L’Italia è una nazione occidentale avanzata e moderna sebbene presenti delle sacche di arretratezza da società feudale e delle tombe ideologico-dogmatiche che andrebbero semplicemente riempite d’acqua e cloro per ricavarne delle piscine.

È un paese per certi versi all’avanguardia, infatti nessuno usa più carta e penna e gli archivi sono diventati degli sterminati labirinti minoici di pura informazione digitale, industrializzato e, in alcuni campi, addirittura competitivo. Gli italiani sono circa sessanta milioni. L’analfabetismo è piuttosto basso (quello tradizionale, non quello funzionale o di ritorno), gli individui sanno leggere, scrivere e far di conto, la forma di governo è una quieta democrazia rappresentativa e tutti hanno il diritto di esprimere la propria opinione e il proprio voto per influenzare le magnifiche sorti e progressive del sistema paese-città-metropoli-nazione-continente-globo. Gli italiani, tra l’altro, vanno a scuola. Anzi, occupano gran parte del tempo infantile, fanciullesco, adolescenziale e d’adultità di primo pelo all’interno delle istituzioni scolastiche. Beninteso, come la stragrande maggioranza delle società sviluppate di tutto il pianeta. Si potrebbe dire che fino ai vent’anni almeno, suppergiù, la vita scolastica sia inscindibile da quella domestica, pubblica e privata. Per alcuni inizia presto, con l’Asilo, per altri prestissimo, con l’Asilo Nido. Per alcuni termina relativamente tardi, con il conseguimento del sedicesimo anno d’età, per altri tardissimo, con il dottorato di ricerca che può tenere impegnati fino ai ventisei-ventisette-ventotto anni suonatissimi.
Ora, mantenendo un tono di voce adatto alla situazione, si potrebbe affermare che l’istituzione scolastica, facciamo l’istruzione, sia un’esperienza che ci accomuna tutti, dal Nord al Sud, dal giovane all’anziano, dal cattolico all’animista, dal tifoso del Catania a quello del Sudtirol. Ci accomuna come la delusione per le due mancate qualificazioni ai recenti mondiali di calcio, la presenza in famiglia di nonni e bisnonni necessariamente fascisti (è una mera questione di statistica; non tutti, ma neanche nessuno) e la tendenza a canticchiare Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba… ogni qualvolta si sente il nome dell’omonimo eroe risorgimentale. In fondo, quindi, veniamo svezzati dalla famiglia e dalla scuola e nessuno si sognerebbe mai di toccare la sacra-famiglia. Di contestarne l’importanza, di metterla in discussione, di proporre modelli nuovi di comportamento e relazione. Nossignore, è uno statuto scritto nella roccia quello che pontifica la stabilità imperitura della famiglia.
Vi starete chiedendo quale sia il punto di questa introduzione eccessivamente lunga. Bastava una semplice domanda, ma tendo a essere grafomane e logorroico.
Come è possibile che si presti così poca attenzione al mondo dell’istruzione?

