Avere dimestichezza con le cose. Un’espressione polisemica, sicuramente un buon proposito se non addirittura un modo efficace per agire nel mondo.
Padroneggiare una tecnica è soddisfacente e piuttosto estroso. Consente di arricciare la vista e di vedere linee che altri non riescono nemmeno a immaginare. Lo spadaccino che fissa la punta della sua lama è un dilettante che ha bisogno di seguire gradualmente gli archi disegnati dallo strumento di morte. Al contrario, un esperto schermidore sa esattamente quali geometrie è in grado di incidere nell’aria perché è come seguisse una traccia invisibile dovuta all’allenamento.

Avere dimestichezza con le cose, quindi, potenzia il nervo ottico? In un certo senso, sì. Ma ciò che appare più incredibile sta nella possibilità di percepire di più. Di dare un volto e un nome a quello che, poco prima, si sarebbe chiamato fantasma. È come entrare in un arsenale e scoprire la combinazione di tasti segreti per accedere a una stanza nuova e fornita di oggetti stupefacenti (dotata, essa stessa, di altri pulsanti per accedere a un nuovo spazio e così via all’infinito). Se la frequentazione, l’assidua compagnia potremmo dire, genera questo sviluppo delle facoltà mentali e delle capacità fisiche è vero anche il contrario, ossia che non praticare un’arte (in senso letterale e non traslato) ne mette a tacere le potenzialità ancora tutte da svelare.
Una buona crescita presuppone una vittoria più o meno decisa nei confronti di questa sfida transgenerazionale. Questo è un concetto molto caro a uno psicologo di nome Erik Erikson, il quale ha diviso l’arco della vita umana in una serie di stadi definiti da alcune “sfide evolutive”. Il mancato superamento di una sfida comporta la perdita di una componente centrale della personalità che, oltre a generare problemi, deve essere proficuamente reintegrata nella quotidianità attraverso l’esercizio consapevole e, nei casi peggiori, la psicoterapia. È banale, ma anche l’acqua calda va scoperta. E dietro l’acqua calda si nascondono infinite scoperte fondamentali che hanno rivoluzionato la concezione stessa della vita. Basti pensare alla letteratura (molto banale: la trasmissione di storie prodotte da una scimmia un po’ più intelligente delle altre), al diritto (banalissimo: l’idea che io scimmia non possa rubarti una collana solo perché mi piace), e all’etica (direttamente scontata: il rispetto dovuto a ciò che ci permette di sopravvivere. Una scimmia sociale circondata da silenzio e nemici è una scimmia debole, imprevedibile e, paradossalmente, pericolosa).

