Una volta scrivevo prevalentemente di sera. Ho pensato erroneamente, negli anni, di essere quel tipo di persona che si applica meglio quando il tramonto ha già lasciato il posto alla tenebra e alle poche stelle tanto caparbie da squarciare il velo dell’inquinamento luminoso. In realtà, adesso lo so con una discreta certezza, sono un essere diurno. Una creatura che rende meglio quando il sole è ben alto, il cielo è limpido e dalla finestra posso osservare fiaccamente il volo degli uccelli. Può sembrare un’immagine bucolica lontana dalla realtà, ma per me è stata una conquista ottenuta attraverso tanto allenamento e riflessioni.
Eppure, eccomi qua, di notte, a vergare ancora e ancora delle parole digitali su questo foglio che sembra sempre nuovo ed è sempre lo stesso.
È di notte che certe domande galleggiano sulla soglia della coscienza. È di notte che ci si può denudare senza tema d’esser visti. È di notte che i robot si scoprono umani dalla pelle liscia e i cavi dei semplici accessori qualunque.
È di notte che, stranamente, anche gli automi si sentono emotivi.
Figlio della dea Nyx. Questo sanno di te. Che Ade, il signore dell’Inferno, ha procreato un principe abbrancato alla Notte stessa. Quale miglior partito per il dominatore delle ombre che stende i suoi possedimenti là dove dimorano quelli che in vita furono eroi e quelli che, altrettanto eroicamente, peccarono invischiandosi nei turpi gorghi della negatività? L’evento è tale da risultare lineare, coerente e addirittura scontato. Tuttavia, che si parli di divinità, mostri o esseri umani (che in questo contesto non sembrano altro che l’unione dei due) non è mai possibile separare con un colpo d’ascia la verità dalla menzogna e la bontà dalla cattiveria. Questo perché ogni situazione, o meglio, ogni dinamica, ha una sua anima e una propria ragion d’essere. Le relazioni sono sistemi, non somme. Gruppi e insiemi che si intersecano su diversi piani, oltraggiando le dimensioni conosciute. Districare il proverbiale bandolo della matassa è qui impossibile, sciocco, superfluo. Potrebbe riuscirci qualche ardito psicoanalista, un cartomante della Tessaglia oppure un broker della borsa di Wall Street ma non abbiamo la fortuna di avere vicino figure simili mentre affrontiamo l’esistenza.
Zagreo, di te dicono che sei un principe degno di onori e rispetto. In verità, sei un giovane scapestrato che, come in ogni racconto di formazione, deve trovare il proprio spazio nel mondo. Impulsivo, sarcastico, tenace. Sei un meritevole soldato della generazione zeta (o un tardo millennials?). Hai la responsabilità di governare quel che altri hanno creato in tua assenza. L’origine di ogni contenzioso è al di là della tua nascita, in un Prima che, in maniera infantile, potresti bollare come “mai accaduto”. Come a dire, e questo che parla adesso è il fedele Achille, che si nasce in una terra già spartita, già sposata, già ingabbiata nelle maglie di un contratto, di un proprietario, di un piccolo nome umano capace di possedere valli, colline e sorgenti. Castrare l’esplorazione del fanciullo? Facile! Basta farlo nascere. Ciononostante, Zagreo tu hai questo difetto che costituisce al contempo la tua cifra vitale. Il sangue ti ribolle dentro e della sazietà non sai che fartene. Hai parenti lontani e potenti che farebbero carte false per aiutarti a evadere dalla lussuosa stanza in cui sei recluso. Hai attendenti, maestri, compagni e amici che rabbrividiscono al solo pensiero che potresti declassarli, cancellarli e renderli cenere se solo il tuo pollice si voltasse all’ingiù, verso quel marmo nero del pavimento che impedisce la vista del Tartaro.
C’è questo tarlo che ti ossessiona. Tua madre ti ha abbandonato, così hai scoperto. Sebbene fosse suggestivo, non sei figlio della Notte. Persefone se ne è andata (e potrebbe non essere mai esistita per quanto ne sai). Ade ti scocca occhiate di fuoco ogniqualvolta gli ricordi quanto sei inadatto alla gestione del regno. La giovialità burrascosa di cui fai mostra è un pugno all’altezza del pomo d’Adamo, lo strozza perché sa di non poter contare sulla tua inaffidabilità. Ma cosa puoi fare se non tentare di scappare e gettare una luce sul perché sei un dio senza elemento, senza arte né parte? Sul perché al tuo transito lasci impronte di fuoco e nella bocca hai un verbo di troppo, un aggettivo stonato, un’intenzione espressa sempre con troppa (o troppo poca) accortezza?
Non ti resta che imbracciare dei doni non pensati per te. Armi costruite da altri per altri. Benedizioni che non meriti e maledizioni che, pur agognate, ti ignorano. Il Tartaro, le Piane dell’Asfodelo, i Campi Elisi e infine un portone, un guardiano a tre teste e poi l’inverno perenne di una Grecia sulla cui soglia t’attende il padre pronto a ricacciarti nelle viscere della terra. Perché non puoi morire davvero ed è ben noto. Ma puoi essere rallentato, ostacolato e riportato al punto di partenza. E il sangue chiamerà altro sangue, la fiamma non si estinguerà se non nella detonazione finale che ti porterà alla scoperta del segreto celato nella tua nascita. Ma, Zagreo, non peccare di superbia come gli umani che non hai avuto modo di conoscere. Non pensare che la luce sia capace di rischiarare tutto il globo. Per quante lande verranno illuminate altrettante verranno gettate nell’oscurità. Dietro ogni segreto se ne cela un secondo. Dietro il secondo l’infinità del tempo.
A volte, conviene rimanere nella propria stanza, bere del Nettare, se si è fortunati dell’Ambrosia, e magari affogare nel suono dell’arpa quel Perché delle Cose che per i greci suonava tanto simile: Arché.
Hades, videogioco della Supergiant, è un’esperienza intensa. È divertente, profondo e leggero a seconda dei casi e soprattutto vibrante. Nelle illustrazioni, nei colori e nei dialoghi. Nella sceneggiatura, nella colonna sonora e nel pathos iniziale che ti porta a pensare che sì, stai migliorando e forse arriverai alla fine della scalata. Tanto per sottoscrivere qualcosa di ancora sconosciuto nel nostro paese: ebbene sì, anche i videogiochi possono essere arte.
Photo by Miltiadis Fragkidis





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