Sebbene sia un vespaio di dimensioni notevoli non ho intenzione di andare con il mio bastoncino a stuzzicare ogni singola celletta dell’alveare. Non sono qui per discutere di aumenti salariali, di adeguamento delle ore di lavoro, di possibilità di carriere interne, di corsi di aggiornamento [N.d.R. qui ha dovuto prendere fiato], di potenziamento della didattica inclusiva e interculturale, di assunzioni e stabilizzazioni dei precari, di test d’ingresso mal formulati e fuorvianti o di macchinette del caffè incapaci di produrre un liquido che sia effettivamente commestibile. Sono qui per spolverare umilmente qualche osservazione nata dallo studio approfondito della storia pedagogica dell’Occidente. Storia che, per i meno navigati, è ricca, interessante e capace di svelare i retroscena della formazione di quelle idee che oggi sfoggiamo come conquiste insuperabili ed elettrodomestici super-efficienti.
La scuola è tremendamente indietro. Non per la preparazione dei docenti o per la mancanza della carta igienica nei bagni, piuttosto per l’insindacabile vetustà dei suoi principi fondatori. La sua organizzazione logistica e metodologica sembra uscire da un film in bianco e nero sui dinosauri. È un curiosissimo caso di sindrome dell’opossum: gode di una stabilità così serena che la fa apparire morta e incapace di qualsiasi rinnovamento. Il che andrebbe anche bene in una società in cui le innovazioni scarseggiano e, bene o male, le richieste e i bisogni degli individui si mantengono costanti e riconoscibili nel tempo. Ma, suono di campane, siamo chiamati a adattarci ogni cinque secondi a rivoluzioni capaci di scuotere dalle fondamenta il nostro stile di vita. In questa ottica un leviatano fermo al secolo scorso, per giunta in una sezione oscurantista del secolo scorso, serve quanto una pomata contro una commozione cerebrale. Questo non è un attacco ai dipendenti del ministero dell’istruzione, al corpo docenti, ai consigli d’istituto e ai dirigenti scolastici del Bel Paese. È una call to action, una chiamata alle armi quasi, per capire come sia possibile che a nessuno freghi niente dell’andamento dell’istruzione nazionale.
Secondo le stime europee raschiamo il fondo del barile insieme alla Grecia cercando di non morire di fame. La Grecia! È una specie di burla cosmica o sono il solo a vederla così? Ci riempiamo costantemente la bocca di elogi al mondo classico e poi figuriamo, con la Grecia dannazione, ai posti più bassi di ogni graduatoria. Ciononostante, torno a ripeterlo, questo appello cade nel vuoto e non sembra attirare granché l’attenzione. Mi rendo conto che non sia speziato come una piccante serie tv piena zeppa di colpi di scena, intrecci appassionanti e grandi gesta. Mi rendo conto altresì del fatto che è piuttosto noioso discorrere di curricoli, unità d’apprendimento, WebQuest, flipped classroom e via discorrendo, eppure è impossibile non constatare l’arretratezza inqualificabile del nostro sistema. È come se il Novecento non fosse mai esistito, come se Dewey e l’attivismo, Bruner, Piaget, il socio-costruttivismo, Kilpatrick e la didattica dei progetti, la psicologia umanistica, il metodo Montessori e Paulo Freire fossero state delle comete schiantatesi altrove, in un vasto oceano di nera indifferenza.
Quel che colpisce maggiormente è però un’altra presa di coscienza, quella che potremmo chiamare una constatazione. La “pedagogia” antica era più evoluta della nostra. Perlomeno a livello concettuale. I suoi principi ispiratori sono gli stessi delle correnti di pensiero più articolate del secolo scorso. Meno sistematizzati, certo, meno rigorosi e scientifici, ma la materia è già presente, il contenuto è tutto espresso nelle posizioni di personaggi come Confucio, Socrate, Platone, Isocrate, Aristotele, Cicerone, Quintiliano e Alcuino. Già parlavano di educazione continuativa (oggi diremmo permanente secondo le direttive europee), di riscoperta dell’infanzia, di valore del gioco (quanta fatica stiamo facendo ad accettare che il role play può essere una delle basi dell’apprendimento?), di istruzione graduale e orientata verso gli interessi degli allievi, rispettosa delle loro particolarità e tempistiche bio-evolutive, di inutilità delle punizioni, di centralità della motivazione, della curiosità e di un congruo sistema di ricompense, di maturazione di una componente sociale per vivere l’oggi e al contempo di una autoeducazione spirituale capace di riscoprire entro la persona un valore universale chiamato con tanti nomi diversi: Dio, Umanità, Virtù, Logos, Aretè, Paideia, Mos Maiorum. Mi rivolgo a tutti quanti. Siete disposti a essere da meno rispetto a esseri umani nati e cresciuti in alcuni casi più di duemila e cinquecento anni fa? E il grandioso progresso tanto decantato dov’è finito? Nel cane robotico che ci porta la spesa? Nell’assistente vocale che ci ricorda gli appuntamenti? Nella memoria estesa del cellulare-astronave?
Viviamo in una società evoluta, è verissimo. Ma, a una rapida occhiata, sembra che i più evoluti siano gli strumenti e non gli esseri umani.