Che certi fenomeni destino stupore in quasi tutti gli strati della popolazione non dovrebbe stupire. Per l’appunto, se ne ha poca dimestichezza. Difficilmente abbiamo conoscenze tali da poter apprezzare le implicazioni scientifiche di una foto raffigurante un buco nero. Ergo, ce ne stupiamo.
Non siamo soliti inciampare nella radiazione di fondo che, accuratamente analizzata, ci informa del fatto che l’universo potrebbe avere all’incirca quindici miliardi di anni. Abitualmente non mastichiamo RNA, basi azotate, legami tra molecole e OGM. Non come concetti, perlomeno. È raro intrattenersi al bar sulla Teoria delle Stringhe, l’interpretazione del mondo di Antonio Gramsci oppure dei delicati sistemi con i quali si tenta di misurare la variazione della temperatura terrestre. Ecco perché mostriamo un genuino sconcerto di fronte a quei pochi che, come gli iniziati degli antichi culti misterici d’Oriente, sembrano in grado di leggere quel lessico speciale come gli Etruschi nelle viscere degli animali sacrificati e i caffeomanti nei fondi del caffè turco.
Di questo passo, srotolando tutta la matassa, si arriva a un evento che ha scosso l’opinione pubblica nel caldo mese d’Agosto. Lo abbiamo addirittura definito “caso”, neanche fosse un episodio di Law&Order. Ricapitoliamo sinteticamente il fattaccio: un generale dell’esercito pubblica un libro che sale agli onori della cronaca molto velocemente. In circa un mese vende uno sproposito per l’editoria italiana: circa centomila copie. Il nodo della questione risulta essere il suo contenuto. A detta di alcuni costituisce la perfetta rappresentazione di una necessaria reazione a un mondo ormai “fuor dai cardini” (mi prendo la responsabilità di citare Shakespeare parlando di Vannacci), a detta di altri follia fuori dal tempo frutto di una distorsione dovuta a un sostanziale esilio dal paese reale. Non sono qui per giudicare queste due posizioni. Voglio essere imparziale e non farmi cogliere da un embolo per le grottesche implicazioni delle osservazioni contenute nel volume. Ops, questo suona tanto come un giudizio. Fa niente, il punto è un altro e, personalmente, lo trovo esilarante.
Ci ho ragionato molto sopra e sono giunto alla conclusione che tutta la faccenda è di una comicità irripetibile. E non c’entrano niente le pallavoliste italiane che secondo qualcuno non rispetterebbero i caratteri di una supposta e algida italianità, bensì con il dito che indica la proverbiale luna. Vannacci è riuscito a concludere quello che esimi colleghi del sottoscritto non sono riusciti e non riusciranno mai a fare nel corso della loro esistenza.
Si sta parlando di un libro, maledizione. Ed è stranissimo.
Al di là delle manomissioni giornalistiche e televisive della faccenda (spassose e tristi quanto un pierrot), siamo di fronte a un evento che per l’opinione pubblica italiana è un unicorno. Lo ripeto: al centro c’è un libro. Tra l’altro autopubblicato e dal successo mastodontico (non facciamoci sviare dal merito di tale successo e dal contributo consistente della pubblicità e della politica che ha la brutta abitudine di cercare specchietti per le allodole in ogni dove). E ciò ci ha invariabilmente messo in crisi. Quantomeno in discussione. È emersa la difficoltà strutturale di parlare di un’opera scritta che, non me ne voglia il generale, non ha esattamente tanti livelli di lettura come la Commedia dantesca. Sembra un oggetto indefinibile finito per puro caso nell’occhio del ciclone. Una specie di ammasso gelatinoso da stuzzicare con un bastoncino prima di arrischiare il movimento di una mano. Un UFO, in poche parole, o, per usare un’altra e più efficace sigla, un UNO.
Nella terra degli artisti senza pennello, degli scrittori che non leggono e dei “poeti, santi e navigatori” che non hanno rispettivamente metrica, religione e terre in cui predicare, Il mondo al contrario è il titolo perfetto. Specchio delle nostre brame, specchio delle nostre battaglie. Senza sindacare sul colore delle bandiere o la posizione nelle barricate, dietro le trincee. Senza considerare il mostro che ci sta crescendo dentro. Che oscura il sole e ci si fa dipresso (che non è un depresso cipresso). Che avanza senza fare rumore e striscia a mo’ di un serpente che non ha bisogno di mordere per avvelenare. E questa creatura, questa spaventosa e terrificante chimera, è la fuffa.
La fuffa.
Ci tengo a ripeterlo, la fuffa.
LA. FUFFA.

P.S. contributo irrilevante per una questione irrilevante.

Photo by Mpumelelu Macu

9 risposte a “Perifrasi senza peri ma molto patetica”

  1. 🤷‍♀️ lui ha fatto il suo in virtù della libertà di stampa pensiero e parola. Il fatto che se ne parli – sopratutto se male – fa ‘sì che i curiosi continuino a mantenerlo in vetta alle classifiche… che, ovviamente, era il suo scopo.
    Andando alla parola Libro è un termine generico che sta ad indicare un ammasso di fogli scritti… nulla di più 😉

    "Mi piace"

    1. Verissimo, per questo ne ho scritto con un sensibile ritardo. Tralasciando che mi puzzano un po’ gli sciacallaggi vari, trovo assurdo che resistano ancora certe … particolari visioni del mondo. Eppure, a guardarsi intorno per bene si capisce che in realtà è tutto molto più sfaccettato e sfumato di quanto internet vorrebbe farci credere. E, per certi versi, menomale che sia così!
      (Giullarescamente apprezzo il suo titolo però, gran bella figura quella del mondo al contrario. Evviva il carnevale!)

      "Mi piace"

  2. Ora ha fatto l’accordo con la Mondadori …Se non ci fosse stata questa polemica non l’avrebbe letto nemmeno sua madre. (modo di dire, non so se è viva)

    "Mi piace"

    1. Del resto la politica editoriale di Mondadori di recente si è incardinata esattamente sui fenomeni da baraccone capaci di attirare pubblico d’ogni genere. (facciamo che ritratto sul “fenomeni da baraccone”, non ci tengo alle querele, parliamo più di … baracconate e basta)

      "Mi piace"

  3. È da sempre che cerco di scrivere un bestseller, per farmi un gruzzoletto: la pagina intonsa, l’unica, l’ho incorniciata, sotto vetro, al muro appesa, la guardo tutti i giorni, “magari. un giorno” mi dico “ci riuscirò!” 😉

    "Mi piace"

    1. In altre temperie culturali scrivere
      “Magari un giorno
      ci riuscirò”
      Sarebbe stato considerato
      già di per sé
      un capolavoro di poesia!

      Piace a 1 persona

      1. Come dire!: *Sono in ritardo coi tempi! ” 🙂

        "Mi piace"

      2. O forse interprete di un gusto senza tempo. Chissà!

        Piace a 1 persona

      3. cool 😉

        "Mi piace"

Scrivi una risposta a lyth karu Cancella risposta

In voga