Senso. Già che sia unico, appare non credibile. Bisognerebbe parlare di sensi, al plurale. Quindi ricominciamo: sensi. Realizzazione di istanze personali e individuali ma coadiuvate dalla cultura e dalla società così come dalle radici storiche e dalla tecnologia. Chiedersi se viene prima il bisogno o il mezzo per soddisfarlo è come chiedersi se è venuto prima l’uovo o la gallina.
Non sono atomi, non hanno un vero e proprio centro propulsore. Sono ragnatele senza nuclei, se è possibile immaginarle. Tessiture, forse, che si dipanano (termine gutturalmente letterario) in ogni direzione. Verrebbe da dire come la trama delle Parche. Ebbene i sensi si intrecciano, si uniscono e generano nuove diramazioni. Come colori, danno vita a nuove tonalità, nuove dimensioni e sfumature. Il senso dell’azione. Il senso della vita. Il senso di un comportamento e di un’ideale, di una scelta e di una preferenza. Il senso come motore della ricerca e al contempo meta della ricerca stessa. Uroboro, serpente mitico che, simbolicamente, si ricongiunge in una forma circolare. È quindi il senso in ogni squama del bianco rettile? Nella sua bocca? Nella sua coda? Nel centro dell’insieme che delimita? All’esterno? Dipende dal punto di vista. Anche i sensi, pare, dipendono dai punti di vista. Nel viaggio esistenziale (termine inflazionato e quantomai vero, purtroppo) si accumulano informazioni. Potrebbero essere definite esperienze, amori, rancori, illuminazioni o traumi ma, nei circuiti elettrici di un cervello computazionale danneggiato, prendono il nome sintetico di informazioni. Questi dati sostengono pilastri e ne demoliscono altri. Sostanziano e annichiliscono. I sensi si ritrovano assediati dal bombardamento mediatico che si fa fisico nel momento in cui a dolere è la testa e non la mente. Beata la mente che duole, triste la testa che esplode. Di fatto, rottami. Ergo, confusione.
Confusione. Se il senso è sfaccettato, relativo e incapace di riposare nel generale e nell’univoco, tanto vale adoperare per tutto la marca plurale. Quindi ricalibriamo: confusioni. Dicono che la memoria mente e ricostruisce. Che è finita l’epoca dell’oggettività (puah! Si sputa sull’oggettività passatista e bigotta), tramontata l’epoca della soggettività (puah-puah! Si sputa sulla soggettività solipsistica e lontana dal paese reale) ed è giunta l’epoca intersoggettiva (e, prima o poi, qualcuno ci sputerà sopra tre volte, magari postulando e sostenendo il nomadismo prospettico quando non quello urbanistico). Palazzeschi, giullare incendiato, sosteneva che il progresso non fosse altro che l’arte di dar del coglione a quello venuto prima. Parlano ancora, bisogna sintonizzare le orecchie. Dicono che c’è il grafene nei vaccini, che causano autismo e chissà quale altra diavoleria. Dicono che è responsabile non avere un’automobile per ridurre l’impatto della propria impronta energetica. Dicono che l’impatto individuale dell’impronta energetica ha poco valore su scala globale. Qualcuno dirà che è tutto in contraddizione. Dicono che gli occhi, a differenza di una cinepresa, non ritraggono il vero. A dirla tutta, dicono anche che una cinepresa non è obiettiva nel momento in cui una soggettività ne punta il fuoco in una certa direzione a discapito di un’altra. Forse Dio è oggettivo, a questo punto, ma dicono non esista. E non esiste Dio (c’è chi dice che è morto, chi assente, chi in vacanza, chi un’invenzione) e non esiste Storia (“finita” dice Fukuyama) e non esistono ideali-valori-principi (amalgama morto con l’esaurirsi delle Grandi Narrazioni) ma, stampiamocelo bene nell’ipotalamo, esiste il mercato e tanto basta. Dicono che il profitto (“profotto” scurrile scurrile scurrile) non è tutto, che bisogna uscire dalla trappola delle logiche economiche, che la vita è composta di vari elementi quindi composita e ritagliarle addosso un solo vestito è innaturale. Dicono che è tutto naturale purché possa accadere. In verità dicono che è naturale anche quanto non può accadere. Paralizza il vuoto di potere che si viene a formare là dove esistono troppi soli.
Paralisi. Giungere al fondo delle cose e iniziare a scavare. No, dal fondo si può solo risalire. No, meglio intrattenere una conversazione con l’abisso (ricordando che ciò che lo abita si comporterà di conseguenza). La paralisi, le paralisi. Per venirci incontro questo termine ha deciso di custodire sia la natura singolare che quella plurale. Quindi ricapitoliamo: paralisi. Dicono che bisogna costruire un proprio Sé sano e indipendente. Dicono proprio così, che va costruito come fosse un giocattolo Lego. Dicono che il Sé sia innato e che non abbia bisogno d’altro che d’essere rispettato. Dicono che il genio sia incomprensibile dai più, che appartenga a un diverso piano della cognizione, e al contempo che il talento va coltivato, previo esaurimento. Dicono che puoi essere quel che desideri, difatti non esistono strade, binari, corsie preferenziali. Che ogni essere umano è un universo a parte, con proprie leggi e propri fini. Alcuni li definiscono imperscrutabili, altri determinati da fattori prevedibili. Ma, se ognuno è un universo a sé e l’universo è un sistema chiuso termodinamicamente, come è possibile scambiarsi calorevita? Dicono che il Big Bang sia stato in realtà un Big Bounce. Non un’esplosione, bensì un rimbalzo. Immaginiamo questo punto concentrato all’inverosimile di pressionealtetemperature che rimbalza. Hop, ed ecco l’universo. Il salto è avvenuto dove, attraverso cosa. C’era un prima? Sappiamo che c’è stato un dopo. Dicono che il tempo non esiste e che sia il risultato della limitatezza dei nostri sensi.
I sensi le confusioni le paralisi.
Le paralisi le confusioni i sensi.
È un gioco combinatorio. Un esercizio in cui la verità-
AH! La verità. Dicono e dicendo sprizzano saliva. In soldoni, sputano. Sputano tre volte.
Che tu sia il protagonista e l’accompagnatore nelle riflessioni di Viaggi e altri viaggi di Tabucchi, l’esploratore consapevole-inconsapevole di Patagonia Express di Sepulveda, lo scienziato demistificatore delle bufale giornalistiche di Pane e bugie di Bressanini, il ragazzo frustato con ancora più veemenza dal padrone a causa dell’intervento del Don Chisciotte della Mancha di Cervantes o il sasso lunare calpestato da Astolfo mentre recuperava il senno dell’Orlando Furioso di Ariosto in groppa a un ippogrifo, vai avanti.
E, a cospetto del dicono, sfrutta il dico.
Non il dice, diabolico dado all’inglese.
Ignora tutto quanto è stato detto e vai avanti. Non c’è regola, non c’è inganno. Trucco e parrucco, uso e costumo.
P.S. ho trovato questo documento sistemando la libreria. La firma sul fondo è di un arabo e purtroppo non so leggere quei caratteri. Rispetto fedelmente anche il titolo: Sintesi di un’epoca di dubbio (incertezza).
P.P.S. Ho mentito.
P.P.P.S. … sul fatto di aver accolto il titolo.
Photo by Daniele Levis Pelusi





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