I compari mulattieri è una fiaba della provincia di Ragusa raccolta da Italo Calvino all’interno del volume Fiabe Italiane. Il progetto dello scrittore era imperniato sulla volontà di dimostrare la presenza di una produzione popolare di fiabe dello stivale e anche quello di carpirne le peculiarità, i legami e la storia. Nella fattispecie il volume antologico comprende duecento fiabe che attraversano tutte le regioni italiane di cui si possono tracciare delle ricorrenze significative. In particolare, la Toscana e la Sicilia sono sicuramente i luoghi di maggior vitalità di questa tradizione, seguite dal Lazio, la Sardegna e l’Emilia-Romagna. Questa breve introduzione è stata scritta esclusivamente per invogliarvi a comprare e leggere questo tomo che supera il migliaio di pagine. Tomo, tra l’altro, frutto di un’autorialità seria e scrupolosa come quella dello “scoiattolo della penna” il quale non si è limitato a raccogliere il materiale, piuttosto lo ha organizzato, rimaneggiato, ampliato e completato collazionando e giustificando ogni sua scelta nelle Note al termine dell’edizione.
Tornando ai nostri amici mulattieri, eccovene la trama riassunta.

In un luogo non meglio specificato vivono due pastori che si conoscono da molti anni. Il primo crede in Dio mentre il secondo nel Diavolo. Un giorno, forse per ingannare la noia e la ripetitività di una vita povera di stimoli e avvenimenti, decidono di fare una scommessa. Secondo uno dei due pastori è seguendo Dio che si avrà fortuna nella vita. Secondo l’altro è il Diavolo invece a procurare fortune e divertimenti. Stabilita la posta in gioco, un mulo, aspettano che passi qualche viaggiatore per chiedergli un parere. Dopo un po’ di tempo si presenta un cavaliere vestito di nero, in realtà il Diavolo camuffato, che sollecitato dai due pastori risponde che è il Diavolo ovviamente a fare la fortuna. Così l’uomo che va con Dio perde il primo mulo. Non soddisfatto e convinto della propria posizione, torna a scommettere sullo stesso argomento con il compare. Ed ecco che compare un cavaliere vestito di verde, sempre il Diavolo camuffato, che dà la stessa risposta del nero. La scommessa viene ripetuta così tante volte che il pastore che va con Dio si ritrova senza bestiame e addirittura senza occhi, avendoli giocati per ottenere indietro tutti i suoi muli. Cieco e povero, il pastore si mette in viaggio e giunge in una grotta per trovare riparo. All’interno, assiste a un conciliabolo di Diavoli che raccontano le proprie malefatte al Diavolo Grosso. Tra di essi ce n’è uno che racconta proprio la storia dei due pastori facendosi beffe del credulone che dice di andare con Dio. Si lascia scappare che l’unico modo per riottenere la vista è quello di prendere una manciata di erba che cresce in quella caverna e di cospargersela sugli occhi. Incredulo per la fortuna, il pastore nascosto coglie l’erba e riacquista la vista. Non paghi di averlo aiutato involontariamente abbastanza, un Diavolo racconta di aver avvelenato una principessa con una lisca di pesce. Ormai è in fin di vita e l’unico modo per salvarla è quello di spremerle in gola gli acini di uva del suo stesso balcone! Nessun medico, benché sapiente, potrebbe mai arrivarci. Ed ecco che, avendo origliato tutta la conversazione con timore, il buon pastore si dirige in questo regno e salva la principessa dopo aver chiesto udienza al re. Gliene vengono come ricompensa grandi agi, ricchezze e onori e decide quindi di tornare dal suo vecchio compare. Quest’ultimo, invidioso del successo dell’amico, gli chiede come abbia fatto a diventare tanto ricco. Ovviamente, secondo lui, il merito è di Dio, del resto l’ha sempre sostenuto! Gli parla anche della caverna e dell’incontro dei Diavoli e all’udire certe possibilità subito si fionda nella grotta per origliare. I diavoli, ancora una volta, raccontano le proprie malefatte e in particolare l’esito fortuito della vicenda della principessa. Al