Le storie che vogliono ricadere nel gran cappello del realismo devono rispettare il criterio della verosimiglianza. Questa è un’affermazione che, per certi versi, è inattaccabile mentre, per altri, è alquanto imprecisa, perlomeno incompleta. Eppure, segue una regola intuitiva che ha un bisogno relativo di essere spiegata e studiata. Calarsi e immedesimarsi all’interno di un intreccio realistico presuppone degli elementi di raccordo e un lettore capace di coglierli. È per questo che, di fronte allo straripante pathos del lieto fine, preferisco di gran lunga dei finali più sfumati e problematici. Pur sempre chiusi, ma in grado di lasciare uno spiraglio aperto per eventuali ipotesi personali. Un libro che tace non appena viene voltata l’ultima pagina è sicuramente degno di questo nome ma, se davvero si raggomitola in un silenzio ermetico e inscalfibile, testimonia di essere con ogni probabilità “uno dei tanti”.
Ogni azione ripetuta è soggetta al rischio di degenerare in un circolo vizioso. Basta tenere a mente tutte le possibili implicazioni del termine dipendenza. Ciononostante, in quanto dinamica, si presenta sotto tante e mentite spoglie (un po’ come il Diavolo delle fiabe). È innegabile, ad esempio, che si legge poco, pochissimo. Secondo i dati ISTAT relativi al 2022, tra l’altro, la fascia più impegnata nel mondo delle belle lettere è quella che va dagli undici ai ventiquattro anni circa. Ciò starebbe a significare che, in generale, superata l’età scolastica (compresa quella universitaria) l’interesse verso la lettura decresce a un ritmo francamente spiazzante. Purtuttavia di lettori ne esistono ancora. Alcuni di essi sono “deboli”, coloro che leggono circa tre libri all’anno per motivi di intrattenimento e non lavorativi, formativi e didattici, altri invece si accontentano magari del magazine settimanale oppure delle letture da spiaggia. Nel novero dei Grandi Lettori (che molto scimmiottano i Grandi Elettori del Sacro Romano Impero) si possono assommare tutte quelle persone indomabili e raramente sazie di pagine stampate da sbocconcellare con gli occhi. Sono individui che trovano limitante leggere un “solo” libro al mese e che hanno richiesto i moduli per spostare il domicilio nella propria libreria di riferimento. Leggere è, in questi termini, un’esperienza vicina al soddisfacimento di un bisogno primario e, come tale, incorre in nuovi problemi che gli altri non immaginano.
Ad esempio, il già citato gran calderone delle opere gradevoli ma non d’impatto.
Così come il buongustaio desidera assaporare sensazioni nuove ogni volta che siede a tavola con il suo bel tovagliolone bianco assicurato al colletto, l’avido lettore compulsivo ambisce alla sorpresa e allo sbigottimento. Ritrovarsi quindi tra le mani una fabula pur ben confezionata ma, tutto sommato, inerte, lo infastidisce al punto da … fargli subito comprare un altro tentativo. Perché, in questi casi, non si tratta più di libri, bensì di cartucce da caricare nel proprio cervello sfruttato a mo’ di carabina. Per chi è particolarmente navigato in fatto di narrazioni, interpunzione e tutte le altre mefistofeliche alchimie del processo editoriale, è drammaticamente facile scivolare sulla buccia di banana del tedio e del riconoscimento immediato di modelli, tecniche compositive e archetipi. Il che, va sottolineato, non è un male. Il problema prende corpo quando queste stesse conoscenze paiono inaridire la lettura stessa. Immaginate di alzare gli occhi al cielo di fronte a un punto e virgola oppure alla classica schiacciata del campione di pallavolo di turno che, oltre a fare punto (senza virgola), spedisce anche qualche giocatore avversario in infermeria.
Se ciò che dovrebbe emozionare non emoziona più ecco che si inceppa il nastro trasportatore e la catena di montaggio si congela come in una challenge da social network.
Quando la passione che anima un passatempo, quale può essere la lettura, perde il suo primato sull’azione stessa, svilisce nel consumo e nella fagocitazione. Tornando al buongustaio di cui sopra, non si sognerebbe mai di ingollare con tre sorsi di birra tedesca un Filetto alla Wellington senza screpolarsi i baffi nella crosta friabile della carne e aver sospirato un due-tremila volte prima di ogni boccone. Fagocitare significa assimilare passivamente e senza rispetto una qualsiasi materia. Sminuzzarla brutalmente ignorando il modo in cui il suo creatore avrebbe voluto fosse fruita. In sostanza, ha tutto l’aspetto di un processo metabolico che, in assenza di enzimi umani capaci di integrare la cellulosa delle pagine nella dieta giornaliera, produce gonfiezza, aria e uno stato d’animo influenzato da entrambe le dilatazioni.
Così ci si chiede: e quindi? È tutto qui? Ho letto talmente tanto che niente potrà più catturarmi come facevano i libri, che so, letti durante l’adolescenza? È una domanda che regge su basi molto povere e fragili. In una parola: inconsistenti. Quando a una bicicletta salta la catena non la si porta nella discarica più vicina per disfarsene e comprarne una nuova. Si prende di forza, la si rovescia in una posizione stabile e ci si sporca le mani per capire se può essere inserita di nuovo e tornare a pedalare. È lo stesso metodo che andrebbe applicato in casi simili: bisogna distinguere e isolare i fattori di rischio (per essere giusto un po’ altisonanti e saccenti). Quali possono essere?
Innanzitutto, possiamo essere noi. Già, scioccante. Come si affronta e approccia un libro non è secondario, bensì centrale. Lo si sta leggendo per farlo figurare nella bella libreria del salotto? Oppure per aumentare il proprio bagaglio culturale? O per lasciarsi trasportare in un altro mondo e lì viaggiare per un po’ di tempo?
Ancora: dove ci si rifornisce di libri? Sempre in una stessa libreria? Potrebbe essere un’idea quella di diversificare. Sempre delle stesse tre case editrici, magari quelle di punta e dalla fama più consolidata che hanno un disperato bisogno di generare profitto? Basta ricordare che esistono altri innumerevoli cataloghi di altrettante case editrici più o meno grandi, più o meno famose. Si ha l’impressione che la propria scelta sia guidata dalla disposizione dei prodotti nel negozio? Qui la risposta è facile: è così. Se la necessità lo richiede si possono visitare mercatini dell’usato e siti specializzati per trovare ciò che altrove verrebbe cestinato o ignorato. Insomma, le scelte per dare una scrollata a questo circolo vizioso sono tante e variegate ma, come spesso accade, non si esce da una impasse solo modificando le azioni. È necessario anche farsi carico dell’idea di poter cambiare in prima persona.
Sapete quale libro non è “uno dei tanti”?
La terra d’ombra di Ron Rash. L’ho trovato bell’e disposto su uno scaffale, magari in una Mondadori o Feltrinelli? Ahimè, no. Datevi una chance di esplorare realtà diverse da quelle più famose. Deviate un po’ il percorso e abbiate il coraggio di non seguire sempre le indicazioni. E, magari, fate anche un salto sul bellissimo sito Romanzi.it.
P.S. Ho dato un’indicazione dicendo di non seguire le indicazioni. È per questo che sono un genio del marketing…
Photo by YJ Lee





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