Photo by Bima Rahmanda

17 risposte a “… e l’opossum venne azzannato dal cane robotico”

  1. La scuola (così come altri settori sociali) è entrata in una spirale di decadenza che al momento è inarrestabile se non al momento dell’ inevitabile botto. Ormai è tardi. Speriamo che il prossimo reset sociale riesca almeno a trarre insegnamento dagli errori del passato. E speriamo soprattutto che ci sia questo reset altrimenti la visione descritta nel film Idiocracy sarà la prossima realtà e non solo italiana!

    Piace a 1 persona

    1. Quello che mi chiedo è: quanto manca a questo reset? Quando avverrà il botto? Quante persone perderemo nel mentre? Domande che, ahimè, non gettano una luce rosata sulle nostre giornate

      "Mi piace"

      1. Eh, bella domanda a cui mi piacerebbe dare una risposta ma non la conosco purtroppo. Speravo che la pandemia poteva essere quel momento da cui mettere un punto e capo ma così non è stato e questo paese è rimasto più conservatore che mai. Indietro tutta…

        Piace a 1 persona

      2. Purtroppo parte del nostro “conservatorismo” ha un’origine schiettamente culturale. Ora, non sto affermando che trent’anni di mediaset e televisione spazzatura ci abbiano rincintrulliti, tra le altre cose, ma … no, sto effettivamente dicendo quello.

        Piace a 1 persona

      3. Beh, dici sicuramente bene anche se, non è che prima gli italiani fossero tutti sti gran progressisti! Per divorzio e aborto c’è voluto un secolo di lotte, il delitto d’onore c’era fino agli anni ottanta e tra DC e vecchi pretori e questori riciclati dal ventennio fascista tra censure e arresti preventivi hanno sempre tenuto la società al riparo da novità o tentazioni. C’è stata solo la ventata del sessantotto che ha travolto un po’ tutto ma è stata presto riassorbita, digerita e scaricata nel cesso!🤷‍♂️

        "Mi piace"

      4. In sostanza la nostra peculiarità in quanto italiani è quella di avere un metabolismo molto veloce! Assimiliamo tutto, manteniamo poco e giù per lo sciacquone

        Piace a 1 persona

      5. Ahahah ottimo riassunto! Memoria molto volatile per altro!

        Piace a 1 persona

  2. La scuola è ormai una malattia esantematica, un votificio pruriginoso. Ora persino informatizzato.

    Piace a 1 persona

    1. Credo che “votificio pruriginoso” diventerà un’espressione ricorrente quando mi capiterà di parlare di scuola. E’ sempre bello ricevere un dono 😉

      Piace a 1 persona

  3. Quello che so di pedagogia è pari allo zero, in ogni caso condivido in pieno le contraddizioni che metti in luce: abbiamo macchine evolute in ambito industriale e domestico, fior di sistemi di chirurgia robotica e quant’altro, e poi…

    E poi c’è Vannacci.

    Adesso c’è il virus a dirmi “gifter ma che diavolo parli di lui a fare?” Ne parlo perché è l’esempio calzante di come più che evolverci siamo stagni e ripetiamo gli stessi sbagli ogni volta.

    Basta che un personaggio più o meno pubblico scriva materiale discutibile più vicino all’odio che alla provocazione, e cosa succede? Chi dovrebbe opporsi e mandare certi discorsi nell’oblio dove dovrebbero stare, cosa fa? Lo squadrismo tipo “fai una recensione negativa, fai una segnalazione, qui, lì”, giornalisti schierati da un lato e dall’altro che montano il caso, e così un self publishing che nessuno si sarebbe filato, diventa best seller su amazon -bisogna vedere quante vendite effettive e quanti in realtà click farlocchi- ma al momento non è questo che importa.

    Abbiamo gente che si ritiene “progressista” che nemmeno sa come funziona Internet – e quelli “rimasti indietro” con le idee mussoliniani, sono quelli che hanno capito meglio come usare le nuove tecnologie, e usare noi, a proprio vantaggio.

