretesa di illuminarle con il solo mezzo della ragione.

Sono l’impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza 
il languore del sole in uno stile d’oro. 
[…]
Ah! Tutto è bevuto! Non ridi più, Batilio? 
Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!
Languore; Verlaine 

E se non dovessero avere alcuna influenza? Gli artisti, relegati ai margini della società (ma spesso anche auto-relegati), sfrutteranno le loro lenti distaccate per analizzare l’evoluzione del consesso civile. Da ogni critica ne nascerà uno spunto e dagli spunti … un giardino di bizzarre piante che non faranno frutti. Se è vero che è la fine, dice un Verlaine parafrasato, tanto vale abbandonarsi alla musicalità e alla scelta raffinata e perfetta della parola giusta al posto giusto. Suvvia! L’impero (quello asburgico? Quello statunitense?) sta crollando, i barbari bianchi (i nuovi imprenditori? Le multinazionali?) lo stanno demolendo e all’artista non resta che comporre acrostici mentre tutto scorre, si disfa, marcisce. Sarebbe come risolvere un rebus durante lo scoppio di una bomba atomica, come completare un cruciverba mentre si è sul patibolo.
Che dire? Che fare? Tutto è già stato digerito e metabolizzato. L’opera d’arte è diventata riproducibile e l’originale non ha più senso d’esistere perché indistinguibile dalle sue copie. In più, è diventata merce. A questo punto, dicono alcuni, tanto vale che la morale comune venga sovvertita in nome della bellezza! Arte per l’arte! Rendiamo la vita un’opera d’arte! Ma a qualche spirito ardito potrebbe venire in mente: quindi volete rendere la vostra stessa vita una merce? I social non esistevano, non possiamo dare a loro la colpa.

Poiché discendevo i Fiumi impassibili,
mi sentii non più guidato dai bardotti:
Pellirossa urlanti li avevan presi per bersaglio 
e inchiodati nudi a pali variopinti. 
Il battello ebbro; Rimbaud

Straniati, alienati e profondamente nevrotici. Mentre Zola indaga i recessi del sottoproletariato parigino, Verga compone il suo Ciclo dei vinti e De Roberto con I Viceré tenta di salvare in un quadro immenso i mutamenti sociali e politici del trionfo dei nazionalismi europei, Wilde regala al mondo un quadro che si abbrutisce al posto del vero malfattore e Huysmans dona un personaggio che avrebbe fatto scuola, tutto chiuso nel proprio io estetizzante, aristocratico e spregiatore della vita comune.
Quindi, perché no? Rimbaud può fingere d’essere un battello e di interpretare il mondo attraverso il suo punto di vista. Può guardare senza paura e solo con un misto di curiosità e noia l’omicidio di coloro che l’hanno messo in mare.

prima di arrestarsi
in ultimo punto che lo consacri 

Ogni Pensiero emette un Colpo di Dadi. 
Un colpo di dadi non abolirà mai il caso; Mallarmé. 

La ricerca dell’evasione definitiva, concretizzata nelle esperienze degli stati alterati e della morte, non sono fine a sé stesse. C’è il principio estetizzante dell’arte pura e scevra da ogni vincolo morale, c’è il desiderio di dissolutezza, lussuria, masochismo e vitalismo sfrenato, c’è l’intento degradante e aberrante di un Io che sprofonda nel limo dell’inconscio e della parte oscura della mente. Ma c’è anche di più: la contemplazione del Nulla e della Mancanza di senso generale. In conclusione, è questo che paralizza la vicenda biografica e ideologica di questo vasto e sfaccettato movimento culturale.
Non per altro l’Ottocento è anche il secolo delle conversioni religiose, mistiche, occulte.
Ecco che la formula magica, l’abracadabra, si manifesta in tutto il suo potere bruciante: è l’analogia che taglia i ponti e scioglie gli anelli della catena dei nessi causali.

Photo by Katelyn Greer

6 risposte a “PoesiaDieci – Brucianti analogie”

  1. Salgari fu uomo dell’ottocento, della carta stampata, del logorio conseguente… del suicidio: degli editori disse che si erano abbuffati del suo sangue! dissanguandolo… senza complimenti… spudoratamente!

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    1. Un altro autore che sale sulla barca degli sfruttati! Povera creatività, così ha tutta l’aria di una miniera di metalli preziosi da depredare

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      1. Le lunghe e molte ore in biblioteca a documentarsi e l’incalzante ritmo produttivo che l’editore richiedeva lo esaurirono: quando si suicidò era squattrinato come lo era stato quando iniziò. Con la lettera ritrovata chiedeva scusa ai figli per lasciarli poveri.

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      2. Questo non fa altro che confermare i miei sospetti circa “l’attività” che diventa “processo produttivo”. Se la legge alla base dell’operato umano è tale e quale alla legge di mercato ecco che tra le mani ci rimangono solo agenti immobiliari, pubblicitari e imprenditori. Lo dico con tutto l’affetto possibile (suona ossimorico già così) per queste categorie comunque rispettabili.

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      3. Talete, per rispondere a chi lo accusava di essere povero e che la filosofia non gli fosse di alcun aiuto, previde un anno, grazie a calcoli astronomici, un’abbondante raccolta di olive dopo diverse cattive stagioni e, in pieno inverno, quando i frantoi non avevano quasi valore, si accaparrò tutti quelli di di Mileto e di Chio per una cifra molto bassa; al momento dell’abbondante raccolto, invece, poté affittarli al prezzo che voleva, come unico monopolista, dimostrando che per un filosofo è facile arricchirsi, ma non è ciò che gli interessa.

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      4. Per citare un altro aneddoto del mondo greco si potrebbe dire che è come il buon Socrate che, sapiente tra i sapienti, afferma con umiltà e sincerità di “sapere di non sapere”. Essere “intellettuali” è diventato complesso anche per questo motivo: bisogna sbandierare la propria idea ogni volta che il cervello ne propone una che paia di senso compiuto. Ma è davvero l’unico modo in cui un umanista può stare al mondo oggigiorno? Credo (e spero) di no

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