che, il Diavolo Grosso, che in quanto Grosso scemo non è, si preoccupa di eventuali spie e decide di bruciare le sterpaglie presenti nella grotta per evitare che eventuali persone nascoste possano origliare. Ebbene sì, il pastore che va col Diavolo si ritrova bruciato dal Diavolo stesso. Dopo aver tagliuzzato la fiaba al pari di un pessimo macellaio posso passare al motivo per cui questa storia mi ha colpito. In realtà, la causa è semplice e piuttosto scontata, nonché una critica che spesso si rivolge all’Altissimo e ai suoi seguaci. Dio, oggetto principe della scommessa e fonte d’ogni bene e virtù nonché risolutore finale della vicenda, non c’è. In realtà, a ben vedere, nell’intreccio è del tutto assente. Viene nominato, certo, e per molti ciò basterebbe a evocarne l’impalpabile possanza, ma nei fatti si accenna alla sua presenza come si potrebbe parlare di Atlantide, dell’Eldorado o del pianeta Nibiru. Dio è il principio animatore delle azioni del pastore che diverrà ricco o meglio, è il capro espiatorio della sua azione e della sua ferrea determinazione. E tale caparbietà, in un primo momento, lo porta sul lastrico e a dissipare le poche risorse accumulate in una vita di stenti. Ha, per metterla in termini biblici, seguito una voce nella sua testa che gli ha intimato e ordinato e comandato di uccidere il proprio figlio dopo aver penato per la sua nascita (Abramo e Isacco). Sebbene, in verità, in questa vicenda nemmeno la voce del Grande Orologiaio trapassa il Paradiso per giungere sulla pagina.
Colui che incarna il movimento è il Diavolo, anzi, “un” diavolo, visto che ne esistono diversi e che tutti si radunano sotto l’egida di una creatura distinta solo dall’essere più grande delle altre. È un diavolo a travestirsi e a confondere le acque partecipando attivamente alla scommessa dei compari. È un diavolo a permettere al pastore cieco di recuperare la vista e di salvare la principessa. È un diavolo, infine, a punire l’approfittatore che in un primo momento aveva egli stesso favorito. Nonostante possa suonare alquanto blasfemo, e non è mia intenzione sobillare la sensibilità di chicchessia, la figura che premia e punisce, genera e sottrae fortuna, è sempre il diavolo. Un’entità tra l’altro umanizzata, antropomorfizzata, che si fa beffe degli esseri umani ma come essi si comporta. Non ci sono trombe angeliche, iscrizioni enigmatiche, comandamenti calati dal cielo, cespugli che prendono fuoco da soli come unica forma di comunicazione, ma semplicemente una riunione condominiale di spiritelli beffardi. Il dinamismo si risolve tutto nella sfera terrena dell’esistenza: la magia è pressoché impalpabile, il divino è a letto con la febbre e gli eventi in scena sono di un prosastico da accapponare la pelle. A trionfare, infine, non è tanto la trascendenza, la fede, l’obbedienza alla Provvidenza e alle “vie misteriose” del dominus che sta sopra le nuvole, bensì uno schema di virtù spicciole e umane contrapposte ad altrettanti vizi spiccioli e umani. Il diavolo, in questa ottica, non è altro che un ambasciatore che non porta pena, è un viatico, il mezzo che permette alla creatura prediletta di confrontarsi con sé stesso e con gli altri. È, mi si conceda lo strano parallelismo, un mediatore, un facilitatore, un … insegnante.
Nietzsche parlava di un dio morto che aveva lasciato il suo trono. Nella provincia di Ragusa, chissà quanti anni fa, qualcuno si deve essere chiesto: è mai esistito qualcuno che necessitasse di quel trono?

Photo by Ron Hansen

3 risposte a “Il mulo espiatorio”

  1. Mi associo all’appello per l’acquisto di questo lavoro fondamentale.

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    1. E’ sempre buono diffondere il verbo quando si tratta di lavori simili! Dovrebbe essere considerato come testo programmatico nelle scuole, ma dubito che questa idea susciterebbe un qualche entusiasmo

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