    L’istruzione? Ho paura che sia troppo concentrata sul nozionismo più che sulla crescita personale e anche il discorso sul metodo Montessori è trattato coi piedi. Io per primo ammetto di averlo sempre considerato come un “fai fare al bambino quello che vuole”.

    Siamo passati da una generazione di bambini tenuti a botte e cinghiate, a una di indisciplinati maleducati che urlano e disturbano, genitori che se ne infischiano, poi si dà la colpa al metodo. Motivazione, assenza di punizione, senz’altro ma un “no” è un “no”!

    Gifter

    "Mi piace"

    1. Non lo so, sai? Sembri un po’ comunista, eppure mi piace un sacco la tua scrittura e ne ho goduto; devi perdonarmi anche un’altra cosa: la tua esilarante introduzione mi ha distratta dal resto del testo che peraltro io, non condividendo con te una educazione umanistica, stento a comprendere…
      Non potrò evitare di girare il tuo testo ad amici insegnanti. Grazie per questo quarto d’ora di risate alle lacrime e di riflessione magari addirittura seria, magari addirittura intrisa di pensiero.
      P.S.: a proposito di innovazione, fossi nata prima, probabilmente sarei stata luddista.

      "Mi piace"

      1. Per parte mia posso dichiarare tranquillamente di non essere comunista (il rosso, come colore, non mi ha mai detto niente) e ti ringrazio per aver affrontato questa lettura che potrebbe averti trovata in disaccordo su più punti. Ma che dire, è il bello della condivisione!

        "Mi piace"

    2. Certo. Un “no” è un “no” e un dovere è un dovere…ecche diamine!
      Però (inoltre?) ho sempre adorato il nozionismo… sicuri che sia il diavolo?

      "Mi piace"

      1. Il nozionismo in sé non è diabolico. Sarebbe come dire che l’erudizione è completamente inutile. Lo è solo nel caso in cui sia totalmente fine a sé stessa e non permetta di agire nel mondo, in un modo come in un altro. Senza “nozione” la “pratica” sarà meno ricca, ma senza “pratica” la “nozione” risulta sterile. A meno che non si voglia fare un figurone alla rimpatriata di classe. In quel caso, gin tonic e nozionismo sono fortemente consigliati

        "Mi piace"

    3. Mettiamola così: il caso Vannacci (che già definire così mi fa rabbrividire) è un esempio iconico di quanto siamo in grado di manipolare la comunicazione e l’attenzione delle persone (pubblico) orientandola dove punta il dito e non dove brucia il pianeta. Quello che servirebbe è introdurre nella scuola una serie di materie propedeutiche alla ragion critica (se non nella scuola altrove, sono aperto a cambiare opinione). Alfabetizzazione sessuale, alfabetizzazione informatica e di Internet, Alfabetizzazione civica, economica e comunicativa. Dove raccogliere il tempo per tutte queste integrazioni? A ben vedere è dalla legge sulle autonomie scolastiche del ’99 che la scuola ha i mezzi per integrare l’insegnamento sfruttando un “monte-ore personalizzato”. Non mi dispiacerebbe (e lo dico da persona coinvolta) dedicare meno ore alla Divina Commedia e più tempo a come diavolo riconoscere una fake news oppure al rispetto dovuto a ogni individuo.

      Piace a 1 persona

      1. Quello che dico anch’io: il nozionismo serve sicuramente ad allenare la memoria, però la scuola deve insegnare a 360 gradi.

        Già fin dai tempi della scuola ti insegnano che ha ragione chi urla più forte…

        "Mi piace"

      2. Oppure chi sbraita da una cattedra. Ma, ciononostante, bisognerebbe anche rivalutare l’autorevolezza e l’autorità dell’educatore per garantire una buona continuità e un sano rispetto delle regole. Dove posizionarsi? Freire sosteneva la necessità di riconoscere l’autoritarismo e il permissivismo e di posizionarsi nel mezzo. Molto più facile a scriversi che a farsi purtroppo.

        Piace a 1 persona

Scrivi una risposta a Aureliano Tempera Cancella risposta

In voga